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Carlo Mazzoni, 5 maggio 2019

La complessità non permette retorica, ma neanche la sintesi: se Gerusalemme forse oggi non vale un viaggio, non c’è esistenza che valga una parola, senza Gerusalemme. Terra di confine e di guerra, argomento che non si esaurisce – per il quale i Cristiani devono cedere il passo, se la nostra religione insegna a porgere la guancia. Non c’è pagina di storia che possa essere esauriente – ed è in questi casi che la letteratura può dove la cronaca si deve fermare, se l’amore può spiegare la storia meglio della realtà stessa.

The American Colony è un albergo che conserva il sapore del transito, di proprietà neutrale, al servizio diplomatico. L’entrata ricorda un vaglio di frontiera – l’asfalto rotto di strada pubblica taglia l’albergo in due parti: l’edificio principale a sud e la villa a nord. Un giardino di erbe aromatiche, una scala esterna di fuga o bellezza, rose gialle e glicine. Le stanze voltano sugli angoli: il letto in legno massiccio, a barca, il materasso scende nell’incavo come fosse un film di ammiragli e pirati di un tempo – le lenzuola di Frette e le colonie di Acqua di Parma segnano una cura più attenta. Una bottiglia di vino rosso, un Sirah israeliano, ha un colore scuro come il sangue, al tramonto prima di cena. Le piastrelle moderne, tagliate a mosaico, dettagli neri nel bagno su una vasca vittoriana. Alcune tra le camere hanno quattro finestre aperte sulla fronte degli alberi e giochi di luce tra le foglie per il mattino, sul retro sono protette dal rumore delle auto – la notte, i vetri possono restare socchiusi e lasciar girare l’aria. I terrazzi delle camere hanno vasi da cui scendono cascate di fiori, due sedie e un tavolo dove fermarsi la mattina.

Arriva il sapore del Mediterraneo dalla costa fino a questa collina a ottocento metri di altitudine, da più di tremila anni è oggetto di contesa per ogni civiltà – forse, l’unica definizione di nobiltà. L’albergo si costruisce intorno a un cortile coperto da pergolati e cosparsi di fiori, uno spillo di acqua al centro – bocche di leone, rose, iris. Il gatto non è castrato, è di grande stazza, si fa sentire quando miagola per dare il suo benvenuto. Su questo patio che è una corte e una veranda, affacciano le stanze antiche della casa coloniale – sul retro oggi c’è una piscina –, ma quando il pomeriggio tardi si torna dalla vista alla città vecchia, il concierge ti risponde che è tardi, ed è chiusa. C’è un hammam e una sauna, sono le sette di sera – il concierge di nuovo fa segno negativo, troppo tardi. Chiedi allora al concierge un aiuto per prenotare il ristorante – il concierge ti risponde che tutti i ristornati sono pieni. Chiedi al concierge almeno una, una soltanto, risposta positiva – il concierge si scusa, sorride: in Israele non esiste il lusso, c’è la ricchezza, i prezzi sono alti – gli israeliani ti rispondono che per loro non c’è formalità, e ci piace così.

The American Colony è un racconto che comincia al volgere del Novecento. Nel 1873, Anna Spafford era in viaggio da Chicago a Gerusalemme su un nave a vapore che affondò dopo uno scontro con un veliero – le quattro figlie che viaggiavano con lei morirono in mare. Anna telegrafò a suo marito Horatio un’unica frase: Save alone – Horatio partì per andare a prenderla e riportarla a casa. Insieme decisero di restare. Si creò una comunità nella loro casa all’interno della Città Vecchia, accogliendo gente dalla Svezia e da altre parti del mondo che per fede avrebbero voluto raggiungere Israele aspettando il ritorno di Gesù – ai tempi, il Medio Oriente era in mano all’impero Ottomano. I coloni si moltiplicarono e Anna Spafford acquisì la proprietà che esiste oggi da Husseini Effendi, con quattro mogli ma senza eredi. I coloni si spostarono e andarono a vivere in quella che allora era campagna. Diedero scandalo: la vita in comunità poneva all’esterno domande sui costumi, allorché the Americans – così erano indicati – si volsero al celibato e al controllo dei desideri; gli ebrei li tacciarono di promiscuità. Le attività si moltiplicarono – dall’artigianato alla dispensa – dal pane alle uova, sui banchi in città che aprirono come negozi. La colonia ospitava chi arrivava di passaggio – prima e dopo le grandi guerre – l’albergo fu un’evoluzione piuttosto che un’idea, ospitando politici, scrittori e intellettuali – da Churchill a Lawrence d’Arabia, da Chagall a Carl Bernstein.

I bombardamenti hanno colpito l’edificio che si poneva in linea d’aria davanti a Gerusalemme, ne aveva l’aspetto di un bastione di difesa. La casa fu anche una scuola – lungo tutto il secolo scorso, i coloni americani portarono l’istruzione ai propri figli e ai figli dei vicini: le relazioni erano buone con ebrei e arabi. L’impegno all’istruzione non è mai venuto meno – oggi, mentre l’albergo rimane il punto di riferimento per chi voglia fermarsi a Gerusalemme, la vecchia casa di Anna Spafford all’interno delle mura è un centro per gli orfani di tutte le comunità locali: si può andare a visitarlo, e contribuire al mantenimento.


The American Colony

Louis Vincent St 1, Jerusalem

+972 2-627-9777
The American Colony è membro di The Leading Hotels of the World