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Alexander MQueen, Access-Able, 1998(1)
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Moda inclusiva, interviene Elisa Fulco. Dal Do It Yourself all’Adaptive fashion, McQueen apriva la strada

Il potenziale mercato globale dell’abbigliamento adattivo arriverà ai 350 miliardi di dollari entro fine anno – Cosa significa adaptive fashion?  Intervista a Elisa Fulco, inclusione sociale e diversità umana nel suo manifesto

Abbigliamento adattivo – definizione e significato. Fashion Able?  Alexander McQueen apre la strada alla rappresentazione della diversità umana e di inclusione nella moda

1997. Nick Knight e Alexander McQueen avviano la loro prima collaborazione. Una fotografia di Devon Aoki in abiti McQueen presenta un effetto straniante, dovuto a una post-produzione che trascende il realismo. La giovane appare come una geisha bionica, con un occhio velato di blu e uno squarcio sulla fronte tenuto insieme da una spilla da balia da cui germogliano fiori di ciliegio. L’anno successivo il duo sfida nuovamente il canone del tradizionalmente bello con la curatela del magazine Dazed and confused, cui McQueen si presta come Guest editor. Il numero si chiama Fashion Able? e i soggetti dell’editoriale sono persone disabili. Tra questi, il ballerino David Toole, la cui malformazione alle gambe aveva costretto i medici all’amputazione quando aveva solo diciotto anni, e l’atleta paralimpica Aimee Mullins. Ad accompagnare le immagini, quattordici pagine dal titolo Access-Able descrivono un ambiente, quello della moda, che lasciava svestiti i corpi non mainstream tramandando un ideale di bellezza irreale. L’obiettivo di McQueen era di dar vita ad un progetto corale, che facesse della moda uno spazio di inclusione e baluardo della diversità umana.

Cosa significa Adaptive fashion? Una definizione della moda adattiva e inclusiva di abbigliamento adattivo

«L’Adaptive fashion – anglicismo per moda adattiva – è una moda pensata per tutti i corpi, con disabilità sia fisica che mentale, temporanea o permanente», spiega l’esperta di responsabilità d’impresa e inclusione sociale Elisa Fulco. «Nasce negli Stati Uniti come soluzione medica per le sopraggiunte difficoltà dei reduci di guerra. In precedenza la logica era quella del Do It Yourself – Fai Da Te diremmo in italiano – con soggetti disabili costretti ad adattare abiti comuni alle esigenze della propria persona. Nel momento in cui si è compreso che il bisogno era reale, allora è nata la moda per persone con handicap. Qui il linguaggio è importante perché ci racconta di un’evoluzione in termini di sensibilità: dalla moda intesa come bisogno speciale al cosiddetto Design For All, espressione che identifica una progettazione di moda adeguata a tutti. Si tratta di un passaggio fondamentale che ha il suo centro nel concetto di stile, ovvero nell’idea che ogni persona abbia diritto ad avere abiti che siano non solo comodi ma anche identitari. È un discorso che va al di là delle aperture, delle cerniere e dei bottoni magnetici: elementi funzionali e indispensabili a chi è privo di una manualità fine. È un discorso di identità». 

Moda e inclusione: Gucci e la prima modella con la sindrome Down; Caroline Casey con The Valuable 500; Prada

Al modello di McQueen ne sono seguiti altri. Gucci, sotto la guida di Alessandro Michele, nel 2020 ha fatto di Ellie Goldstein la prima modella affetta dalla sindrome di Down. La coscienza di una molteplicità di rappresentazioni possibili è stata ulteriormente provata da Caroline Casey che, con il movimento The Valuable 500, ha invitato marchi e produttori a inserire l’inclusione delle persone disabili nella propria agenda di moda. Il primo ad aver risposto alla chiamata è stato il Gruppo Prada. 

Tu es canon. Pour une manifeste de la mode inclusive – il manifesto di Elisa Fulco e Teresa Maranzano per raccontare la diversità umana e la moda inclusiva

Elisa Fulco, insieme a Teresa Maranzano, ha redatto il manifesto Tu es canon. Pour une manifeste de la mode inclusive che, promosso dall’Associazione ASA-Handicap Mental di Ginevra, analizza il tema della rappresentazione della diversità umana e della moda inclusiva.

