Raccolta delle reti portate in superficie tramite galleggianti
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Reti fantasma sul fondo del mare, tropicalizzazione, pesca intensiva: ci sono soluzioni?

Si stimano 14 milioni di tonnellate di microplastiche nell’oceano, una buona parte potrebbero derivare dalle reti fantasma: ridare vita ai fondali del Mediterraneo con Missione Euridice

I fondali del Mar Mediterraneo sono coperti da reti fantasma e rifiuti

La problematica delle reti fantasma è ritenuta di poco interesse e di conseguenza non ci sono sufficienti studi che dimostrino le conseguenze dell’abbandono delle reti sugli habitat marini. L’aumentare delle microplastiche è sempre più indagato, soprattutto dopo il ritrovamento di particelle di plastica nella placenta umana. Le reti abbandonate potrebbero essere una grossa fetta di questo problema. Stime affermano che negli ultimi 50 anni negli oceani si sono accumulati circa 24 trilioni di microplastiche.

Missione Euridice: il viaggio negli abissi per liberare il Golfo di Cefalù dalla reti fantasma.

Orfeo per amore scende negli inferi per riportare in vita la sua amata, Euridice. Così Andrea e Marco Spinelli, biologo marino uno e documentarista l’altro, sono scesi nelle profondità del Golfo di Cefalù per riportare in vita ciò che le reti fantasma stavano uccidendo.

Con reti fantasma sono chiamate tutte le reti e attrezzature da pesca accidentalmente (o meno) abbandonate in mare. Nei nostri mari ce ne sono talmente tante che è difficile fare una stima. Le reti non catturano solo quando in azione dai pescherecci ma se abbandonate continuano ad intrappolare i pesci e a soffocare i fondali, nonché a rilasciare quintali di microplastiche. La plastica che galleggia, compresa l’isola di rifiuti del Pacifico che misura 700.00 km², è solo una minima parte della plastica che inquina i nostri oceani: ogni anno negli oceani finiscono otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica e il 90% è sommerso. E solo una piccolissima parte pari al 9% della plastica recuperata in mare viene riciclata. 

Dalla prima immersione nella Secca dei Campanari nel Golfo di Cefalù fino a Prime Video

Marco racconta: «Nell’estate del 2020 ci siamo immersi nella Secca dei Campanari, uno dei luoghi con più biodiversità del Golfo di Cefalù. Durante l’immersione troviamo tutta la zona coperta di reti fantasma. Lì è nata l’idea di fare un piccolo documentario raccontare la problematica delle reti fantasma, perché, soprattutto nel 2020, era poco conosciuta. A dicembre 2020 abbiamo pensato di creare un vero e proprio progetto scientifico da un lato e divulgativo dall’altro per rimuovere le reti. Volevamo anche studiare l’impatto che hanno creato all’ecosistema marino. Verso marzo abbiamo lanciato una raccolta fondi, volevamo riuscire a liberare quel posto dalle reti in un modo o nell’altro. La raccolta fondi è esplosa e più di settecento persone hanno donato. A giugno abbiamo fatto la prima campagna per perlustrare il sito e capire quante reti c’erano sul fondo e ad agosto abbiamo rimosso le reti, fatto le riprese video e la documentazione scientifica. Poi è stato un susseguirsi di eventi, fino alla prima proiezione del documentario». Missione Euridice è visibile su Prime Video.

La legge SalvaMare del 2022: recupero dei rifiuti in mare ed economia circolare 

Da giugno 2022 è entrata in vigore la legge SalvaMare, legge che mette in atto misure per la lotta all’inquinamento delle acque causato dalla plastica, consentendo ai pescatori di recuperare i rifiuti ritrovati in mare aperto o accidentalmente pescati per riportarli a riva ed essere correttamente smaltiti. Cosa che finora non era concessa e i pescatori si vedevano costretti ad abbandonare i rifiuti in mare per politiche di anti-riciclaggio altrimenti avrebbero rischiato l’accusa di traffico di rifiuti. Scopo del ddl SalvaMare è contribuire al risanamento degli ecosistemi marini, promuovere un’economia circolare e sensibilizzare la collettività riguardo lo stato di salute dei nostri mari. Il ddl prevede misure per la raccolta dei rifiuti galleggianti oltre che nei mari anche nei fiumi, e detta i criteri generali per la disciplina degli impianti di desalinizzazione.

