Mining Photography, Optics Division of the. metabolic studio, Lake Bed Developing Process, 2013
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I vegani non possono essere fotografi: Mining Photography

Fotografia ed ecologia: la storia sui materiali utilizzati per il suo sviluppo diventa un racconto di politiche capitaliste, di sfruttamento di risorse naturali e animali

Mining Photography al Museum für Kunst und Gewerbe

La fotografia sin dalla sua nascita ha dipeso dall’estrazione e utilizzo di risorse naturali (e animali).

A fine Ottobre si è conclusa ad Amburgo la mostra Mining Photography: The Ecological Footprint of Image Production ospitata all’interno del MK&G (Museum für Kunst und Gewerbe) e dedicata a alla storia delle risorse utilizzate per la produzione e sviluppo delle fotografie, rame, argento, carbone, carta. Materiali che hanno contribuito all’evoluzione del processo fotografico e al raggiungimento di livelli di produzione su scala mondiale ma non senza conseguenze ambientali che la mostra racconta in quanto parte della storia.

Lampoon intervista Boaz Levin, scrittore berlinese, video maker e uno dei curatori della mostra.

«La mostra Mining photography è nata dalla presa di coscienza  che nonostante la fotografia sia stata da sempre intrecciata con l’estrazione e commercio di risorse naturali, questo aspetto non era mai stato, fino adesso, inserito nel racconto sul mezzo fotografico. Dal momento che considero il cambiamento climatico la più urgente sfida dei nostri tempi, questa mostra è sembrata qualcosa in cui fosse importante prendere parte. Le mie ricerche sull’argomento erano già cominciate in progetti di qualche anno fa. Ho sempre trovato interessante quanto la fotografia aiuti a dar forma a ciò che percepiamo del mondo circostante fino ad interrogarmi: se esplorassimo come la fotografia abbia fisicamente modellato il mondo circostante, cosa ci insegnerebbe la storia sul mezzo e su come lo utilizziamo per guardare il mondo?».

L’impatto planetrario della fotografia 

L’emergere della fotografia ha coinciso con un evento che gli storici chiamano great acceleration dove l’impatto umano sul nostro e altri sistemi planetari ha raggiunto livelli senza precedenti (in particolare attraverso le emissioni di carbonio), ma questo legame nella storia della fotografia non viene mai menzionato. La mostra non è l’esaltazione della fotografia come prodotto finale o forma d’arte ma racconta la sua storia industriale e materiale.

«È diventato di mio interesse raccontare una storia della fotografia che mostrasse cose che diamo per scontato quando guardiamo le immagini: il lavoro per la sua produzione, i materiali che richiede, i rifiuti che lascia dietro di sé» spiega Levin «La mostra non intende in nessun modo biasimare la fotografia per il cambiamento climatico ma provare a considerare cosa è rimasto fuori dalla cornice quando guardiamo una fotografia, e cosa può insegnarci questa miopia sul modo in cui intendiamo la nostra relazione con l’ambiente. Posiziona l’emergere del mezzo fotografico nel suo contesto storico e sociale, attraverso l’esplorazione dei suoi materiali».

Daguerre: il padre della fotografia

La storia della fotografia è nota a tutti. Al pittore francese Louis Daguerre (1787-1851) si deve la scoperta della prima pellicola fotografica nel 1839: una lastra di rame argentato trattata con iodio liquido che, esposta alla luce, ne cattura l’immagine in modo permanenta. Da lui la prima fotografia prende il nome di dagherrotipo. I minerali utilizzati, argento e rame, erano stati raccolti quarant’anni prima dall’esploratore tedesco Alexander Von Humbolt (1769- 1859) durante i suoi viaggi di ricerca nell’America meridionale e centrale. Humbolt fu il primo che nelle sue pubblicazioni si interrogò sulla misura in cui l’essere umano stava influenzando il clima.

Mentre Daguerre portava avanti il suo metodo le cui dimensioni non facilitavano il lavoro del fotografo, in Inghilterra l’archeologo William Henry Fox Talbot (1800 -1877) iniziò a sviluppare le sue immagini su una base di carta rivestita da un’emulsione di ioduro d’argento. Chiamato calotipo si avvicinava ancora di più alla forma della pellicola, producendo un negativo da cui si potevano ottenere più copie.

«La mostra è divisa in cinque capitoli, ciascuno dei quali dedicati ad uno o più materiali chiave nella storia del mezzo fotografico. Storicamente la carta è stata preferita come superficie per la stampa fotografica rispetto ad altri materiali – come il rame argentato usato nei dagherrotipi – per la sua disponibilità ed economicità, che ha avuto comunque un prezzo».

