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Era il 1887 quando un gruppo di immigrati di origine yemenita e di ebrei sefarditi si spostarono dalla povera e sovraffollata Jaffa – allora sotto dominio ottomano – dando vita al primo quartiere di Tel Aviv, Neve Tzedek. All’inizio del Novecento divenne residenza degli artisti – qui vissero il pittore Nachum Gutman – al quale oggi è dedicata l’omonima casa museo – e il Premio Nobel per la letteratura nel 1966 Shmuel Yosef Agnon. Nato in Galizia nel 1888 e morto quasi un secolo dopo a Rehovot, vicino a Gaza, Agnon era un ebreo ashkenazita – significa ‘germanico’, così si definisce un discendente di lingua e cultura yiddish delle comunità ebraiche stanziatesi nel Medioevo nella valle del Reno. Passò buona parte della sua vita in Palestina e le sue opere sono caratterizzate dal misticismo e dall’umorismo tipico della cultura yiddish. Tra i suoi libri Una storia Comune – in ebraico Sipur Pashut. Sipur Pashut è oggi il nome di una piccola libreria indipendente che si trova al centro di Neve Tzedek, nella strada dello shopping Shabazi. Centro culturale di riferimento a livello nazionale, fu aperta nel 2003, mentre tutti a Tel Aviv aprivano società di high tech.

Da Sipur Pashut si alternano presentazioni di libri, incontri letterari informali e laboratori di scrittura. Stipata dal pavimento fino al soffitto di libri nuovi e di seconda mano in lingua ebraica, araba e inglese, l’arredamento è poco visibile – gli scaffali sono in legno, le scale colorate in ferro battuto conducono a un soppalco, dove un divano dedicato alla lettura è sistemato in un angolo. Ci si perde, nonostante gli spazi siano ristretti. Vicino alla vetrina ci sono alcuni libri di cucina araba e gli Artisans of Israel. Di fianco, una monografia su Dior. La Palestinian Art di Kamal Boullata (con prefazione di John Berger) sta accanto a Israel Early Photographs di Rudi Weissenstein. Sempre vicino alla vetrina, Love wins – Palestinian perseverance behind walls, con una foto del muro in copertina. Volumi di politica e arte – l’arte, soprattutto in Israele è un modo per fare politica. Sipur Pashut, salotto bohemien della comunità intellettuale, stampa la versione ebraica della rivista letteraria Granta e gestisce il blog Zerecha Ezera – scambio virtuale di conversazioni e progetti culturali.

Se a Tel Aviv crescono palazzi e trambusto, a Neve Tzedek si respira la brezza del Mediterraneo e si vive in tranquillità. Le case, piccole abitazioni su un unico piano, sono in stile ottomano, arricchite da elementi dell’Art nouveau e del Bauhaus. Le più borghesi hanno giardini privati e gabinetti interni. Negli anni Cinquanta lo sviluppo di Tel Aviv collocava il centro della città sempre più lontano da Jaffa. I ricchi si spostavano verso le zone nord, dove già nei primi anni Quaranta si costruivano palazzi moderni e viali alberati in stile mitteleuropeo. Neve Tzedek divenne una periferia degradata, un quartiere povero – quella brezza marina che oggi ingentilisce prima corrodeva il cemento e gli stucchi delle abitazioni. Nel 1960 il piano era di radere al suolo il quartiere, incompatibile con l’avanguardia modernista di Tel Aviv. Intervenne la gentrificazione: l’ondata migratoria dalla Francia rimane affascinata dall’atmosfera ‘da paesino’ del quartiere, e dal suo passato artistico tutto sommato recente. Il quartiere era salvo, il costo degli immobili e degli affitti crebbe subito. Parte della popolazione originaria di Neve Tzedek fu costretta ad andarsene. Resiste ancora l’attigua Kerem HaTeimanim (letteralmente Vigneto degli iemeniti), che oggi si presenta come una versione diroccata di Neve Tzedek, dove si alternano case su due piani decorate con affreschi e baracche di legno con tetti in alluminio.

