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Carlo Mazzoni, 5 maggio 2019

All’imbocco di Jaffa, il crogiolo di vie su cui si aprono i banchi del Flea Market diventa un salotto per il quale sono disposti tappeti e poltrone, divani e consolle, tavoli e sedute di design vintage, per avventori di ristoranti e bar all’aperto. Israele è meta di un’immigrazione secolare, esplosa dopo la Legge del Ritorno negli anni Cinquanta quando circa 700mila ebrei da tutto il mondo si traferirono qui. Suppellettili, tessuti e memoria avrebbero alimentato un mercato sul porto. Fiori e sedie in legno, porcellane e ottone – tessuti vecchi, sfibrati, abiti ricamati a strisce come quelli che Maria Grazia Chiuri disegnava a suo tempo per Valentino. La sera, pochi passi a piedi sono quelli che non saranno mai abbastanza per coglierne la pittoricità: i colori delle tovaglie, le vernice lucide di produzione italiana, piatti e mosaici, verdure, pesce e spiedi – vetri verdi per vini neri. Una confusione che non è facile riferire a un immaginario – e forse proprio così si disegna il tratto ebraico: un flusso giunge tra Trastevere e un suk marocchino, Portofino e il Meat Packing oltre l’Atlantico, i gelsomini di Sicilia e lamiere tedesche. I tappeti sono disposti in mezzo alla strada, trasformano le vie di passaggio in salotti di casa. Dopo cena, la passeggiata tra vie sotto archi a volta bassa, gli angoli tufo, tra oleandri, glicini e cipressi. Si può salire senza sforzo fino al punto più alto di Jaffa e poi scendere sul versante verso il mare.

Il Setai è l’unico tra gli alberghi sul mare da considerare rispetto all’interno città – e tanto deve alla sua posizione sulla prima inclinazione della collina di Jaffa. L’edificio è un fortino di guerra all’imbocco dell’antico porto, sempre costruito in tufo (in Israele si può costruire solo in tufo): sulla base antica sono stati alzati tre piani e si riconosce la pietra nuova. La piscina gioca a favore della scenografia su livelli differiti: tre terrazze al sole, con parapetti in vetro trasparente in equilibrio con il moderno. Caotiche le strade lungo il mare, ma dal Setai la folla resta distante sulla spiaggia. I mobili da esterno sono di catalogo e di facile reperimento, seggiole e divani sembra siano stati scelti senza un progetto di decoro. All’entrata, nella hall – il profumo è di fiori, niente incenso come ci si potrebbe aspettare, ma petali caldi bianchi con un tocco d’agrume. Nelle parti comuni, il design lavora sul contrasto con la pietra, e un libro di fotografie di Anne Liebovitz: le scale dell’antico forte di guerra creano una quinta per il salone, tessuti arabici sul rosso si mescolano a vasi e legni massicci. La colazione è servita in un cortile chiuso tra le mura dove non arriva l’aria – e questo è un errore di difficile condivisione, se offrire un breakfast al vento del Mediterraneo è un privilegio che anche le migliori strutture in Italia e Francia non danno per scontato. I corridoi ai piani presentano una moquette già vecchia (chi segue questa rubrica, resterà sempre scettico per l’albergo che nel 2020 tralascia ancora un solo stralcio di moquette). Le stanze restano piccole anche alle categorie superiori: ancora, un arredamento basico senza ricerca e cura ricorda una stanza a format di una struttura business presso una zona industriale – ricordate che la camera vale il costo elevato per notte soltanto se l’affaccio è sul mare, dal quarto piano in su – la mattina, scostare la tenda sul lato di un letto e trovare i due azzurri sul taglio rimane il segno di un buon giorno.

Tel Aviv si gira con i Bird – i monopattini che trovano in questo brand la loro definizione migliore (ci sono i competitor, Lime, Wind, uno interscambiabile con l’altro, ma il nome Bird si presta meglio). Si trovano con facilità la mattina, appena si pone piede fuori dal Setai, dall’altra parte della rotonda sotto l’arco o verso la spiaggia all’inizio della ciclabile – su questa, con i Bird e il vento in viso. Si sale respirando iodio fino all’altezza del Boulevard Rothschild che si può identificare come la via centrale della città: una controparte e un mix tra Broadway e Fifth Avenue. Al centro del viale due file di alberi segnano la passeggiata – per pedoni, biciclette e certamente per i Bird. Si sale fino al Norman, considerato forse il primo albergo della città, con seggiole inglesi moderne realizzate in legno portoghese, le lenzuola italiane di Frette – eppure anche qui poca cura ai dettagli: gli infissi in plastica, le mattonelle esterne potrebbero essere quelle di un selciato di una periferica comunale, il prato ingiallito sotto le aiuole in pieno fiore. La citazione vale perché l’argomento di Tel Aviv oggi è questo: una città di risorse e ricchezze, capace di lavorare quattro linee di metropolitana in contemporanea, con un mercato immobiliare a prezzi più alti rispetto ai confronti internazionali, luogo di incontro di culture di tutto il mondo – eppure manca quel dettaglio che nasce dalla conoscenza del proprio territorio: certo, questa è la storia dell’umanità del mondo, ma letteratura vuole che i grandi movimenti si comprendano dai piccoli meccanismi.

Le traverse del boulevard Rothschild corrono all’ombra di alberi secolari che ricordano quanto questa terra fosse il giardino del mondo – gli edifici sono coperti da chiome che raccontano ogni gradazione del verde, le piante girano intorno agli edifici, entrano nei cortili – come da Herzl16, il nome viene dal civico della via, un luogo che a Tel Aviv è solo un ristorante adesso per la maggiore, mentre in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe un player per il retail delle grandi case e un riferimento per l’editoria internazionale. Con lo stesso atteggiamento l’hotel Montefiore – forse l’indirizzo più consigliato, in questo viaggio, da questa rubrica. Passando tra le vie in questi dintorni, sembra di essere su Spring Street nel Village – il Montefiore non ha una piscina, non ha gli spazi del lusso – ma presenta quella cura che riassume ciò che chi sa spendere scegliendo continua a cercare. Sul ritorno verso Jaffa, ancora volando con un Bird, si scende per Nathavel: una nemesi di un Marais parigino, di un Mayfair londinese, di una Brera milanese, dove un appartamento di 100 metri quadri può costare fino a 4 milioni di dollari. Il ristorante all’angolo è un bistrot, il rumore delle parole non è coperto da quello del traffico. Il profumo dei fiori commuove ancora come in una sera estiva in giro in bicicletta in Versilia. La penombra e la porta di una casa privata, una chioma di un altro albero accarezza il volto come quando tornavi a casa con i capelli incrostati di sale e l’umidità erano le lacrime che non asciugherai mai nella tua vita. Questa costa d’Israele – questo approdo umano che ha salvato la dignità dell’uomo neanche un secolo dopo aver condannato il Dio d’amore duemila anni fa – non somiglia a nessun altro luogo al mondo: è il resto del mondo che somiglia a questo luogo.


The Setai

David Razi’el St 22, Tel Aviv-Yafo,

6802919, +972 3-601-6000


The Norman Tel Aviv

Nachmani St 23-25, Tel Aviv-Yafo,

6579441, +972 3-543-5555


Hotel Montefiore

Montefiore St 36, Tel Aviv-Yafo,

+972 3-564-6100

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