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A Marrakech, gli sprovveduti cercano tappeti. Il taxista ci lascia in un emporio poco dentro le mura, sotto un’insegna commerciale. Una tazza di the alla menta con molto zucchero, un profumo di acqua e di autunno caldo, come un agosto mai trascorso – ci interessa il tappeto blu cobalto e sfumato: il venditore si aspetta la trattativa al ribasso, ma quando facciamo cadere per andarcene, la situazione diventa sgradevole. I suk sono divisi per materia – quello delle scarpe e quelle delle erbe medicinali – nel distretto dei tappeti, i bazar si somigliano. Con calma li osservi e li tocchi, i tappeti – vale la morbidezza e l’ampiezza del telaio adoperato. I colori devono esser naturali, in rosso i più comuni, in blu più rari, bianchi con le righe nere quelli che vanno di moda. Visitiamo il labirinto che è un mercato, fuori e dentro gli edifici – sulle bancarelle trovi le pietre, le polveri e le argille – tartarughe e camaleonti. I tavoli dei ristoranti sopra i tetti, su diversi livelli e terrazze al sole – anche se le mezze stagioni non dovessero più esistere, rimangono le migliori per visitare il Marocco. Il Nomade è un indirizzo che ti consigliano, non c’è mai posto per colazione, se non prenoti in anticipo, se non dopo le tre di pomeriggio – ma sembra un luogo per quelli ancora più sprovveduti di noi altri che cerchiamo tappeti. Un ragazzo vuole indicarci la via, ci vede persi tra i vicoli ciechi. Finge di sapere dove sia casa nostra, ma non è vero – a un certo punto ci dice andate a sinistra poi ea destra e siete arrivati – casa nostra è esattamente dalla parte opposta. Vuole la mancia, si infastidisce quando non siamo per la quale.

Siamo arrivati ieri sera. Tardi, il volo atterrava poco prima di mezzanotte, i controlli per l’ingresso erano lenti. In una via secondaria, la porta del Riad si apriva in un piccolo corridoio che chiude contro un muro. Una scala laterale scendeva di qualche gradino – la brace era viva nel camino, un tavolo scuro era intarsiato con fiori bianchi in legno laccato. È il salotto del Dar Darma, per la cura di Massimo Tocchetti e di Dario Locatelli, che l’hanno resa una di quelle dimore dal sapore privato, dove si può prendere alloggio come se il tempo fosse incastonato, neanche fermo, in un romanzo. Sfarzo e lusso sbiadivano fuori luogo – si comprendeva subito come il piacere di saper vivere, di saper viaggiare e fermarsi, capire i sapori e i profumi, fossero scelte dei padroni di casa. Ieri sera avevamo fame – un ragazzo che sembrava famiglia ci portava carote con uva passa, zucchine con zafferano e miele, peperoni e pollo e mele e curry. I profumi andavano a comporsi con il legno che sapeva di sandalo alle pareti. Due corti compongono il Dar Darma, da terra a cielo – ieri siamo saliti di notte per vedere la città illuminata. A novembre i gelsomini ci facevano respirare, l’acqua della piscina non era fredda, solo fresca – per poi toccare un letto protetto da baldacchini e soffitti traforati, ricamati in pietra, mosaici nella volta – pareti a righe rosse e oro, i divani in pelle, le lampade in ottone. C’era spazio e morbidezza – anche Malefica diceva con più dolcezza, dopo sedici anni, dormirò bene.

(Unica raccomandazione, non considerate social media del Dar Darma: l’impressione che ne avreste, di un posto frequentato da gente a cui piace mettersi in posa e in mostra, non corrisponde alla riservatezza che qui garantiamo si riesce a coltivare ndr).

dardarma.com

Derb Tarik Sidi Bouharba, Marrakesh 40000, Marocco

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