Il Parco Oceanografico di Valencia è il più grande parco marino Europeo: dipartimento di conservazione e biodiversità 

Andrea ha studiato biologia e ecologia marina, con un dottorato di ricerca in biologia applicata legata alla biologia marina. «Prima di finire il dottorato ho avuto la possibilità di lavorare all’Oceanografico di Valencia, dove mi sono occupato per circa quattro anni della parte della biologia degli squali – racconta. «Da circa un anno svolgo il ruolo di ricercatore presso l’istituto di ricerca dell’Oceanografico di Valencia. Ci dedichiamo alla biologia marina e ai sistemi marini, ma soprattutto alla conservazione e alla salvaguardia degli ecosistemi. Mi occupo principalmente della salvaguardia delle specie minacciate. Abbiamo molti progetti: uno riguardante le reti fantasma nel Mediterraneo, un altro riguardante la conservazione della Pinna Nobilis, [mollusco bivalgo che sta scomparendo dai nostri mari ed è in via d’estinzione ndr.], il recupero dei coralli del Mar Mediterraneo, e il recupero dei cavallucci marini e degli squali del mar mediterraneo. In parallelo porto avanti i progetti con Marco».

Il Parco Oceanografico di Valencia è il più grande parco marino Europeo. Situato nel complesso architettonico della Città delle Arti e delle Scienze, l’acquario riproduce i più disparati ecosistemi marini.

Dalla Sicilia nasce l’impegno per l’oceano e la conservazione degli ecosistemi marini: dai documentari di Jaque Cousteau ai propri

Originari di Caltanissetta, provincia dell’entroterra della Sicilia, Andrea e Marco trascorrevano tutte le estati a Cefalù. La passione gliel’ha trasmessa il padre, appassionato di immersioni e pesca in apnea. «Nostro padre ci faceva vedere i documentari di Jaque Cousteau – racconta Marco. «Quella per il mare è una passione che ci ha trasmesso in modo genuino e che abbiamo ritrovato nella nostra vita. Andrea l’ha trasformata in lavoro e io cerco di fare informazione raccontando il mare con i documentari. Andrea vive a Valencia e io a Milano, il punto d’incontro è sempre la Sicilia d’estate, sempre in mare. Vivendo tanto in acqua ci siamo resi conto che lo stato di salute del mare è pessimo. Ne è nato un piccolo cortometraggio, che poi si è evoluto in un vero progetto di salvaguardia».

Le reti fantasma: quanto male fanno agli ecosistemi marini? Quante microplastiche producono? 

«Il problema delle reti fantasma nel mar Mediterraneo è che è un mondo sconosciuto perché dal punto di vista scientifico non c’è quasi nulla rispetto al danno che arrecano agli ecosistemi marini» spiega Andrea «È normale che le reti comportino una parte sostanziosa di quello che è definito l’inquinamento invisibile dei mari, ovvero tutte quelle plastiche che si trovano al di sotto della superficie. Le reti fantasma soffocano completamente il fondo del mare, tutto ciò sito al di sotto delle reti, soprattutto l’habitat colarrigeno quindi coralli e gorgonie, è letteralmente soffocato. C’è quindi anche un problema biologico. A questo si aggiunge il problema delle reti che ogni giorno 24 su 24 catturano organismi marini che possono essere di ogni tipo dai pesci ai granchi, alle stelle marine o agli squali. Questo da un punto di vista quantitativo scientifico non è mai stato calcolato. Uno dei nostri obiettivi era proprio quello, ovvero cercare di valutare nel Golfo di Cefalù che danno hanno arrecato le reti all’ecosistema marino. Durante Missione Euridice abbiamo raccolto dei campioni sia di roccia che di sabbia nelle zone in cui erano presenti le reti fantasma per vedere se c’era stato un accumulo di microplastiche e abbiamo valutato la biodiversità subito dopo la rimozione delle reti e dopo un anno. I risultati hanno evidenziato che i livelli di microplastiche erano sicuramente dovuti alle reti che abbiamo rimosso e il posto dopo la rimozione si è ripopolato, ovvero dopo un anno la biodiversità è raddoppiata e il numero dei pesci anche. Questo per noi è stato il primo passo che ci da la possibilità di aprire terreno inesplorato dal punto di vista scientifico».

