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Reportage dall'India
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Un viaggio in India: la meraviglia e la vergogna del colonialismo europeo

La marcia di Gandhi, le pagine di Shantaram, gli intarsi di Udaipur, il colonialismo belga: un reportage di un viaggio è una digressione sulla vergogna della cultura occidentale e sulla meraviglia della diversità

Il viaggio in India: un libro in volo – non per la memoria ma per l’anima

Atterrando a New Delhi, solo alla fine del volo, mi accorgo che un passeggero sta leggendo Shantaram. Io ero troppo piccolo quando l’ho letto, non lo ricordo, se non qualche immagine. Mi dico che dovrei rileggerlo – ma poi mi ripeto come i libri sono fatti per l’anima, non per la memoria.

La storia dell’India: la marcia di Gandhi per il sale, il colonialismo britannico

Il 27 febbraio del 1930, Gandhi scrisse un editoriale pubblicato su Young India – il titolo riportava When I am arrested. L’articolo spiegava la legge che il governo inglese in India imponeva sul sale. La produzione di sale indiano era proibita in favore del sale importato dall’Inghilterra in monopolio e in vendita a un costo spropositato rispetto alle possibilità della gente – circa il 2400 per cento rispetto al prezzo di mercato. Gandhi annunciava la sua marcia verso Dandi, sulla costa di Gujarat, dovrebbe avrebbe spudoratamente infranto questa legge inglese: la marcia pacifica avrebbe raccolto consenso così che il gesto potesse avere un’eco pubblica e una risonanza grazie alla stampa che ne avrebbe dato la cronaca. 

In una lettera inviata il 2 marzo sempre del 1930 a Lord Irwin, Gandhi scrisse che il governo inglese aveva «impoverished the dumb millions by a system of progressive exploitation. You are getting 11.200 annas per day against India’s average income of nearly 2 annas per day. Thus you are getting much over 5.000 times India’s average income. I know that you do not need the salary that you get, but a system that provides such an arrangement deserves to be summerly scrapped». Lord Irwin non rispose a Gandhi, e diede un segno di avvertimento a non marciare. Gandhi disse: «On bended knees I asked for bread and I received stone instead»

Quella mattina, il 27 febbraio 1930, Ba Gandhi preparò la pasta di fiori, petali polverizzati color vermiglio, e con un dito ne dispose il segno sulla fronte di suo marito e dei 79 uomini in marcia con lui. Gandhi lo aveva detto chiaro: «You must be prepared to die. The British may use guns but you must not fight back». I volontari partirono – il più giovane aveva 16 anni, il più vecchio 61: era Gandhi. 

Duecentoquaranta miglia in ventiquattro giorni. Lungo il percorso, i bambini e le donne correvano per la strada, i fiori volavano dalla finestra – chilometro dopo chilometro, gli uomini si unirono in cammino. Il numero di volontari in marcia si moltiplicava, i giornalisti iniziavano a raccontarne la vicenda svegliando l’opinione pubblica. Tutto questo non penso ci fosse tra le pagine di Shantaram – ma per la mia anima che pecca di presunzione, è come se la storia fosse una e soltanto che si evolve oltre chi la possa raccontare.

Colonialismo e repressione in India: l’impero britannico, la forza inglese, Webb Miller, corrispondente per United Press of America

Il 9 aprile a Dandi, Gandhi entrò nell’acqua di mare: poi si fermo sulla battigia dove il sale era naturalmente depositato dalla marea, ne prese una manciata in pugno e con quel gesto ruppe simbolicamente la legge inglese. Da lì, la marcia si diresse a Dharasana, venti miglia distante da Dandi, dove si trovavano le riserve del monopolio. L’esercito e la polizia erano disposti a difesa dei magazzini, attrezzati e armati. 

