Eleonora Sabet
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Essere queer, solitudine, identità: Eleonora Sabet, la ricerca di sé nell’altro

Have you ever dreamed a day like this?: Milano Queer raccontata dagli scatti dell’artista milanese di origini siriano-palestinesi

Eleonora Sabet: andare al di là di ‘quella degli autoritratti’ 

Prima di questo suo ultimo progetto, che presto diventerà un libro, Eleonora Sabet non aveva mai fotografato nessuno in casa sua, se non sé stessa. Tanto che, «per un sacco di tempo gli altri mi hanno conosciuta e riconosciuta come ‘quella degli autoritratti’», una definizione divenuta a un certo punto limitante, nonostate il focus della sua ricerca artistica si concentrasse proprio sul suo corpo. «Anche oggi in un certo modo i miei ritratti sono autoritratti: probabilmente sono arrivata ad una consapevolezza talmente profonda di me e del mio corpo che non mi serve più inserire il mio volto, ma fotografo gli altri come fotograferei me». 

Fotografia, scrittura, calligrafia, stampanti, scanner e la tecnica collage: tra analogico e digitale, ogni mezzo per raccontare l’altro 

L’artista milanese di origini siriano-palestinesi lavora con la fotografia, la scrittura e la calligrafia, stampanti, scanner e la tecnica collage, assemblando immagini e parole come fossero elementi grafici che hanno un certo suono in uno spartito. Nata a Milano nel 1995 e ha scoperto la fotografia da giovanissima, cominciando appunto con l’autoritratto, che le serviva per operare un’indagine in particolare sulla propria immagine e sul proprio corpo, un rapporto complesso. «II fatto che oggi io non senta più la necessità di concentrarmi su questa analisi è per me molto significativo». Nel 2018 si è trasferita in Medio Oriente alla ricerca delle origini della propria famiglia e ha viaggiato tra Tanzania, Egitto, Libano, Palestina, Thailandia e infine Giordania, sviluppando progetti personali. In quest’ultimo Paese è rimasta bloccata durante la prima pandemia, dove ha continuato a lavorare con l’autoritratto raccontando la propria quarantena, un giorno alla volta. 

Il progetto fotografico Have you ever dreamed a day like this? e il collettivo usthey NARRATIVE

«Portando avanti per mesi Have you ever dreamed a day like this? – titolo dell’ultimo progetto – e rendendomi conto che queste foto parlano comunque di me, mi sono dovuta chiedere se e quanto stessi usando gli altri». Solo una delle numerose domande che si è posta nei circa 6 mesi del 2022 in cui ha sviluppato questa ricerca, mentre si chiudeva la parentesi del collettivo usthey NARRATIVE nato un anno prima con altri artisti e fotografi appartenenti alla comunità queer e a minoranze, con lo scopo di rappresentarle e accrescere la consapevolezza su queste tematiche. Di tante altre ha messo a fuoco la risposta una sessione di scatto dopo l’altra, replicando per ben 23 volte le medesime modalità, ottenendo ritratti in cui la luce naturale e i colori pastello accarezzano i soggetti e portano in quell’atmosfera onirica di cui dice bene il titolo.

Il processo creativo: uno specchio, un telo azzurro e una Leica digitale

«Quinto piano senza ascensore, non odiarmi», recita uno dei messaggi su WhatsApp che Eleonora mi invia insieme al numero sul citofono. Manca una decina di minuti al nostro appuntamento ed è troppo tardi per tirarsi indietro. «Ho scritto un messaggio simile a tutte le persone che sono state qui per farsi fotografare» spiega Eleonora, che finita l’intervista mi coinvolge nel processo che ha adottato con ogni persona coinvolta – soprattutto donne appartenenti alla comunità queer, ma anche non binary o di sesso maschile: dopo aver bevuto un po’ di vino rosso mi fa strada nella sua camera da letto, in cui uno specchio enorme fa da protagonista, circondato da un mosaico di istantanee mentre riflette un telo azzurro che copre il muro dal soffito al pavimento e che diventa spesso lo sfondo delle sua immagini, compresa la mia. Mi fa qualche scatto con una Leica digitale, poi impugna una vecchissima telecamera da pochi megapixel dei primi anni Duemila e scatta anche con quella. 

Lo scatto immediato alla ricerca della naturalezza: un rituale reiterato per ogni ritratto, con un rullino da 35 mm

«Per me lo scatto deve essere veloce, immediato, altrimenti non riesco ad arrivare a quella naturalezza che ricerco: questo non vuol dire che non aspetti, tanto che spesso i miei soggetti non si accorgono del preciso momento in cui avviene».  Sulla mensola all’ingresso ci sono almeno una decina di dispositivi analogici e digitali, ma poi, dice, usa quasi sempre gli stessi e visto il suo approccio alle immagini il mezzo non conta praticamente nulla. In Have you ever dreamed a day like this? tutti i soggetti sono stati ritratti con un intero rullino da 35 mm per ciascuno, una serie in digitale e alcune istantanee. 