Le difficoltà di fare riprese sott’acqua

Per le riprese sott’acqua è necessaria un’attrezzatura specifica e un grado di attenzione altissimo. Marco si è occupato di tutte le riprese durante il documentario di Missione Euridice «Durante la missione c’è stata la prima settimana di test anche per capire i pericoli. Avere a che fare con le reti fantasma sott’acqua è pericoloso non solo per la fauna marina ma anche per i sub, soprattutto se si ha dell’attrezzatura ingombrante per riprendere perché si può restare impigliati. Durante la missione eravamo attrezzati, avevamo delle forbici speciali e coltelli per tagliare le reti. Spostando le reti si alzava una nube di polvere e detriti che rendeva impossibile la vista. Con le luci della fotocamera, come quando si illumina la nebbia, non si vede più nulla».

Mediterraneo: zone a rischio e tropicalizzazione

«Tutto il Mar Mediterraneo è a rischio» precisa Andrea «È uno dei mari più sfruttati al mondo soprattutto per quanto riguarda la pesca. Le risorse ittiche sono diminuite in maniera vertiginosa negli ultimi cinquant’anni. Le coste dell’Italia e della Spagna sono più a rischio perché sono le penisole che occupano più spazio nel Mar Mediterraneo. Le coste dell’Africa sono meno studiate e meno conosciute e quindi non sappiamo stimare le risorse in questo momento. Oltre a questo si aggiunge il problema della tropicalizzazione del Mar Mediterraneo. Anche il nostro mare soffre il cambiamento climatico: si sta surriscaldando, la temperatura è salita in media di un grado negli ultimi 10 anni. Se in questo periodo l’acqua in mare era di circa tredici gradi ora è di circa quindici. Questo influisce sugli ecosistemi marini e sugli organismi, perché sono abituati a un range di temperatura diverso. L’innalzamento delle temperature favorisce anche l’entrata nel Mediterraneo di specie tropicali, come lo squalo balena o il pesce scorpione che sono a tutti gli effetti un pericolo per i pesci che vivono nel nostro Mare».

La sovrappopolazione planetaria comporta una continua crescita della richiesta di prodotti dal mare

Secondo uno studio della FAO, il consumo mondiale di pesce per persona all’anno è passato da 9,9 kg negli anni ’60 a 17 kg nel 2007. È impossibile praticare la pesca in modo sostenibile, perché le reti catturano tutto senza fare distinzioni e spesso vengono pescate specie a rischio, tra più comuni tartarughe marine o delfini. La pesca con reti a strascico, ampiamente utilizzata nelle coste africane, raschia tutti i fondali e distrugge gli habitat coralligeni che attraversa.  

«Le problematiche sono varie ma in primis c’è la pesca intensiva di questi ultimi 20 anni. Quando c’era già poco pesce sì è pescato di più per pescare anche quel poco che restava, invece doveva essere fatto il contrario. È difficile parlare di pesca sostenibile. In Italia le regolamentazioni per la pesca non sono gestite in maniera eccelsa. In Francia è gestita meglio tramite i fermi biologici, ovvero dei momenti durante l’anno in cui non si deve pescare. E per fare ciò lo Stato paga i pescatori. Anche nella gestione delle aree marine protette in Italia siamo carenti. Abbiamo le aree marine protette più grandi d’Europa ma sono gestite male. In Francia, Corsica o Spagna hanno meno aree protette ma sono più tutelate. Cercare di migliorare le tempistiche della pesca durante il corso dell’anno, mettere dei limiti sui quantitativi di determinate specie e soprattutto degli squali, che negli ultimi 50-70 anni hanno subito una riduzione drastica: queste sono le azioni da fare se vogliamo dare un futuro al Mar Mediterraneo».