A gruppi di venticinque, abbracciati e incatenati uno con l’altro, gli uomini di Gandhi camminarono verso i magazzini come se i soldati inglesi non esistessero. «In 18 years of reporting 22 countries I have never witnessed such a harrowing scenes» scrisse Webb Miller, corrispondente per United Press of America, che scattò le immagini narrativamente più precise della marcia di Dandi. Non fu aperto il fuoco – ma i fucili colpirono i civili rompendo spalle e crani, pestando polpacci e testicoli. Molti caddero a terra, tutti furono fermati. Trecentoventi feriti furono ricoverati negli ospedali limitrofi. Quelle immagini fecero il giro del mondo e segnarono l’inizio alla fine: il British Raj, l’impero inglese in India, sarebbe presto svanito.

Colonialismo europeo e la cultura indiana: i giardini del Maharaja, gli intarsi, il palazzo reale

Intarsi di vetro nella calce decorano il giardino del palazzo, dove il Maharaja si intratteneva in estate nel piacere. I pezzi antichi mostrano una calce più pastosa e densa, i vetri più infossati e più piccoli. Il disegno comune è un albero della vita, o un vaso di decoro floreale con rami e fogli a cascate. Il rimando alla fontana nel centro del patio è nel disegno, le stesse ramificazioni, le foglie, sono riprodotte come aiuole di acqua: i petali sono gettati nell’acqua, freschi tutte le mattine. 

Con una bandiera bianca, un uomo in uniforme scaccia i piccioni – rimane nelle orecchie il suono, lo schiocco fondo del tessuto della bandiera quando viene svoltata con forza, come un tondo colpo di cannone e i piccioni se ne vanno. Il giardino che un tempo era riservato alle donne rimane un angolo di giungla – gli alberi e i fiori diventano coni di ombra e di riposo – un tempo, un frutteto per distrarre le principesse. La stanza della Maharani è poco luminosa, perché ancora i vetri sono colorati, le finestre piccole. 

Il palazzo reale in città è la sede di altri due alberghi, questi volti in un mai risolto stato di disarmo. La residenza del sovrano ricorda la vanità e lo spreco della rocca di Montecarlo – qui con la pastosità dell’Oriente, di una città che chiamano Venezia dell’India – perché il colonialismo non fu davvero solo una questione economica, ma una dittatura culturale con cui oggi ancora si compone la peggiore colpa. 

La diga e i laghi di Udaipur, il reportage dall’India, il Rajasthan

I laghi di Udaipur sono collegati uno all’altro tramite uno stretto attraversato da due ponti – come Istanbul in miniatura. Sono laghi artificiali, la cui prima formazione risale al 1362 per poter raccogliere sia l’acqua del monsone sia le acque sotterranee – oggi, i laghi di Udaipur danno lavoro al 60% della popolazione.

Girando il lago in barca, entrando nel lago Pichola dal ponte, si vede come il castello nascesse dalla cima di una collina segnata dagli alberi secolari – che oggi si mescolano alla roccaforte, con il tono pittorico romantico di inizio Ottocento. Il lavatoio è una rovina, si specchia nell’acqua con il colore della roccia. Il giardino botanico, le palme reali: il tronco sembra quello di un pilastro di cemento, e questi alberi non fanno frutto – «It takes from the ground and it gives anything – this is why we call it royal» – ci risponde un passante, preciso e concentrato alla maniera indiana. 

La gabbia di piccioni è in paglia intrecciata a nido d’ape come un pezzo di design moderno. Tutto il resto è costruito in marmo. Nel cortile più alto, una piscina era riempita di fiori, colori e petali a marzo, per la festa di Holi – solo colori floreali, rosa e rossi – il blu di polvere pietrosa del lapislazzulo non era usato. Ai tempi dei fasti del Rajasthan, ogni città aveva una propria scuola di pittura – qui a Udaipur, la supremazia era in ritrattistica usando i peli delle code degli scoiattoli per dipingere i tratti delle persone: la finezza del pelo del roditore permetteva una risoluzione che si avvicina a quella fotografica. 

