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I libri messi a disposizione degli ospiti all’interno di un albergo danno un’idea del tipo di clientela per la quale è stato concepito. Nelle stanze del Levee ci sono: una monografia di Raf Simons (quella gigante della Taschen) e una di Paul Smith, un saggio sull’arte contemporanea di Francesca Gavin (curatrice della Soho House, scrive per Dazed & Confused, Sleek, AnOther e Wallpaper), il libro Happy Graffiti di Jenny Foulds (attrice e fotografa scozzese, vive in un’ex fabbrica di cappelli nella zona nord di Londra) e Home Chic di India Madavi, architetta franco-iraniana nota per il bar del Connaught Hotel di Londra, per il Monte Carlo Beach di Monaco e per il Townhouse di Miami. Arte, design, moda. Gli ospiti che il Levee attrae o desidera attrarre, giovani cosmopoliti, il tipo di persone che apprezzano la presenza di qualche monografia di moda in salotto – meglio se di Raf Simons anziché di Giorgio Armani o Louis Vuitton. La general manager, Hadar Ben Dov, ha alle spalle studi nel campo della moda, allo IED di Milano, e li mette al servizio dell’ hospitality di lusso – un settore che oggi in Israele è una nicchia ma che fino a poco tempo fa era un vuoto assoluto.

Il Levee (facile pensare a una inglesizzazione del cognome ebraico Levi) è composto da otto appartamenti con cucina e lavanderia. Pensato per soggiorni medio-lunghi, offre l’intimità di un appartamento in un contesto di lusso. Complice la globalizzazione, i costi ribassati dei voli e lo smart working, sempre più persone prediligono questo genere di sistemazione ai tradizionali alberghi. Il concetto di home away from home, casa lontano da casa (esempio di marketing e pay-off di successo) si è diffuso tra tutte le gerarchie sociali – le piattaforme booking.com e airbnb mettono a disposizione appartamenti per affitti a breve termine anche a costi moderati. Chi può permetterselo va al Townhouse, al Cheval Harrington di Londra, alle Residenze Atellani di Milano o al Levee. 

Si trova nella zona residenziale di Neve Tzedek, al numero sedici della strada dedicata a Judah Halevi – poeta spagnolo del Dodicesimo secolo, autore di alcuni versi delle liturgie ebraiche. L’edilizia approssimativa degli anni Settanta (palazzi tirati su in fretta per far fronte ai flussi migratori), ha dato vita a contrasti (in alcune zone di Tel Aviv, Haifa, Nazareth e Gerusalemme), e a disastri architettonici in buona parte del resto del paese. Oggi a Tel Aviv esistono delle rigide linee guida riguardanti l’architettura, ma restaurare a norma costa cifre alte, soprattutto in termini burocratici. Nella Città Bianca – agglomerato urbano patrimonio Unesco dal 2013 – le case (bianche) sono state ristrutturate seguendo lo stile eclettico dei primi insediamenti. Il palazzo che ospita il Levee all’origine era su due piani; il terzo piano, che ospita l’attico, è stato aggiunto in seguito e contrasta nettamente con il resto dell’edificio, pur riuscendo ad armonizzare – una scelta voluta e studiata in modo da rappresentare la commistione tra vecchio e nuovo propria del quartiere e della città. 

Gli interni degli appartamenti sono stati realizzati dalla designer belga Yael Siso e presentano un’eleganza europea, pur mantenendo viva l’atmosfera originale del luogo. Elementi di Art Déco incontrano il design industriale. I pavimenti sono in legno mentre muri e soffitti sono stati spogliati di ogni traccia di intonaco. Su alcuni muri si vedono resti di conchiglie – il cemento, vecchio di cent’anni, è stato realizzato con la sabbia delle spiagge di Tel Aviv. Mobili di Molteni, Minotti, Cassina, Moroso, Mooi e Kristalia. Un grande divano in pelle scamosciata color petrolio, un tavolino basso con il  ripiano in marmo, una sedia in stile anni Cinquanta con lo schienale alto e sul terrazzo piantine di lavanda. 

Il Levee confina col quartiere Florentin, il quartiere degli studenti. Poco lontano c’è la vecchia American Colony, uno dei segreti meglio custoditi della città. Un distretto fatto di case di legno a due piani, costruite in stile New England da un gruppo di americani cattolici originari del Maine, sbarcati in Palestina nel 1866. Nel tardo 1800 la colonia venne occupata dai tedeschi, che vi fecero costruire una chiesa protestante. Oltre alla chiesa, nella Colony si trova ancora la vecchia Norton House – oggi Drisco Hotel – sede storica del brand Maskit, il primo marchio di alta moda israeliano, lanciato nel 1954 con il sostegno dello stato. Tel Aviv è la città più liberale del Medio Oriente, una vita notturna fatta di rooftop bar, club e musica elettronica. Tinder ha dichiarato al quotidiano locale Haaretz e al Jerusalem Post che il numero di utenti israeliani iscritti è alto ed è concentrato perlopiù in questa città. Esistono anche le varianti kosher dell’app: Jswipe e Jflix, dove la j sta per Jewish

Il governo di Netanyahu, in accordo con la fazione politica religioso-ortodossa, ha promosso una legge che impone a tutti i pubblici esercizi di chiudere durante lo shabbat. La legge non è stata ancora approvata dal Parlamento e per il momento è a discrezione delle singole amministrazioni locali. Se Gerusalemme, tra il venerdì pomeriggio e il sabato sera, è deserta, Tel Aviv è un vivaio ininterrotto di gente. I ristoranti chiudono tardi, i bar non chiudono mai. Anche se chi frequenta da tempo la città nota che la popolazione religiosa è in crescita (kippah, cernecchi, cappotti neri e, per le donne, parrucche e turbanti), crescono i negozi a.m.-p.m. (ampam per i locali). Se ci si sposta verso Jaffa, alle ore prestabilite, si sente il richiamo del Muezzin, da un minareto che svetta tra il mercato delle pulci, i caffé con i narghilé, i cocktail bar e i surfisti in stile californiano. In una città che non dorme, dove il traffico non si ferma mai, tutti parlano a voce alta e le case sono ammassate le une sulle altre, il lusso sta anche nello spazio e nel silenzio. I loft del Levee, con i soffitti alti e le stanze grandi, sono disegnati per dare ulteriore idea di vastità.


The Levee

16, Yehuda ha-Levi St

Tel Aviv-Yafo, Israele

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