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Il cast di Pork1
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Anni Settanta: moda o stile? Anni che rimangono moderni come le canzoni

Contrasti, ribellioni, contraddizioni e canzoni: la violenza politica scuoteva il cervello, la rivoluzione sessuale era libertà: la presunzione inventò il carattere, negli anni Settanta – uno stile che supera la moda e diventa cultura

Anni Settanta – le grafiche e i colori entrarono nell’immaginario collettivo: un’identità estetica ispirata all’Antico Egitto

Quando nel 1922, Howard Carter scoprì la tomba di Tutankhamon e le prime immagini circolarono sul Times, quelle grafiche, gli accostamenti di colori, le strisce e le geometrie, invasero l’immaginario collettivo e il gusto del tempo, e contribuirono a formare quello che oggi ricordiamo come il periodo dell’Art Decò. Cinquanta anni dopo, esattamente nel 1972, una mostra al British Museum mise in mostra una gran parte degli elementi ritrovati nella tomba, e l’estetica dell’Antico Egitto si impose ancora sulla produzione visuale contemporanea. Quelle stesse grafiche, gli spessori cromatici, le bordature nere sugli occhi del faraone, composero ancora una volta un’identità visiva – così forte che oggi con molta facilità la riconosciamo come l’estetica degli anni Settanta.

Gli anni Settanta, la ribellione contro il perbenismo, lo Studio 54 e le canzoni, quante canzoni

L’età dorata del boom era conclusa. La prosperità aveva creato una solidità borghese che si mostrò come conformismo. Il perbenismo si consolidò tra gli adulti, divenne la nuova formalità: il perbenismo produsse la stessa rigidità con cui la nobiltà aveva mantenuto le differenze di classe per tanti secoli precedenti. Per Capote non era più tempo: Answered Prayers rimase una preghiera sospesa – il suo libro, Capote non lo finì – Capote finì sotto tranquillanti, millantando intimità con Greta Garbo e storie d’amore con Errol Flynn. Capote crollò. I giovani esplosero pretendendo una nuova libertà – di fatto e di parole.

Tutti si ribellarono. New York andò giù – non nel senso di affondare, ma di spostarsi a Downtown. Dopo uno scrittore rock star, ora toccava a un pittore: Andy Warhol. Suo fu un regno di confusione allucinante – artisti, scrittori, musica, cinema, cocaina e sesso. Le Dancing Queen degli Abba erano ovunque. Tutto in mostra, per apparire, farsi vedere. Soldi. Un avvocato lo si poteva trovare a Seattle, a Londra o a New York, ed era la stessa cosa. A New York la possibilità di divulgare arte e creatività diventò maggiore – anche Elio Fiorucci, da lì a poco sarebbe diventato the Greatest Dancer. Tutto ciò nell’immaginario collettivo, significa ancora Studio 54 che aprì la porta, la prima volta il 26 aprile del 1977. I will survive cantava Gloria Gaynor – non era una speranza ma una presa in giro. Quante canzoni. Chiunque possedeva facoltà di muovere pubblico e mercato, entrava lì. Mick e Bianca Jagger, Diana Vreeland, Halston, Mikhail Barishnikov. Tom Ford con Calvin Klein, dormivano di giorno. Donald Trump, Liz Taylor e Paloma Picasso. La stampa disse che lo Studio 54 incassò nel primo anno sette milioni di dollari, disse che soltanto la mafia aveva un business di tale portata. Il capo dello staff della Casa Bianca sotto Carter, Hamilton Jordan, fu accusato di sniffare cocaina nelle cantine del locale. The End of Modern Day Gomorrah, il motivo dell’ultima notte, Stallone bevve l’ultimo bicchiere. Poi la chiusura. Nelle pareti, sotto gli intonaci, furono trovati soldi e droga. 

Luchino Visconti e Helmut Berger – l’omosessualità e il cinema degli anni Settanta, Marlon Brando e Jack Nicholson

Progenie di nobiltà decadente, Visconti colse la ricchezza culturale, monetaria, sociale e mondana delle proprie origini, producendosi in attività artistica – esattamente come fecero Marie Laure de Noailles, Charles Beistegui, Marie-Hélène de Rotschild e altri milionari, senza prodursi in attività artistica. Visconti fece per il cinema quello che Lagerfeld e Saint Laurent hanno fatto per la moda: mescolare, mescolare alto e basso, arte e mondanità, bellezza e commercio, cultura e vizio. Tramite Toscanini, Visconti si era innamorato dell’opera, tramite Coco Chanel era diventato aiuto regista di Jean Renoir. Si era avvicinato ai militanti di sinistra in Francia, era andato a Hollywood. Era stato imprigionato in guerra, aveva rischiato l’esecuzione, aveva diretto la Callas alla Scala – sembra un capitolo dell’Anonimo Lombardo di Arbasino. Scelse Alain Delon che grazie a lui ottenne la celebrità internazionale. Scelse Helmut Berger per La Caduta degli Dei (1969) per Ludwig (1973) – come compagno di vita. Scelse e riscelse Romy Schneider, e Claudia Cardinale. Visconti significa le immagini più belle del suo tempo, fra Antonioni e Jack Nicholson. 

