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Text Giada Biaggi
@giadabgg

Lo sguardo anacronistico della moda è un climax del 2019: in contesti come i Grammy Awards, Cardi B indossa tre abiti da collezioni anni Novanta di Thierry Mugler, tra cui l’abito Venere che Mugler modellò sul corpo della modella Simonetta Gianfelice (1995); le passerelle di New York vengono stroncate da Business of Fashion perché «riscoprire il vintage non è affatto una nuova idea» ed è sintomatico di un blocco creativo da parte dei designer.

Il passato della moda vive nel presente e delinea nuove modalità di consumo e di incontro. Secondo una ricerca di State of Fashion, pubblicata all’inizio del 2019, oggi si compra il 60% di vestiti in più rispetto a 15 anni fa, registrando uno spostamento dei consumi verso il resale, che secondo il Thred Up Report del 2018 potrebbe raggiungere i 22 miliardi nel 2019. Tra i siti dedicati alla vendita di capi e accessori vintage ci sono The Real Real, Rebelle, Vestiaire Collective, l’app di Depop, che a oggi conta più di 10 milioni di utenti con un fatturato di circa 350 milioni di euro all’anno e che lo scorso 15 dicembre ha organizzato a Milano il suo primo evento in Italia – in una casa Liberty gestita da Airbnb, tra workshop sui rimedi per l’hangover e lezioni di illustrazione dell’artista Emma Allegretti. È stato anche allestito un mercatino dai migliori utenti della piattaforma, i cui capi erano acquistabili esclusivamente via app.

Sofia Bernardin, ex fashion-editor di Vogue, ha fondato Re-see, un sito di e-commerce resale in cui pezzi di couture sono venduti attraverso un’esperienza in cui sono le ‘muse’ a guidare all’acquisto, dove le donne aiutano le donne a scegliere un’identità nell’abbigliamento, sulla base di gusti condivisi. Lo stile francese di Jane Birkin, Catherine Deneuve, Françoise Hardy e Charlotte Gaingsbourg si associa a personaggi che trascendono le coordinate dei boulevards come Kate Moss. «Per noi una musa è una donna la cui identità non confluisce nella cultura popolare», spiega Sofia Bernardin.

Il vintage per Re-see non ha a che fare con il collezionismo. «Internet ha reso la moda troppo accessibile. Nel vintage rimane ancora un senso di singolarità, di segreto, di sorpresa. Puoi ancora scoprire un tessuto che sarà solo tuo per sempre, perché nessuno lo produce più. Oggi ci sono troppe collezioni, troppe sfilate, troppi materiali sintetici: noi tentiamo di celebrare attraverso il vintage la durevolezza delle cose, la loro artigianalità e qualità».

Una Kelly di Hermès, un pezzo della collezione Opéras de Ballets Russesdel 1976 di Yves Saint Laurent, le stampe barocche di Gianni Versace, la collezione Chinoiserie primavera/estate 1997 di Prada, i cargo pants della collezione primavera/estate 2002 di Balenciaga sotto la direzione creativa di Nicolas Ghesquière; questo è quello che per Sofia Bernardin è lo scheletro borghese degli ultimi quarant’anni anni di moda – la cura alla cultura dell’unicità.

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