«Il punto chiave del manifesto è che, se si vuole fare una moda inclusiva, non si può togliere la parola ai diretti interessati. Il testo è un lavoro collettivo: venti persone dell’associazione ASA-Handicap Mental di Ginevra provenienti da luoghi diversi, con differenti tipi di disabilità o prive di handicap, si sono interrogate su una pluralità di temi. Quali sono i bisogni delle persone con disabilità? Quali sono i loro desideri? Perché si crede che non siano interessate alla moda? Il risultato di tali interrogazioni è confluito in sette punti. Tra questi, l’autonomia, ovvero la possibilità di vestirsi senza aiuti esterni, l’ergonomia, intesa come una serie di soluzioni che facilitano la vestizione, e il diritto ad avere un proprio stile. Quest’ultimo punto si lega al tema dell’intersezionalità, per cui una persona disabile può coincidere con una personalità queer o con una determinata etnia. I bisogni e i desideri dei singoli devono avere traduzione negli abiti. In molti rivendicano la necessità di una moda adattiva che rappresenti per intero lo spettro degli stili possibili».  

Alla base di una moda inclusiva c’è la co-progettazione. Il Manifesto di Elisa Fulco ha punti in comune con Design For All, documento programmatico della fine degli anni Novanta

«Alla base c’è la co-progettazione, e dunque il coinvolgimento delle persone disabili nelle attività. In termini di formazione bisogna agire sugli atenei proprio perché nel mondo sono ancora pochi gli istituti che progettano per chi ha differenti abilità. La richiesta da parte della comunità è quella di fornire dei modelli di diversità e farsi così portatori del cambiamento. Il manifesto è pensato anche per le scuole di moda, all’interno delle quali si deve saper accogliere, conoscere e ragionare, anche se il tutto non confluisce in una progettualità. La moda è uno spazio ampio, in cui ciascuno sceglie la propria nicchia, ma il punto di partenza deve essere la conoscenza. Non è un caso che ci siano diversi punti in comune con il manifesto Design For All, un documento programmatico redatto alla fine degli anni Novanta per la progettazione universale. Da allora sono state introdotte diverse misure per la disabilità che sono poi servizi a beneficio comune. Basti pensare alle strisce pedonali, ai semafori, ai comandi vocali o al touch screen, solo per citare gli esempi più noti». 

I dati di mercato nella comunicazione della diversità umana: la moda delle Maison è diventata più inclusiva o è diventata più inclusiva rispetto a me? 

La piattaforma di informazione Coresight Research ha stimato che il potenziale mercato globale dell’abbigliamento adattivo arriverà ai 350 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Secondo quanto riportato dal U.S. Centers for Disease Control and Prevention circa la metà degli adulti americani ha esigenze fisiche non supportate dal mercato dell’abbigliamento. Le tavole rotonde sul tema dell’adaptive fashion che hanno tenuto banco negli anni non sono, dati alla mano, un tema solo di reputation, ma anche di mercato.

«Non si tratta di riflessioni dell’ultima ora. Già negli anni Cinquanta era presente sul mercato americano un brand di moda, Functional Fashions, impegnato nella progettazione di abiti per persone con differenti problematiche. Dunque la moda adattiva ha a che fare con una ricerca di lungo periodo, con un preciso profilo temporale. Un tema nodale è come trasformare questo soggetto non solo dal punto di vista della ricerca estetica, ma anche del mercato. In Italia il 5% della popolazione presenta una disabilità, parliamo quasi di tre milioni di persone. Se poi allarghiamo questo spettro ai cinque continenti, allora possiamo vedere quanto sia esteso il bacino di prodotti che possono rispondere a questo target». 

L’inclusività nelle campagne di moda è stata inizialmente affrontata come inclusione delle etnie

«La rappresentazione rimane il tema reale. L’inclusività nelle campagne di moda è stata inizialmente affrontata come inclusione delle etnie. Già negli anni Settanta avevamo le prime modelle di colore. Con gli anni Ottanta sono arrivate le modelle oversize, seguite a ruota dall’entrata di target e soggetti differenti. Pioniere in tal senso, Alexander Mcqueen con il suo editoriale-manifesto del 1998 dal titolo Fashion Able? lamentava un’idea di moda corrispondente a corpi magri e pelli chiare. Collaborando con attivisti e associazioni, egli ha portato sul set fotografico e sulla carta stampata corpi diversi, precedentemente esclusi dalla rappresentazione volutamente estetizzante dei magazine di settore.  Un altro caso è quello di Tommy Hilfiger e della sua linea Tommy Adaptive, lanciata nel 2017. Il progetto in questo caso è stato reso possibile anche dalla presenza di una filiera produttiva importante, dal supporto dell’organizzazione non-profit Open Style Lab e dal programma di ricerca della Parsons School of Design».