Quali specie sono più a rischio nel Mediterraneo? 

Il Mare Nostrum, ha una superficie pari a circa l’uno per cento degli oceani, ma ospita oltre 12.000 specie marine. Ovvero tra il 4% e il 12% della biodiversità marina mondiale. Molte di queste specie oggi però sono a rischio.

«Gli squali sono tra le specie più a rischio nel Mar Mediterraneo ma anche le razze, e in generale i elasmobranchi, pesci cartilaginei. Tra gli squali, quello bianco è in pericolo critico, così lo squalo mako, lo smeriglio e la verdesca che è una delle specie più pescate e commercializzate nel Mediterraneo. Mentre lo squalo martello è quasi scomparso. Sono a rischio anche i cavallucci marini e i coralli perché spesso sono trascinati dalle reti». Se scomparissero i grandi predatori del Mediterraneo questo metterebbe a rischio tutta la catena marina, creando gravi squilibri. 

Come sensibilizzare le persone ad avere più rispetto per il mare

«Serve avere più consapevolezza» racconta Marco «noi che ci occupiamo di questo e raccontiamo il mare, ci rendiamo conto che c’è molta ignoranza a riguardo, intesa nel modo più genuino del termine. Non c’è una colpa imputabile ma la realtà è che le persone non sanno cosa ci sia sotto il livello del mare. Non sanno cosa sia uno squalo, e pensano che in Italia nemmeno ci siano, hanno una concezione aliena del mare. Come se ci fosse solo uno squalo, quello delle rappresentazioni cinematografiche. Bisogna informare, divulgare e sensibilizzare le persone ed educarle, partendo dalle scuole. I ragazzi devono imparare a capire ciò che li circonda, non solo riguardo al mare ma all’ambiente a 360 gradi. Non si parla abbastanza di ambiente nelle scuole, dovrebbe essere una materia fissa per tutti. Perché soprattutto oggi si parla del futuro prossimo che i giovani vivranno. Questo è stato l’anno più caldo degli ultimi settanta anni per l’Italia, ma la narrazione si concentra su tematiche di poco conto. Ci sono mille modi di contribuire, a partire dalle associazioni. Iscriversi, partecipare agli incontri, far qualcosa da singolo individuo, non è retorica. Quando si parla di ambiente ci si sente dire, che se non fai tutto bene allora non stai facendo nulla ma non è così. Ognuno può fare la sua parte. Quello che cerchiamo di fare noi è informare in modo da creare più consapevolezza».

Shark preyed: al supermercato compriamo carne di squalo

Ogni anno in tutto il mondo vengono uccisi tra i 63 e i 273 milioni di squali, mentre meno di una decina di persone è uccisa da uno squalo ogni anno. E la maggior parte delle volte risultano essere incidenti.«Noi parliamo spesso di squali perché è una tematica che ci appassiona. Con loro si crea un’empatia come con ogni animale. Lo squalo non attacca l’uomo, bisogna saper capire le situazioni. C’è un muro tra le persone e il mare, viene visto come qualcosa di lontano, distante».

Shark Preyed, secondo progetto di Andrea e Marco, vuole raccontare il commercio legale di carne di squalo in Europa. È nato tutto dalla conoscenza del finning, pratica che consiste nel tagliare le pinne agli squali e ributtare l’animale mutilato in acqua. Lo squalo non potendo nuotare senza pinne si deposita sul fondale e muore di asfissia. Di solito però oltre ad asportare le pinne, la restante parte dello squalo viene commercializzata in tutto il mondo, soprattutto in Europa. Andrea: «La Spagna è stata la prima per esportazioni di carne di squalo nella decade 2010-2019. L’Italia invece è stata la prima per importazione di carne di squalo in tutto il mondo. Questo fa capire che c’è un commercio mondiale cospicuo che oltre per le pinne anche per la carne. Anche questa è una tematica poco raccontata, per questo ci siamo dedicati al commercio legale di carne soprattutto in Italia e Spagna. Volevamo anche raccontare il rapporto che si può instaurare con gli squali per far capire che non sono solo dei predatori temibili. Ci siamo immersi a Bermeo, in Spagna. Molti non sanno che ci si può immergere con gli squali in Europa e non solo nei mari tropicali».

