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Sara Magro, 2 febbraio 2019

Uluru è il nome indigeno dell’Ayers Rock, roccia di sabbia rossa. La montagna è sacra al popolo degli Anangu. Si impenna per oltre 300 metri sul deserto. Ogni giorno del calendario, un pubblico di ammiratori si sveglia all’alba e sciama ai suoi piedi. Il luogo vale ogni minuto del viaggio – due giorni da quando ho lasciato casa e 24 ore di volo. Alle 5 e mezza del mattino, quando arrivo, è ancora buio. Mi offrono una tazza di caffè, un succo di frutta e croissant. La mia camera non è ancora pronta. Lo sarà al ritorno dalla camminata ai piedi di Uluru. Partiamo in tre – la guida, una signora belga e io – alle 6:30, inseguiti dall’alba. Alle 10 siamo di ritorno in hotel. Mi siedo al tavolo e ordino uova al prosciutto e formaggio su toast abbrustolito in padella. La sala da pranzo del Longitude è tutta vetrate, l’Uluro è come un quadro fisso appeso alla parete. Compare dalle tende-suite rivolte verso il lato sacro della montagna. Sono una di fianco all’altra, indipendenti, rosse fuoco come la terra del bush. In una hanno dormito William e Kate. La mia camera è la numero uno, la più lontana dall’area comune, il wifi non prende – non si può condividere lo spettacolo con nessuno. Ci sono una scrivania, una poltrona, un divano, un baule, foto alle pareti che ritraggono pionieri e cavallerizzi britannici arrivati nell’Ottocento. Il soffitto è un drappeggio di tende bianche. Il bagno e il guardaroba sono nascosti dietro un separé. La montagna si vede anche mentre ti lavi il viso, attraverso una fessura di fianco allo specchio.

Alle tre e mezza del pomeriggio gli ospiti sono invitati a trovarsi nella zona comune. Si va prima al centro culturale aborigeno, l’aperitivo al tramonto nel bush con vino bianco della Barossa Valley e canapé, la cena sotto le stelle, che inizia con un concerto di didgeridoo e una tavolata unica apparecchiata sulla sabbia rossa, nel deserto. Non conosco nessuno, ma la conversazione non si fa attendere. L’aragosta, il barramundi – pesce usato nella cucina australiana –, un dolce fatto con frutti selvatici del bush che sanno di pesca. La temperatura di sera scende di 10-15 gradi – lo chef Mark Godbeer è riuscito lo stesso a servire la cena all’aperto. Prima del dolce c’è una danza aborigena, e alla fine una spiegazione dell’astronomo sulle stelle e i pianeti. Alle dieci si rientra a piedi, ci si fa strada con una torcia nel buio.

La giornata comincia presto nell’Outback, per anticipare il sole cocente. Il letto è pronto: un cioccolatino bianco a forma di boomerang, sotto le lenzuola c’è la boule dell’acqua calda infilata in una custodia di peluche. Il letto è tiepido. Spengo la luce e guardo l’Uluru illuminato dalla luna ancora un po’. Col telecomando abbasso la tenda ed è notte.


Longitude131

Yulara Drive, Yulara NT 0872, Australia