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Cesare Cunaccia, 30 marzo 2019

La terrazza di Maria Grazia Chiuri, tra tetti e cupole, guarda su un giardino di monache di clausura, punteggiato di alberi d’arancio e viti a spalliera. Maria Grazia e le sue sensazioni estetiche, di appartenenza e intermittenze del cuore. Un grand tour dei giorni nostri comincia da casa sua, tra le memorie di Mimì Pecci-Blunt e dei Surrealisti, sbarcati nell’Urbe nei decenni centrali del Novecento, per scoprire la ritmica del Manierismo e perdersi tra i mostri di pietra di Bomarzo. Doyenne di un universo di cultura, anche sperimentale, e società, la contessa Pecci-Blunt domina per quarant’anni il palcoscenico della Roma del Novecento, contendendone la supremazia a Marguerite Caetani, duchessa di Sermoneta e alla giornalista e scrittrice Irene Brin, che con il marito Gaspero del Corso componeva l’anima della Galleria dell’Obelisco.

Nel 1935, Anna-Laetitia Pecci Blunt diede vita alla Galleria della Cometa, con l’aiuto di Libero De Libero, che poi si ritirò a causa delle leggi razziali. Fu il carrefour del tonalismo romano, che sconfina verso l’espressionismo. Nel muro, accanto all’ingresso, una colonna antica, diverrà la vetrina di Cagli e Fazzini, di Mirko e di Carlo Levi. Grazie alla Pecci Blunt arrivano a Roma il drammaturgo Jean Anohuil, Milhaud e Poulenc, Dalì, Eugène Berman, Rubinstein e Stravinskij. L’avanguardia le appartiene. Branchée e appassionata, con distacco elegante e divertita ironia. La nobildonna appare in nero o rosso Balenciaga, cloche e veletta point d’esprit, eterna sigaretta in mano. Spirito tagliente, le esse enfatiche come un vaticinio. L’occhio smaltato di kajal che guarda l’Urbe da un nido di galuchat e pergamena pensato da Jean-Michel Frank. Nipote di un papa e moglie di un banchiere newyorkese ebreo, Cecil Blumenthal, di suo è già una figura oltre i clichées. Si muove senza urtare la sensibilità di un ambiente reazionario come quello dell’aristocrazia nera. Le sue residenze, il palazzo all’Araceli acquisito nel 1929 o la Villa di Marlia, in Lucchesia, già appartenuta a Elisa Baciocchi, Granduchessa di Toscana e sorella di Napoleone, diventano altrettanti poli d’attrazione intellettuale, musicale e mondana. La contessa protegge Moravia, Pirandello, Mastroianni, Savinio e Mafai, Severini e Capogrossi, tra gli altri. Nel 1958 inaugura il Teatro della Cometa. È una voce romana in controcanto a Marie-Laure de Noailles a Parigi – Maria Grazia Chiuri agisce sullo stesso asse Rome-Parigi. I Surrealisti sono stati numi tutelare per Christian Dior.

La Basilica minore di Santa Cecilia a Trastevere.

La fondazione risale al Quinto secolo dopo Cristo. Radici archeologiche, l’edificio emerge sopra un dedalo di reperti classici e medievali, è intessuto di elementi rinascimentali e barocchi. Santa Cecilia, protettrice dei musicisti, fu martirizzata nel 220 dopo Cristo: la scultura in marmo che la raffigura riversa è un’opera barocca di Stefano Maderno, incorniciata da lapislazzuli, bronzo dorato e porfido, sotto il ciborio gotico di Arnolfo di Cambio del 1293. I racconti della vita di Cecilia, cercano rapporti con la cronaca contemporanea dentro una fiction perfezionata per secoli. Si perdono in leggende, in cronache truculente di torture, in questa che secondo tradizione sarebbe stata la sua casa patrizia. Il cortile interno, con al centro una vasca con una urna di marmo bianco, rammenta un peristilio.

L’abside della chiesa è un sipario concavo di mosaici dorati. Nelle cappelle laterali, profonde come tunnel ombrosi, dormono i cardinali titolari. Tra loro, il Rampolla riposa dentro una macchina scenica anacronistica e sontuosa dei primi del Novecento, lo Sfondrati nel monumento lapideo del portico. Un cielo turchino di nuvole argentee, gremito di santi e dipinto da Sebastiano Conca nel Diciottesimo secolo, spalanca il soffitto.

La sorpresa, entrando nel monastero, è la pittura di Pietro Cavallini. Nella seconda metà del Duecento, in contro-facciata, egli dipinse un capolavoro narrativo ad affresco. Si tratta di un Giudizio Universale di cui rimane solo una striscia visibile – per osservarlo bisogna accedere al matroneo delle monache benedettine (chiuso al pubblico), costruito da Ferdinando Fuga per volere del cardinale Francesco Acquaviva d’Aragona ai primi del Settecento. L’affresco era stato coperto da calce bianca. Vi appaiono angeli a schiere geometriche.

