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HEZHE FISH SKIN WORKSHOP. Salmon skin
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Da Galliano alla cultura Inuit, la pelle di pesce è materia prima per il tessile

Lo studio della lavorazione di questo materiale è occasione di incontro tra antropologia e moda e mette in rilievo aspetti sociologici spesso sconosciuti al mondo occidentale, come il ruolo delle donne

Una tradizione antica per un’economia circolare

L’uso della pelle di pesce per creare capi di abbigliamento non è una novità per le popolazioni artiche che vivono lungo i fiumi e le coste. Prove del loro utilizzo sin da epoche remote si trovano in Siberia, Scandinavia, Alaska, nell’isola di Hokkaido, a nord del Giappone, e nella Cina nord-orientale.
Le pelli di pesce provengono da scarti dell’industria alimentare e il loro utilizzo per la creazione di indumenti rappresenta un’applicazione del principio di economia circolare.

Le donne protagoniste

Lo studio della lavorazione di questo materiale è occasione di incontro tra antropologia e moda e mette in rilievo aspetti sociologici spesso sconosciuti al mondo occidentale, come il ruolo delle donne, responsabili della lavorazione delle pelli e spesso anche dell’approvvigionamento del pesce stesso.

Elisa Palomino, da John Galliano all’artico

Elisa Palomino è una stilista spagnola, nata a Valencia alla fine degli anni sessanta, che in oltre 25 anni di esperienza ha lavorato per alcune delle più importanti case di moda internazionali, tra queste Dior, Moschino, Roberto Cavalli, Diane Von Furstenberg e John Galliano, dove è stata studio director per oltre sette anni. Da circa dieci anni si dedica all’insegnamento e alla ricerca accademica, è direttrice del Fashion Print Department della Central Saint Martins di Londra e ha insegnato in diverse scuole di moda, dalla Parsons di New York al Polimoda di Firenze, sotto la direzione di Patrick De Muynck.

Nel 2017, sfruttando l’occasione offerta da un PhD del Centre for Sustainable Fashion del London College of Fashion, Palomino comincia a studiare la pelle di pesce come materia prima per l’industria della moda. L’ispirazione le viene dai suoi anni da John Galliano con il quale aveva indagato la cultura Inuit, scoprendo per la prima volta la pelle di pesce, presentata al Première Vision di Parigi da una conceria islandese. 

Mentre Galliano si era preoccupato di declinare questo materiale per il mercato del lusso, Palomino decide invece di approfondire gli aspetti culturali ed etnologici, scostandosi dai ritmi della moda e dandosi il tempo per studiarne l’utilizzo, presente e passato, attraverso il contatto con varie popolazioni indigene. Il fine è capire come la pelle di pesce possa essere funzionale al mercato della moda, ma anche portare la lavorazione di questo materiale all’interno delle scuole, educando i suoi studenti alla produzione sostenibile ed insegnando loro le varie tecniche di lavorazione, dalla conceria alla tintura. 

FishSkin Horizon 2020 – La pelle di salmone come alternativa alla pelle di serpente

Nel 2020 Elisa Palomino dà vita a FishSkin Horizon 2020, un progetto che si occupa di studiare le possibilità della pelle di pesce nel mercato della moda e del lusso come alternativa sostenibile ad altri pellami. 

«La pelle di pesce può essere più o meno rigida, nel mondo dell’arte viene utilizzata per diverse tecniche, dalla scultura all’origami – spiega Palomino – Assorbe bene il colore, può quindi supportare diversi tipi di stampe ed essere tinta anche con tinture vegetali. Io l’ho sperimentata con il ricamo e con la stampa digitale. Ci sono tante aziende che usano pellami “esotici”, per i quali l’animale viene ucciso solo per la pelle a differenza del pesce che viene anche mangiato. Mi piacerebbe che la pelle di pesce, in particolare quella di salmone, diventasse l’alternativa alla pelle di serpente.»

