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Text Angelica Carrara
@angelicarrara

Umbria, terra d’ombra. Coperta dai boschi e dalle vigne del Sagrantino. Ombre dei suoi Santi in paradiso, San Francesco e Santa Chiara. All’ombra delle cento torri c’è Spoleto, con le sue quattro meraviglie – il conte, la fonte, il ponte e il monte. In più un segreto, che è stata la sua fortuna – distare cinque giorni di cammino da Roma. Cinquanta fontane – l’accesso pubblico all’acqua era e resta indice di educazione. Il Gattapone, al di sotto della Rocca Albornoziana, affacciato sulla valle del Monteluco e sul Ponte delle Torri, è un hotel imprevedibile e inimmaginabile. Nell’Ottocento la residenza estiva del pittore Francesco Santoro, negli anni Sessanta era un albergo di sole otto camere. C’era una ‘stanza francescana’ di cui nessuno conosceva l’esistenza dove si eclissavano Marina Cicogna e Florinda Bolkan, e tutte le coppie che agli occhi del mondo non erano coppie. Goldoni e uno scritto sul tartufo – o quel sasso profumato. Il teatro romano risale al primo secolo prima di Cristo, volge verso ovest e guarda in faccia al tramonto, è l’orario di connessione che è la porta con l’aldilà. Il maestro Giancarlo Menotti ha connesso Europa e America per più di sessant’anni – il Festival dei Due Mondi. L’altra sera, al crepuscolo, i ballerini bianchi – A Portrait, di Lucinda Childs. Il premio alla coreografa da parte di Fabiana Filippi, marchio made in Umbria.


Minimalismo Coreutico

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

In loop, in cerchio. I ballerini della Lucinda Childs Dance Company al Teatro Romano di Spoleto si inseguivano in una ruota. Prima, in un silenzio scandito dal rumore sordo dei corpi sul pavimento di legno laccato. Poi, affidati all’ondata concentrica, quasi acquea della musica. Lucinda, più che una coreografa che ha fatto storia, la musa americana del minimalismo e l’icona della Postmodern Dance, seduta da sola sotto il palcoscenico e dritta come un fuso, osservava con distacco da entomologa ogni movenza, ogni gesto tracciato nell’aria dai suoi ragazzi.

A Portrait, nato su musiche di John Adams, di Philip Glass – da sempre un compagno di strada e di visione creativa di Lucinda, di Henry Gorecki e Simeon Ten Holt, rappresenta una sorta di compendio della sua lunga carriera, iniziata nel 1963. Dieci anni dopo, Lucinda fonda la propria compagnia, per cui ha dato vita a oltre cinquanta opere, tra assoli e lavori d’ensemble. Childs ha partecipato a produzioni di Robert Wilson, in particolare, nel 1976, a quello che forse rimane il capolavoro di Wilson, Einstein on the Beach, in tandem con Philip Glass. Leone d’Oro alla Biennale di Venezia e Commandeur dell’Ordre des Arts et des Lettres in Francia, è stata insignita del Prize Samuel H. Scripps American Dance Festival per il complesso della sua carriera.

In occasione della performance al Festival dei Due Mondi di Spoleto 2018, Lucinda Childs ha ricevuto il Premio Fabiana Filippi, che ne celebra la miscela di rigore ascetico e libertà, intreccio di visionarietà e astrazione. Fabiana Filippi continua la partnership cominciata otto anni fa con il Festival di Giancarlo Menotti, impegnandosi nel mecenatismo anche su altri fronti culturali, in un fervido rapporto con il territorio. La rassegna di Spoleto seguita a tessere la sua leggenda, anche se sembrano lontani i fasti mondani delle origini, narrati da Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia, nel 1963. Il testimone, scomparsa Carla Fendi, la musa che, con la sua Fondazione ha riportato il festival a un alto livello di programmazione e significato, è stato raccolto dalla nipote Maria Teresa Venturini Fendi.


Fabiana Filippi

Azienda di prima generazione. Mario e Giacomo Filippi. Le prime macchine nel sottoscala della casa dei genitori. Nel 1985 è nata Fabiana, l’unica figlia di Giacomo. Il brand, il suo stesso nome. L’esigenza di espandersi, è oggi un laboratorio di ricerca di ottomila metri quadri e centosessanta persone, all’ombra di un gelsomino. Sartoria, maglieria, sala eventi, lavanderia, logistica e magazzino. Trecento i laboratori esterni, per un indotto di settecento persone. L’ottanta per cento è made in Umbria, il restante venti nelle regioni limitrofe. Due linee – white e black label, trecento capi per etichetta. Il tavolo dei creativi si riunisce una volta alla settimana, c’è anche Fabiana.

Il campione di sblocco. Il primo che rientra dal laboratorio esterno. Le maglieriste stabiliscono le regole, elaborano le schede tecniche e quanti aghi utilizzare. Un programmatore davanti al computer trasforma in digitale gli appunti presi su carta. Dal secondo dopo guerra è un lavoro manuale: quattro pezzi – il davanti, il dietro, le due maniche e il collo, si assemblano su una macchina circolare. La finezza degli aghi è inversamente proporzionale, da una finezza 22 a una 4 i più grandi. C’è un cronometro, per calcolare le tempistiche di riammaglio e monitorare il lavoro dei laboratori esterni. Mentre i difetti si rammendano a mano. Ogni rotolo di materia prima viene controllato sulla specula. In lavanderia, il profumo di lavanda. Il metodo di lavaggio è un segreto – i dosaggi di acqua, l’ammorbidente, le tempistiche.

Cinquecento mila capi prodotti in un anno. Il 75% della produzione viene esportato e distribuito in trentasei paesi nel mondo. Il mercato principale resta l’Europa, ma lo sguardo è verso oriente, «la mia prima volta in Giappone, nel 1992 a una fiera, da lì è partito il lavoro, è stato il primo mercato», ricorda Mario. Guardando il futuro? «Una collezione maschile, per un uomo che stia bene a fianco di Fabiana».

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Fabiana Filippi online store, fabianafilippi.com

Più informazioni sulla sessantunesima edizione del Festival dei due mondi, festivaldispoleto.com