La carta fotografica e i suoi rivestimenti: cotone, pasta, gelatina e celluloide

Il capitolo Paper and Its Coating: Cotton, Pulp, Gelatin, and Celluloid curato da Levin raccoglie i vari ingredienti usati nella produzione della carta fotografica, e mostra come la loro fabbricazione dipendesse dal lavoro sconosciuto di gruppi marginali: gli schiavi e poi mezzadri che coltivavano il cotone in America, i poveri nelle città, donne e bambini, che lavoravano come raccoglitori di stracci, e più avanti le operaie costrette a lavorare al buio e fortemente esposte agli agenti chimici usati nella produzione di pellicole di cellulosa.

La sempre più ingente crescita del mezzo fotografico e dei materiali che la rendevano disponibile, rese necessaria la ricerca di un’alternativa al cotone. In Germania fu perfezionata, la cellulosa che si otteneva bollendo la pasta del legno in acido solforico in modo da separarlo in singole fibre, così come si faceva con gli stracci di tessuto.

La gelatina fotografica è di origine animale

«I prodotti animali derivati hanno avuto un contributo per lo più sconosciuto al processo della produzione fotografica: dalle uova per il rivestimento all’albumina, alla gelatina (una proteina derivante dal collagene ottenuta bollendo in acqua pelli, legamenti, tendini e ossa di animali), uno dei più importanti componenti nella produzione fotografica. L’uso di questi materiali si lega all’emergere verso la fine del XIX secolo di macelli industriali. Si dice che un singolo produttore di carta a Dresda usasse 6 milioni di uova l’anno per produrre il rivestimento all’albume.

Da quando venne usata la gelatina come rivestimento fotosensibile sia su cellulosa che carta, le industrie fotografiche iniziarono ad avere al loro interno le proprie fabbriche di gelatina. Fino al 1999 Kodak processava oltre Trenta milioni di kili di scheletri di mucca annui. La realtà brutale di tutta questa produzione industrializzata di carne – parte integrante della fotografia analogica così come di altri prodotti di uso quotidiano e ancora nascosa alla vista del pubblico – è documentata nei suoi dettagli viscerali nella serie sui macelli della fotografa ebrea austriaca Madame d’Ora, che ha realizzato durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto, inclusa nella mostra».

Dal 1949 al 1953 la fotografa documenta due mattatoi parigini che segnano in Francia l’avvio della produzione di carne industriale governata da imperi capitalisti. La crescita dell’industria del bestiame nel XIX secolo ha contribuito alla crescita drammatica delle emissioni di carbonio. E ancora oggi gli allevamenti intensivi europei e nord-americani sono tra le  principali cause di gas serra, superando anche le emissioni dei mezzi di trasporto.

Fotografia, capitalismo e emergenza ambientale

Indicare un momento in cui la fotografia abbia iniziato ad intrecciarsi ed interferire con il cambiamento ambientale è difficile: «La lavorazione della pellicola emerge insieme all’avvento dell’ecologia mondiale capitalista ed è completamente dipendente dall’estrazione di risorse su scala globale. Non so se lo descriverei come problema etico (cioè una questione legata al comportamento umano): parte di ciò che la mostra cerca di raccontare è che il cambiamento climatico sia un prodotto del capitalismo, e la fotografia non ne è esente».

Continua Levin «Storicamente, la scelta di combustibili fossili -di cui si deve la scoperta a Nicéphore Niépce (1765-1833) che per primo utilizzò in fotografia il bitume (una forma naturale di petrolio grezzo)- rispetto all’energia idroelettrica era dovuta al fatto che la sua mobilità come risorsa energetica dava più influenza sul lavoro ai capitalisti. Oggi circa il 70 % delle emissioni di carbonio globali può essere attribuito a 100 aziende. Quindi, nonostante sia importante essere coscienti nei nostri comportamenti e abitudini, il cambiamento climatico non dovrebbe essere ridotto ad una questione di responsabilità personale. E’ importante vederlo in modo sistematico e storico, e capire che la responsabilità per questi processi è iniquamente distribuita. E quindi la lotta al cambiamento climatico deve essere anche una lotta verso una politica ridistribuita che ne tenga conto».