Marlon Brando fu l’incarnazione dell’attrazione fisica, fu una delle immagini con cui Hollywood si impossessò del mondo. Nel 71 fu il Padrino, nel 72 recitò in Ultimo Tango a Parigi. Nel 76 in Missouri con Jack Nicholson. Si dice che nessuno abbia sedotto più donne di Marlon Brando. “Homosexuality is so much in fashion, it no longer makes news. Like a large number of men, I, too, have had homosexual experiences and I am not ashamed. I have never paid much attention to what people think about me. But if there is someone who is convinced that Jack Nicholson and I are lovers, may they continue to do so. I find it amusing”. Alla morte di Brando, Nicholson ha acquistato la casa di lui per demolirla, in rispetto – comunque sia, amore. 

Dagli amanti alla politica, dai divorzi alle canzoni: gli Anni Settanta agli opposti, tra Pamela Churchill e Lou Reed?

Erano gli anni Settanta quando Pamela Churchill si trasferì a Washington. Aveva già dal figlio di Winston, dedito al bere e al gioco, cominciato e concluso diverse relazioni – viene da dire con un’attenzione scientifica, se si considera la carriera diplomatica. Ali Khan, Alfonso de Portago, William S. Paley, Elie de Rothschild, Maurice Druon, Stavros Niarchos. Sposò in terze nozze Averell Harriman nel 1971. Una dedizione infinita ai desideri del suo uomo e alle sue preferenze – Paley la definì the best courtesan of the century. Contro l’ironia, è stata ambasciatrice degli Stati Uniti in Francia, di nuovo, contro l’ironia, durante la presidenza Clinton. Fu la prima a comparire con il suo neonato sulla copertina del Time, fotografata da Cecil Beaton, e se si riferisce a lei, lo si fa con il titolo di The Honourable

Canzoni perenni, musica da ascoltare ancora fra le pagine di Arbasino, nei tentativi di Nureyev per tenere nascosta l’Aids, negli elettroshock con cui cercarono di guarire Lou Reed – e invece nel 1975 ne venne fuori Metal Machine Music, «No one is supposed to be able to do a thing like that and than survive». Lou Reed fu preso in parola, migliaia di persone riportarono il disco al negozio. Lou Reed non rinnegò mai niente, avrebbe continuato anche se ad ascoltarlo fossero rimasti solo Bowie, Warhol, Alice Cooper e Iggy Pop. Continuò a cantare di prostituzione, famiglie lacerate e abuso domestico, dipendenza da droghe, suicidio e costrizione. E continua a farlo, perché non è una bugia – la musica non si ferma.

A Beautiful Fall: gli anni Settanta a Parigi raccontati nel libro di Alicia Drake: gli eccessi di Lagerfeld e Saint Laurent

A Beautiful fall – è il titolo di un libro di Alicia Drake pubblicato nel 2006: racconta la storia di due uomini che della loro decadenza hanno fatto, continuano a fare meraviglia, così come di tutta la loro esistenza. Fashion, genius and glorious excess in 1970’s Paris, recita il sottotitolo. Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld avevano cominciato insieme, nel ’54. Lagerfeld da Balmain, Saint Laurent da Dior. Avevano litigato per una donna, per accompagnarla a casa. Nessuno dei due aveva avuto il coraggio di accompagnarla nel letto. Nel ’58, Saint Laurent era uscito sul balcone di Avenue Montagne, una folla lo aveva applaudito. Quando vissero gli anni Settanta, crearono una lotta fra due fazioni, due clique. Per Saint Laurent – Lou Lou de la Falaise e Thadeè Klossowski, Paloma Picasso, Bianca Jagger. Per Lagerfeld – Arturo Lopez, Anna Piaggi, Pat Cleveland. Erano applauditi quando entravano insieme a La Cupole, tale era il fascino e l’esuberanza che emanavano in gruppo. Jacques de Basher fece innamorare entrambi, ma restava con Lagerfeld – Pierre Berger lo definiva dannoso per l’azienda. Scontrandosi, le due clique facevano brillare la città, un turbinio di bellezza e colore e notti e feste su un’isola al Bois de Boulogne. Travolsero le strade di Sarte e della Beauvoir, come un lampo elettrico che un giorno avrebbe poi avvinghiato i sognatori di Bertolucci, rendendoli farfalle fosforescenti. 