Un progetto che parla dell’essere queer, di solitudine e identità

«Quasi non è importante chi c’è di fronte a me, quello che importa è come lo fotografo, in quale situazione, che replico sempre identica a livello di processo creativo». In sottofondo, si ripete la medesima playlist. «Quando poi la persona se ne andava dopo gli scatti, e io ero spesso sfinita dalle conversazioni personali che avevamo avuto, venivo in qualche modo travolta da un senso di abbandono emotivo: stavo ricreando ogni volta lo stesso trauma, che non ho ancora decifrato del tutto». Ogni volta che Eleonora parla di questo progetto con qualcuno è come se capisse qualcosa in più. «In generale, se oggi dovessi dirti una volta per tutte di cosa parla, ti direi che parla di me, del mio essere queer, di solitudine, di identità nel senso più ampio del termine».

La postproduzione azzerata, una stampa su carta opaca: i blocchi A4 di Tiger 

Per fare gli scatti che le servono di me ci vogliono pochi minuti: li scarica sul computer, regola leggermente i valori dal punto di vista della luminosità, del contrasto e della saturazione e poi li stampa su carta fotografica opaca – «a volte uso quella dei blocchi A4 di Tiger che strappo e rifilo in modo impreciso, meno costa e migliore paradossalmente è il risultato». Seduta sul pavimento, Eleonora impugna una taglierina e una squadra sbeccata per intervenire sulle immagini, che poi vengono incollate con un po’ di nastro adesivo su foglio o cartoncino, accanto alle parole di una frase quasi sempre scelta dal soggetto fotografato. Può essere il testo di una canzone, di una poesia, una citazione: io scelgo uno statement che trovo mi si addica. 

Editoria indipendente e fotografia analogia: le imperfezioni umane sono parte dell’opera

L’ultimo passaggio è la scansione, che riporta un’altra volta l’immagine e i suoi strati di diverso spessore in un unico livello digitale, comprese le imperfezioni dello scotch, i granelli di polvere, una macchiolina di caffè e qualche pelo di cane che ha ospitato a casa sua nei giorni precedenti. Quello è il file che spesso finirà su Instagram ed è anche quello che vedrà la stampa – il terzo momento di realtà – quando verrà fatto libro, mostra, o pagina in un cartaceo. «Quando i magazine mi chiedono di lavorare a un assegnato sono subito chiara con i photoeditor: quello che io fornirò loro sarà il file della scansione di un’immagine che avrò già stampato, e avrà quindi una certa grana e certi colori. Chi vuole immagini perfettamente nitide da studio sicuramente non dovrebbe chiamare me» 

Fotografi e Photoeditor: bordi imperfetti, tagli netti, parole scritte spesso a matita, la pressione che riflette lo stato d’animo: non copie o prove, solo originali

Essere la prima persona ad assistere a questo processo – o meglio, la seconda, dopo la sua ragazza, che una volta si è trovata a casa con lei mentre stava lavorando alla stampa e alla scansione di alcune immagini realizzate qualche ora prima – mi lusinga e in parte mi fa sentire responsabile non tanto di un segreto, ma di un momento molto intimo, in cui Eleonora spesso sfoga una sorta di turbamento e di emotività che nasce prima e durante lo scatto. «Se mi tenessi dentro quelle emozioni e pensieri starei malissimo. Non è che alla fine del processo io mi senta meglio ad averli tirati fuori, ma aver creato qualcosa per cui provo soddisfazione è come se mi permettesse di trovare una sorta di bilanciamento. È la stessa cosa che accade quando suono: l’importante è che non ci sia silenzio». Quel momento creativo quindi non è tanto veicolo di una catarsi, quanto un modo per incanalare, trasformare e compensare. Queste emozioni traspaiono nei bordi imperfetti, nella nettezza dei tagli operati intorno alle parole scritte spesso a matita secondo una pressione che riflette lo stato d’animo. La disposizione delle parole avviene in maniera sempre istintiva e unica, quasi se fossero più da guardare che da leggere. Non esistono doppioni delle sue opere originali, né copie o prove. Le uniche copie sono quelle dei file archiviati sul computer, cioè le scansioni delle immagini e delle parole definitivamente impaginate.

Un puzzle di ricerca personale: Eleonora Sabet

«L’editore che sceglierà di pubblicare questo libro dovrà accettare di mettere al suo interno le mie scansioni e di includere i testi, sono i miei unici compromessi». E soprattutto darle una mano a organizzare un’enorme quantità di materiale. Nessuno dei suoi soggetti verrà infatti escluso dalla pubblicazione, e per ognuno di essi Eleonora ha già scelto la foto che non potrà mancare, e che rappresenta per lei un momento di totale serenità. Potrebbe stampare il libro da sé a casa, incollarlo e venderlo, ma l’ha già fatto in passato ed è il momento di affrontare una nuova sfida. «L’autoproduzione è bella, ma fa già parte integrante del mio metodo creativo e del mio percorso autoriale: scatto e lavoro in un certo modo, e tutto questo viene giustificato dal tipo di persona che sono, dal modo in cui vedo il mondo. Il mio è un grande puzzle di ricerca personale, c’è chi ci mette anni a trovare il suo modo, io semplicemente cerco di non darmi troppe regole ma vado in quella direzione». 

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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