Gli artigiani, le manifatture, le monete gettate dalla finestra: un viaggio in India

Una vasca quadrata, di circa due metri di lato, fu scolpita da un unico pezzo di marmo: era riempita di monete d’argento a ogni incoronazione del nuovo maharaja. Le monete erano poi gettate dal re al popolo dalla finestra, una tradizione messa in forza per l’ultima volta nel 1930 dal nonno del sovrano attuale e poi interrotta, troppo costosa per tasche moderne anche se maestose. 

Portali in vero avorio, portali in legno, avorio e ossa di cammello. I vetri colorati del Belgio. Un quadro in riproduzione vede il maharaja e la sua corte attraversare il lago sotto il monsone: la pioggia cade incessante, un fulmine è disegnato come un serpente giallo nel cielo. Nel 2011 i laghi di Udaipur si asciugarono completamente. Il monsone fu quasi inesistente, l’acqua sparì – i palazzi reali costruiti sulle isole apparivano alti almeno quasi dieci metri, si potevano raggiungere a piedi camminando sul fondo scoperto e melmoso. 

Camminando sul lungo lago dal castello, allontanandosi verso la giungla, si comprende l’altezza della diga affacciandosi sul bosco che si estende sottostante. In altre parti del mondo, come il vicino Sud Est Asiatico o la più povera Africa, l’imputazione occidentale alla colpa del colonialismo si diluisce nell’attualità – ma in India, l’evidenza del traffico sprovvisto di ogni cognizione di codice stradale condanna l’Europa a una vergogna storica. 

I principi cadetti e il colonialismo europeo, le crudeltà belga e gli italiani: una passeggiata con Lucio Bonaccorsi

In Rajasthan gli eserciti europei fecero accordi e alleanze con i Maharaja locali, garantendone il privilegio in cambio delle ricchezze della loro terra da importare in patria. Durante una passeggiata mattutina, Lucio Bonaccorsi ricorda come a essere spediti nelle colonie – oltre a chi in fuga – furono i fratelli cadetti delle famiglie nobiliari che, per lasciare intatto il patrimonio nelle mani del primogenito, erano inviatati a salpare per mare con destinazione esotica. Tra loro i veri primi self made man della storia del commercio basato su export. Bonaccorsi, principe cadetto di famiglia siciliana, ricorda quando lesse cronache di colonialismo belga, per alcuni parametri considerabile tra i peggiori: scarse considerazioni del rispetto delle risorse locali, sfruttamento della popolazione indigena.

In materia di colonialismo, gli Italiani in Etiopia e in Eritrea non furono crudeli – o efficaci – quanto i belgi. Per evoluzione storica, gli italiani si ritrovavano liberi da un basico senso nazionalista che li avrebbe spinti a dare una priorità totale alla madre patria sfruttando tutto il resto. Gli Italiani in Africa investirono in infrastrutture e impianti, nell’ottica di un ritorno strategico e a lungo termini che sappiamo non arrivò. 

Gli animali per le strade dell’India: le scimmie rosse, il toro bendato

Le scimmie possono avere la faccia rossa o la faccia nera, quella con la faccia rossa sono più aggressive. Le corna dei bovi sono diverse una dall’altra – alcune convesse, altre rivolte all’indietro. Le gobbe possono esser spropositate, callose o tumorali. In campagna, per girare la ruota della premitura dell’olio, il toro è bendato per non perdere l’equilibrio. Quando le vacche restano in mezzo alle strade, attraversando le provinciali o sul ciglio pericoloso, l’autista usa contro loro il clacson – ma poi superandole, pone un inchino di rispetto. Clacson costanti e ritmati come musica rap. A Jaipur, svoltando sulla rotonda, la residenza di Edoardo VII e di Mountbatten, è un palazzo imperiale britannico: di notte è illuminato a gloria, di giorno è presidio dei piccioni.