A Neve Tzedek si va per visitare le gallerie d’arte e a vedere gli spettacoli di danza contemporanea al Suzanne Dallal Center. Si prende il caffè a metà pomeriggio seduti ai tavolini all’aperto, alla Dallal Bakery si compra il pane del venerdì (quello che si mantiene per tutta la durata dello Shabbat). Si mangia italiano da Beccafico e si bevono i cocktail da Susanna. Tel Aviv non è una città della moda. Fa caldo per buona parte dell’anno, insopportabile l’idea di indossare qualcosa di più di un prendisole. La popolazione laica gira in ciabatte e pantaloncini corti. Diverse le scelte stilistiche della popolazione religiosa. Gli uomini più ortodossi indossano cappello e cappotto nero, le donne si nascondono sotto a parrucche e gonne alla caviglia. Esistono altre interpretazioni del dressocode imposto dalla religione ebraica, che variano in base al livello di ortodossia e al paese di origine. La kippah può essere nera e occupare quasi tutta la testa, oppure piccola e colorata. I giovani ebrei americani spesso la nascondono sotto un cappello da baseball, portano il tallit (scialle da preghiera con frange chiamate tzitzit legate su quattro angoli davanti e dietro, ndr). Anche quello lo nascondono sotto alla maglia. Lasciano visibili solo le frange che, abbinate ai pantaloni larghi da rapper, assomigliano più a un dettaglio street che a un indumento religioso. A Jaffa invece stanno tornando di moda i fez, spesso abbinati alla sahariana bianca. 

Le donne mescolano i dogmi con lo stile personale – le signore non dovrebbero mostrare i capelli a nessuno se non al marito. Le meno ortodosse non portano la parrucca e trovano modi alternativi per coprire simbolicamente il capo – un velo stile Grace Kelly, o un foulard legato tra i capelli alla Cindy Lauper. Le donne originarie del nord e del sud dell’Africa attingono dalla cultura araba e creano variazioni stilistiche del hijab o del turbante. Non potendo né mostrare le gambe né indossare i pantaloni, le più giovani optano per la minigonna abbinata ai fuseaux. I vestiti devono essere discreti, gli accessori servono a personalizzare lo stile. A Tel Aviv i gioielli si possono comprare vintage, nei negozi di seconda mano del centro, o nelle boutique dei quartieri raffinati. Nella via Shabazi più o meno un negozio su due vende gioielli. Qui si trovano le creazioni in oro da diciotto carati di Orit e Giora Ivshin e lo stile contemporaneo di Agas & Tamar. 

Al numero tredici della via Shabazi si trova il negozio Numéro 13, dove quel numéro scritto alla francese non è un caso – si tratta di un concept store in stile parigino, il primo in Israele, nato nel 2014 dall’estro di Elise Schnaiderman. Al suo interno si trova anche un parrucchiere. La boutique, nonostante trasudi Marais e Canal Saint-Martin, ha mantenuto l’architettura originaria della casa ottomana vecchia di due secoli che la ospita. Le pareti grezze e le colonne doriche si mischiano al parquet in legno chiaro e allo stile eclettico e colorato della designer di interni Revital Indik. Lo stile – dominato dal colore e dalle forme fluide – è assortito e informale: dai cappotti in stampe animalier di Essentiel Antwerp ai kaftani di Forte – Forte, dal bonton di Bellerose alle gonne da zingara di Laurence Bras. Le scarpe sono le ballerine di Repetto e gli stivaletti di Vanessa Bruno mentre all’uomo è dedicata una selezione più ordinata di marchi scandinavi. I gioielli vanno dal minimalismo assoluto all’etnico, per sfociare in improbabili cavallucci marini e scarabei. Esiste una Tel Aviv Fashion Week, sono sempre esistiti marchi di moda israeliani, come il Maksit degli anni Cinquanta fondato dalla moglie di Moshe Dayan, Ruth. Elbar Elbaz, diplomatosi allo Shenkar College di Ramat Gan, ha lasciato Israele alla volta della Francia. L’ormai milanese Nir Lagziel è un’isituzione del tessile del quartiere Isola. Oggi ci sono i ragazzi di Adish, che portano lo streewear in Medio Oriente e collaborano con le ricamatrici nei campi profughi palestinesi, e Holyland Civilians che attraverso i loro ‘Peace Maker dress’, ‘Nomad dress’ e ‘Bedouin dress’, trasformano elementi della cultura locale in capi d’abbigliamento. In generale i pochi israeliani modaioli prediligono i marchi europei o americani.