Urina e farina di mais come tecniche di conciatura

A seconda delle popolazioni con le quali Palomino è venuta in contatto ha scoperto diverse lavorazioni: «Gli Alutiiq e gli Athabaska, originari dell’Alaska, usano una tecnica di conciatura che prevede l’impiego dell’urina di neonati non ancora svezzati e nutriti esclusivamente dal latte materno – racconta – Nel nord-est della Cina, lungo le coste del fiume Amur e a poca distanza dalla Siberia, la popolazione nomade degli Hezhen per la lavorazione della pelle di pesce utilizza invece la farina di mais che si ricava in abbondanza dalle piantagioni della zona. Infine nell’isola di Hokkaido, in Giappone,  si utilizza la fumigazione, una delle tecniche più antiche, che consente di purificare la pelle e di lavorarla per realizzare gli stivali in pelle di salmone tipici della regione»

Una didattica manuale e sperimentale

Per quanto riguarda la didattica, la pelle di pesce offre un’alternativa a un sistema accademico sempre più teorico e imbrigliato nelle convenzioni definite dai grandi marchi. «Nel mio Fashion Print Department la vocazione è quella di creare con le mani. La pelle di pesce offre agli studenti  l’occasione di sperimentare, anche in maniera non convenzionale. Il processo di lavorazione dura fino a cinque giorni, richiede tempo ed energia ed è dunque importante utilizzare la materia in maniera accurata, il margine d’errore concesso è bassissimo. Gli studenti lo capiscono e si sforzano di creare oggetti bellissimi, senza sprechi.»

Ma fuori Londra, Palomino riesce a regalare ai suoi alunni esperienze ancora più coinvolgenti: «Con i miei studenti della Iceland University di Reykjavik, una volta siamo andati al mercato a comprare il pesce, l’abbiamo spellato e abbiamo lavorato la pelle seguendo tutti i passaggi, facendoci guidare dagli anziani del luogo. La sera abbiamo fatto una festa, cucinato il salmone che avevamo comprato e mangiato insieme all’ artista nativa che ci guidava. La prossima volta spero di poter anche pescare.»

Pelle di pesce: Colonizzazioni e proibizioni

Che la lavorazione della pelle di pesce sia arrivata sino a noi non è scontato, considerate le aggressioni che le popolazioni indigene hanno subito da parte delle varie potenze che hanno colonizzato i loro territori. 

Quando i giapponesi arrivarono a Hokkaido per esempio, privarono la popolazione locale della loro lingua madre e proibirono la pesca al salmone. Similmente accadde quando i russi e gli americani arrivarono in Alaska: prima proibirono la pesca, che rappresentava il principale mezzo di sostentamento, e poi imposero la religione cattolica mettendo fuorilegge le pratiche sciamaniche proprie della cultura aborigena. Per questo il lavoro di Palomino e le relazioni che crea tra i vari mondi, quello dell’arte e della moda, avvicinando i più giovani alle tradizioni antiche delle popolazioni con le quali è in contatto, acquista ancora più valore. 

Elisa Palomino – incontro tra culture

Lo scopo dei laboratori e della ricerca di Elisa Palomino, non è tanto quello di creare un indumento o una linea di abbigliamento, quanto fornire gli strumenti necessari alla lavorazione del materiale affinché ciascuno lo utilizzi come preferisce. 
Ogni tanto però, in occasione di qualche mostra o convegno, lei e i suoi collaboratori realizzano anche prodotti finiti. Anche in questo caso l’ispirazione viene dalle culture indigene, dallo stile di vita sviluppatosi in relazione al loro ambiente naturale e dal confronto con quello imposto dai colonizzatori.
Per la creazione di una giacca da esporre in occasione del convegno Responsible Fashion Series, tenutosi ad Anversa nel 2021, Palomino si è domandata che cosa sarebbe potuto succedere se, quando i giapponesi arrivarono a Hokkaido, anziché sforzarsi di sopprimere la cultura Ainu, avessero mescolato la loro conoscenza con quella indigena. Il risultato è un kimono in pelle di salmone, decorato con stampe katazome e immerso nell’indaco, il colore tradizionalmente utilizzato dai giapponesi per tingere il cotone.

Elisa Palomino 

Nel 2019, come professore associato della Central Saint Martins, ha vinto una borsa di ricerca del Fulbright Visiting Scholar Program per il suo progetto Indigenous Arctic Fishskin Clothing: Cultural and Ecological Impacts on Fashion Higher Education.

FISHSkin 

consorzio di ricerca di organizzazioni di sei diversi paesi che hanno investito per promuovere un progetto di economia circolare e sostenibile. Il consorzio è formato e supportato dal framework RISE (Research Innovation Staff Exchange) di Orizzonte 2020 e continuerà questa ricerca fino al 2023.

Sara Kaufman

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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