La letteratura sarebbe diventata una stoffa, la pop art trovò Bernard-Henry Lévy, Kenzo, Dalida, Boris Vian e Juliette Gréco e Marie-Hélène Rothschild nel suo palazzo su l’Ile de Saint Louis. Chi era parte di una delle due clique lo era perché possedeva una personalità tale da essere ispirazione per i due rivali. Per Saint Laurent e per Lagerfeld, i loro amici erano un continuo stimolo estetico, un laboratorio di azzardi e coraggi, sconfitte e rivincite, moltiplicatori di fantasia, disinibizione e libertà. Un amico, un amante, una passione passeggera – meraviglie per cui emozionarsi e ingelosirsi. E dalla gelosia e dalla rivalità costanti si scatenava la tensione che diventò creatività e instabilità mentale, fisica. La felicità non fu la loro priorità, così come non lo furono salute e tranquillità. Morire, decadere – sempre e solo bellezza. 

A Beautiful Fall – la bellezza della decadenza, che sia tragedia o che sia ritiro, il fascino della fine: l’ultima apparizione di Mina

A Beautiful Fall. L’icona di Jackie non sarebbe così forte se il cranio di suo marito non le fosse esploso fra le braccia, se lei non si fosse lanciata sul cofano dell’auto per recuperarne un pezzo. Non sarebbe così forte, se questa scena non fosse visibile nello Zapruder film, livello amatoriale, oggi un clic su YouTube. Le morti tragiche portano leggenda, niente colpisce l’immaginario collettivo più della morte. Chet Baker cadde dalla finestra di un albergo, Grace Kelly da un dirupo, Gianni Versace sui gradini di Miami – la Versace divenne la casa di moda con la più forte visibilità. I funerali di Dior, quelli di Evita come quelli di Balthus e di papa Wojtyla sono stati momenti mediatici la cui emozione ha pervaso le anime – persone e potenza intorno a una bara. Un funerale è il miglior modo per un ritiro di scena, certo il più facile – perché dire ho finito, ritirarsi e non c’è altro da aggiungere, può essere molto duro. Poi si sente la mancanza della luce. Ritirarsi come si deve, con bellezza, è difficile, veramente difficile. Billboard Hit, UK Top e Bossanova contro la morale cattolica borghese la relazione con un uomo sposato: Mina è una delle poche donne al mondo che ne è stata capace – di ritirarsi – oggi sempre e più leggenda, senza dover morire. L’ultima apparizione pubblica di Mina fu il 23 agosto 1978 alla Bussola, un anno prima che io che scrivo nascessi. 

Uscire di scena è l’apoteosi di una decadenza. La decadenza è fascino, qualcosa che sta cadendo, nella lentezza e nella calma – basta polemiche e clamore, basta rigore, niente più morsi. La decadenza è qualcosa che non c’entra niente con un corpo invecchiato, malato e fotografato. Oggi Romy Schneider è passione, Alain Delon è una comparsa in TV. La Schneider si suicidò dopo aver visto suo figlio infilzato da un’inferriata. Delon ha dichiarato di aver sempre sofferto la depressione. Insieme, furono l’immagine più bella del secolo del cinema, che ancora lascia le bocce aperte, il cuore in tumulto. La felicità è per le persone semplici, non è interesse degli dei – o di chi arriva ad assomigliare loro – dei divi. Chi chiede di creare, impressionare e decidere – in cambio deve essere disposto a morire. Gli dei non hanno mai paura di morire, perché sanno che la loro vita è meno importante di quanto hanno fatto e detto, di quello che sono stati.

Carlo Mazzoni

Rafael Lopez-Sanchez e Paloma Picasso, in Yves Saint Laurent Couture, al gala d’apertura del Festival Internazionale di Danza e Teatro agli Champs-Élysées. Parigi, Ottobre 1978
Rafael Lopez-Sanchez e Paloma Picasso, in Yves Saint Laurent Couture, al gala d’apertura del Festival Internazionale di Danza e Teatro agli Champs-Élysées. Parigi, Ottobre 1978

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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