«Quello che bisogna evitare è limitarsi a rappresentare senza cambiare. La domanda da porsi in questo caso è: la moda è diventata più inclusiva o è diventata più inclusiva rispetto a me? Un esempio virtuoso in tal senso è stato il numero di Vogue British dello scorso maggio, che ha portato in copertina cinque donne disabili sotto la direzione dell’attivista Sinéad Burke. Il tema dell’accessibilità della carta stampata si è risolto nella doppia versione in braille, la forma di scrittura e lettura tattile usata dai non vedenti. Il cambiamento non deve tuttavia riguardare solo l’oggetto, ma anche l’architettura degli spazi, l’ambiente e le luci dei luoghi della moda e dell’editoria di moda. La disintermediazione, ovvero la riduzione del ricorso a intermediari in favore di una comunicazione diretta con i soggetti, è un primo passo».

La moda parla ancora per generi e taglie? L’assenza di modelli plus size ha radici culturali: divergenze di aspettative sociali nei corpi maschili e femminili 

«I confini tra maschile e femminile si stanno allentando, complici le collezioni genderless. Non riconoscersi in un’identità costretta all’interno di abiti dalla sagoma strutturata per generi o taglie è un’affermazione che oggi può trovare riscontro anche nell’alta moda. Per avere un’idea precisa del cambiamento consiglio di leggere i numeri delle sfilate. Per esempio, guardando alle settimane della moda dello scorso settembre, i numeri di persone con disabilità in passerella erano minimi, con qualche eccezione a Londra e New York. Dunque, i numeri ci dicono che talvolta quello che appare non corrisponde alla realtà, e talvolta si torna indietro dal punto di vista della rappresentazione».

 «La scarsezza di modelli plus size è un fatto culturale. L’aspettativa rispetto al corpo e l’idealizzazione delle forme è un tema tradizionalmente legato al femminile. Nel nostro immaginario la donna in carne è più difficile da accettare rispetto all’uomo. È un tema di aspettativa sociale che sull’uomo ha meno pressione. Pensiamo banalmente all’invecchiamento: nonostante la realtà ci dica che le donne oggi si mantengono meglio degli uomini, la narrativa comune ci dice che il sessantenne è affascinante, mentre la donna è in età avanzata. Anche qui il cambiamento è in atto e il tema dell’età sta entrando finalmente in dialogo con la moda. Questo in passato ha tagliato fuori una fetta importante del mercato. Bisogna poi considerare che la moda è creata per lo più da uomini, e perciò risente di uno sguardo maschile che genera ancora sofferenza, oggi espressa nel neologismo del body shaming. In definitiva, c’è ancora tanto da fare in termini di accettazione e normalizzazione: finché un corpo verrà visto come un’eccezione, ci sarà ancora lavoro da fare. Accettare l’altro così com’è deve diventare un valore sociale. Nessun corpo dovrebbe suscitare sorpresa o imbarazzo». 

Elisa Fulco

Storica dell’arte contemporanea, Elisa Fulco lavora come curatrice di mostre e di progetti di comunicazione e di formazione per aziende e fondazioni d’impresa, occupandosi di responsabilità sociale d’impresa e di inclusione sociale attraverso la cultura. Dal 2004 al 2001 ha ideato e curato il progetto Acrobazie incentrato sul rapporto tra arte contemporanea, welfare e cultura d’impresa. Dal 2020 è curatrice insieme a Teresa Maranzano del progetto Tu es canon. Pour une manifeste de la mode inclusive (ASA Handicap Mental, Ginevra, 2020-2023), che è diventato un omonimo libro (2022).

Nel 2020 Elisa Fulco ha vinto con l’Associazione Acrobazie la IX edizione del Bando Italian Council con il progetto L’Habit Habité dell’artista Sissi e nel 2021 la X edizione del Bando Italian Council con il progetto The Swing of Ingustice dell’artista Anila Rubiku, esposto nella Biennale di arte e architettura di Vierzon (settembre 2022). Dal 2021 è tra i partner del progetto europeo Graffiti Art Prison (GAP). Nel  2022, segue il progetto Il mondo dentro per l’Istituto Minorile di Palermo,  sul tema del colore, attraverso workshop con artisti e docenti di varie discipline.   Attualmente cura insieme ad Antonio Leone il progetto Spazio Acrobazie. Laboratorio produttivo e di riqualificazione attraverso la mediazione artistica (2022-2024). Da maggio 2020 fa parte del gruppo promotore del CCW- Cultura Welfare Center.

Stella Manferdini

Ellie Goldstein x Gucci Beauty, 2020
Ellie Goldstein x Gucci Beauty, 2020
Alexander MQueen, Access-Able, 1998(2)
Alexander MQueen, Access-Able, 1998(2)

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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