Alternative vegan-climate friendly 

«La fotografia commerciale non è vegan-friendly. Ma ci sono crescenti movimenti da parte di artisti che cercano alternative artigianali dei processi fotografici, come la rete di camere oscure sostenibili in UK, e iniziative simili in Germania». Che sia fotografia tradizionale su pellicola o stampa su carta fotografica, l’uso della gelatina rende questi procedimenti “non adatti” ai vegani. Nonostante sia stata definita insostituibile per le sue caratteristiche di membrana per i cristalli d’argento e legante, alcuni esperimenti in ambito vegano sono stati portati a termine utilizzando per esempio l’alcol polivinilico.

Quasi riuscita la prova della fotografa e video maker Jospehine Ahnelt (austriaca) e della regista olandese Esther Urlus che nel 2019 hanno prodotto il Vegan Analogue Film una pellicola vegana di 16 mm ispirata agli esperimenti fatti da IlFord con l’alcol polivinilico ma in una formulazione brevettata da un’altra società che produceva  pellicole chiamata GAF (General Aniline & Film) utilizzando una soluzione al 15%. 

Anche il processo al collodio umido (wet plate collodion photography) è stato nominato tra le alternative perseguibili, poiché non richiede l’uso di pellicola ma di una lastra in vetro trasparente e sensibile dove si imprime un negativo riproducibile illimitatamente.  

Fotografare senza pellicola 

Nonostante il metodo sia molto legato alla tradizione, il fatto di non utilizzare nessun tipo di pellicola per produrre immagini è qualcosa di ancora molto frequente. Mining Photography presenta due lavori del genere sempre nella sezione sulla carta. Il primo di Alison Rossiter fotografa americana che a partire dal 2007 colleziona pacchi di carta fotografica antica (dalla fine dell’800 a tutto il 900) dove l’immagine è stata prodotta dal tempo per effetti dell’ossidazione, infiltrazioni di luce, danni fisici sulle carte ancora sensibili.

I secondi sono i fratelli François e Daniel Cartier che esibiscono un lavoro intitolato Wait and See, installando carte fotografiche scadute degli anni 1890-2000 che ancora rispondono alla luce e cambiano per tutta la durata della mostra. I loro lavori vogliono essere una provocazione alle montagne di immagini che il mondo costruisce senza tenere conti degli effetti ambientali che portano la loro produzione e archiviazione. 

Fotografia digitale: veganesimo e cambiamento climatico

Il digitale può essere accettato come processo che non nuoce agli animali, se si chiude un’occhio sul consumo di risorse naturali che la produzione e archiviazione di immagini genera. Nel 2008 le tecnologie digitali utilizzate nella trasmissione, ricezione ed elaborazione di dati e informazioni (ICT) hanno contribuito per il 2% alle emissioni globali di CO2. Nel 2020 sono arrivate al 3,7% e raggiungeranno l’8,5% nel 2025.

«Questo è l’argomento dell’ultimo capitolo della mostra (The Weight of the Cloud: Rare Earths, Metals, Energy, and Waste) che guarda alla materialità delle immagini digitali, la loro dipendenza da un’immensa quantità di energia ma anche terre rare e metalli di conflitto e l’ammasso sempre crescente di rifiuti che producono. E naturalmente questo è dipeso dalla manodopera che lavora a basso costo e in pessime condizioni».

Quindi se anche la fotografia digitale può essere considerata un’alternativa valida per i vegani, di nuovo non lo è per il cambiamento climatico. Fare fotografie sugli aspetti negativi dell’industria fotografica o anche fare una mostra con queste immagini, potrebbe essere interpretato come contraddittorio, ma accresce sempre di più la consapevolezza necessaria su queste tematiche.

Dobbiamo guardare la fotografia della nostra realtà

«C’è una crescente consapevolezza di questi problemi nella comunità fotografica. L’ambivalenza che cerchiamo di sottolineare nella mostra non è esclusiva della fotografia: questo tipo di contraddizione fa parte della nostra realtà quotidiana più in generale (il sito su cui stai leggendo è alimentato molto probabilmente da combustibili fossili, il laptop o il telefono contiene diverse dozzine di elementi, molti dei quali probabilmente provengono da regioni in conflitto). Un primo passo è riconoscere la natura sistemica di questo problema. Per i creatori di immagini, penso sia importante rendersi conto che un’immagine non può essere ridotta al suo prodotto finale, alla sua rappresentazione pittorica. C’è un’intera gamma di processi, che coinvolgono persone e animali, che sono necessari per prendere forma, e dovrebbero informare sul modo in cui comprendiamo ciò che alla fine vediamo».

Claudia Bigongiari

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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