Middle Ages, Pietro Cavallini (1273 – 1364)

Le ali piumate hanno i colori fluo di Verner Panton, i sommersi e i salvati, una ridda di demoni danzanti all’inferno: piume stilizzate a forma di lettera U capovolta potrebbero essere grafiche contemporanea, tagli di stoffa per l’haute couture Dior. Una suora distante, in un angolo, sorride e sferruzza qualcosa di candido. Maria Grazia si schermisce, osserva, parla misurata. «Forse tutto questo – sussurra –, l’heritage di questa città, mi ha aiutato ad affrontare Dior e il suo mito culturale con un approccio un po’ incosciente». Sulla parete accanto alla porta è raffigurata  la corazza loricata a lamina d’oro di un santo guerriero. Pietro Cavallini ce l’aveva sott’occhio la grandezza della Roma classica. La mantiene viva nel medioevo, quando la città è poco più di un villaggio. 

Santa Maria del Priorato

La sua prima genesi rimonta al Decimo secolo – si staglia sull’Aventino in un lembo urbano extraterritoriale che appartiene al Sovrano Militare Ordine di Malta, organizzazione cavalleresca e ospitaliera sovra-nazionale dalla vicenda eroica, fondata a Gerusalemme mille anni orsono. L’Ordine di Malta ha di recente attraversato un periodo controverso – dimissioni delle più alte sfere, la deposizione del Gran Maestro da parte del Pontefice, una serie di colpi di scena mai chiariti. Ha subìto un commissariamento controllato dal Vaticano, che ha incrinato secoli di indipendenza gestionale.

L’edificio porta la firma di Giovanni Battista Piranesi – l’incisore, antiquario e teorico veneto che si stabilì nella Roma settecentesca per impadronirsi di una visione epica del classico. Il suo lavoro appare come un ponte, come scrive Gabriel Zuchtriegel, è un passaggio sotterrano e musicale tra barocco e romanticismo.

La chiesa del Priorato di Malta è l’unica architettura di Piranesi. Fu eretta tra il 1764 e il 1765 per volere del cardinale veneziano Giovan Battista Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII. Presenta una facciata che ricorda i camini fastosi progettati da Piranesi, con coppie di lesene punteggiate di motti FERT, un timpano triangolare, ghirlande, panoplie e allegorie. All’interno dell’edificio: altari, le erme, i sepolcri e la decorazione a stucco. Tutto è bianco, di un bianco latte luminoso e abbagliante. Piranesi si divertì a miscelare le epoche, sarcofagi romani e griglie paleocristiane, rilievi alto medievali. L’altare maggiore dedicato a San Basilio fu realizzato da Tommaso Righi. La volta è decorata con concrezioni in stucco che potrebbero essere valve di conchiglie – il bianco entra in contrasto con le bandiere colorate delle varie Lingue dell’Ordine gerosolimitano e con la porpora del trono del Gran Maestro. L’imprinting barocco deflagra in un respiro di classicità, si traduce in una cifra che è già romantica e foscoliana. Il bianco si fa assoluto, diviene astrazione. È libertà espressiva e radiazione matematica. Qui, Piranesi è sepolto sotto una scultura dell’Angelini che lo ritrae togato come un patrizio romano dell’antichità.

Pastificio Cerere

È stato trasformato in laboratori e residenze d’artista, ospita studi di comunicazione e pubblicità, atelier di moda e l’istituto di fotografia e comunicazione integrata. Una destinazione che si è definita grazie al suo proprietario, Flavio Misciattelli e per volere della Fondazione Pastificio Cerere che lo gestisce. Entrandovi se ne avverte la temperatura espressiva. Una cittadella di creatività dove si tengono corsi e presentazioni, ma il perno resta il lavoro, la ricerca e il linguaggio degli artisti che vi si sono installati. Tutto inizia tra i Settanta e gli Ottanta, quando alcuni artisti nati intorno alla metà del Novecento e molto diversi tra loro per moduli d’espressione – Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Nunzio, Piero Pizzi Cannella, Giuseppe Gallo e Marco Tirelli – decidono di lasciare il centro di Roma e di andare a vivere e lavorare in questo fabbricato industriale dismesso nei Sessanta, nel popolare quartiere di San Lorenzo. Danno vita a un sodalizio che durerà un decennio, celebrato da Achille Bonito Oliva nella mostra Ateliers nel 1984. Il Gruppo di San Lorenzo indica la via.

Siamo nello studio di Pietro Ruffo, qui al Pastificio. «Pietro è nato nel 1978, per me è il riferimento di una generazione che deve definire la Roma odierna», lo introduce Chiuri. Davanti a noi si rivela l’universo di questo giovane uomo artista: si sovrappongono piani diversi e livelli intrecciati, gli zodiaci del Palazzo Farnese a Caprarola diventano texture. Il senso del tempo accomuna effrazione e armonia. Sottili grafie a china di sapore orientalista si incidono sulla superficie specchiata di materie plastiche. Pietro Ruffo è uno storyteller dall’immaginazione sbrigliata. La botanica, gli insetti, libellule in particolare, l’incidenza del quotidiano, il pensiero filosofico. Pavimenti mozarabici e cosmateschi che si alzano come tappeti volanti, le chimere e la geopolitica. Usa forbici e pennelli, accosta carta, colori, polveri, inserti lignei. Instaura un colloquio plastico e scavato con la tela. «Roma non è solo memoria e eredità dell’antico», chiude Maria Grazia.