Commercio legale e commercio illegale, non solo zuppa di pinna di squalo

«Più del 90% della popolazione degli squali sono a rischio nel Mar Mediterraneo e nei mari di tutto il mondo. Adesso sembra ci sia qualche speranza per proteggere più specie però forse potrebbe essere tardi, lo dico francamente» specifica Andrea.

La carne di squalo viene commercializzata con nomi comuni che non permettono di capire che si sta acquistando e mangiando carne di squalo, come pesce palombo, smeriglio gattuccio o verdesca. Queste sono tutte specie che si trovano nei supermercati comuni. A livello mondiale, l’Indonesia, con le sue 110mila tonnellate, è il paese responsabile del maggior numero di esemplari di squali, razze e chimere pescati ogni anno. Al secondo posto c’è la Spagna con 78 mila tonnellate. Ogni anno dall’Unione europea verso l’Asia vengono esportare più di 3.500 tonnellate di pinne di squalo. Il commercio legale prevede che lo squalo venga sbarcato con le pinne attaccate al corpo, e venga spinnato successivamente. La zuppa di pinne di pescecane è considerata un afrodisiaco prelibato. Specialità della cucina cinese è consumata come pietanza elitaria dai tempi della dinastia Ming. Questo piatto è considerato un simbolo di salute e prestigio. «La realtà è che spesso gli squali arrivano ai mercati già spinnati e in Europa si commercia principalmente la carne. In alcuni paesi la carne di squalo non viene consumata ma vengono pescati solo per alimentare il mercato nero di pinne per la Cina. La carne di squalo è una carne poverissima non è prelibata, in più contiene alte concentrazioni di mercurio, mentre la zuppa di pinna può costare anche fino a 300 dollari».

Cosa possono fare le istituzioni per tutelare il mare?

«Le leggi ci sono» precisa Andrea «Le aree marine protette sono uno strumento per salvaguardare gli ecosistemi marini e per restaurarli e portarli alle condizioni in cui erano dieci o vent’anni fa. Le aree marine protette possono portare all’intera restaurazione di ecosistemi marini. Si dovrebbero gestire meglio le grandissime aree marine protette che abbiamo nel Mediterraneo e soprattutto si dovrebbero incentivare i progetti di conservazione e restaurazione degli ecosistemi marini. Sono problematiche gravi ma si può ancora tornare indietro perché quello che i progetti hanno evidenziato è che hanno buone riuscite. Il problema è che questi progetti non sono finanziati abbastanza, spesso vanno avanti grazie al volontariato delle persone. Bisogna incentivare i progetti dei giovani, perché ancora oggi molti progetti passano dalle università, ma questo comporta infinita burocrazia e tempi dilatati».

Andrea Spinelli

Biologo marino presso l’Oceanografico di Valencia, Spagna. Andrea è parte del Dipartimento di Biologia, Area Oceani. Sommozzatore OTS, è specializzato nella conservazione degli ambienti marini, nella biodiversità nel Mar Mediterraneo ed ecologia di specie marine a rischio.

Marco Spinelli  

Videomaker e documentarista. Laureato allo IED (Istituto Europeo di Design), realizza contenuti che spaziano dai documentari, ai videoclip, al reportage, alla fotografia e riprese subacquee. È attivo sui social come creatore di contenuti informativi e divulgativi che sensibilizzano le persone ad un rapporto con l’ambiente più consapevole e rispettoso. 

Domiziana Montello

Pesci intrappolati nelle reti fantasma, Golfo di Cefalù
Missione Euridice, Pesci intrappolati nelle reti fantasma, Golfo di Cefalù 2020
Studio scientifico dei fondali
Missione Euridice, Studio scientifico dei fondali 2020

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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