Amber Fort a Jaipur: i ragazzi che si abbracciano in India, omosessualità, kamasutra e omofobia

Salendo ad Amber Fort, i ragazzi si toccano. Gli amici con una mano sulla spalla, i fidanzati mano per mano ti guardano con sfida e desiderio. Alcuni abbracciati con un senso filiale, il contatto fisico tra uomini è diffuso. La religione Indù prevede la diversità. Pagine del Kamasutra sono dedicate a rapporti omosessuali – eppure l’omofobia è forte: la guida dà per scontato che un regalo sia per una fidanzata, per la moglie. Il maschio vuole la virilità, il vanto di molte donne – la superbia di conquistare le femmine europee, di conoscere i loro corpi – per poi sposarle solo indiane, la cui purezza sia ben conservata. Nei palazzi reali, le stanze riservate alle donne hanno finestre di vetri colorati sui cortili d’onore o sulle piazze, di modo che le donne potessero guardare fuori, ma gli uomini non potessero scorgerne i volti. Le finestre restano piccole – negli edifici costruiti nel Seicento e nel Settecento i vetri colorati provenivano sempre dal Belgio.   

Gli elefanti africani sono aggressivi – per salire ad Amber Fort i turisti possono montare solo sulle femmine indiane: le elefantesse fanno quattro giri al giorno, non uno di più – poi vanno a riposarsi, a mangiare banane e canne da zucchero. Chi lavora con gli elefanti spende più tempo con gli elefanti che con la loro famiglia. Potrebbero essere gli elefanti più viziati al mondo – così come lo zafferano indiano: dall’alto della fortezza, l’isola giardino in mezzo al lago di difesa, ne porta il nome, Saffron Garden. In quelle acque, nonostante i cartelli che chiedono attenzione, i coccodrilli non ci sono più. La galleria di cristallo fu costruita nel 1623 – gli specchi e i vetri convessi ancora, sempre importati dal Belgio – mescolati al lapislazzulo dell’Afghanistan. Ad Amber Fort potevano accedere solo i maschi della famiglia reale – oltre a loro, le mogli e le concubine e gli eunuchi – ma nessun altro segno di testosterone oltre a quello reale. Nel Sedicesimo secolo, Ling Man Sij volle dodici mogli, una per segno zodiacale.

OCI – Overseas Citizen of India: è lo stato che indica gli immigrati diventati cittadini indiani: la parola firangi

Un tempo, gli immigrati abbracciavano la cultura locale riuscendo a mescolarsi fino a inserirsi nella vita sociale indiana: quali effettivi cittadini del luogo, essi erano indicati con la parola firangi, parola oggi con un tono dispregiativo, perché rimanda all’epoca e alla sofferenza coloniale. Parola che, un tempo prima, riconosceva i talenti e le abilità europee giunte in Oriente, geni sapienti il più delle volte in fuga dalla polizia. Vasco de Gama approdò in India nel 1490: diede luogo e vita al portoghese Estato de India, il primo esperimento coloniale europeo. Circa cinquanta anni dopo, nel 1534, un medico giunse nell’isola di Goa al seguito di uno dei nuovi governatori. Il medico si chiamava Garcia de Orta, ebreo in fuga dall’Inquisizione che in quell’anno entrava in vigore in Portogallo (in India l’inquisizione sarebbe poi arrivata nel 1560 dopo richiesta del missionario Francesco Saverio, che nonostante ciò fu poi canonizzato santo). Il trattato di de Orta sulle cure con le erbe e le droghe indiane, di coltivazione nel suo giardino, è riconosciuto tra i fondamenti della medicina tropicale. Augustine Hiriart, natio dei Paesi Baschi, a cavallo del Seicento arrivò in India sfuggendo a una o più condanne per contraffazione di gioielli e truffa – giunse presso la corte del Gran Mogol Jahangir che prese a chiamarlo Hunarmand – parola persiana che significa abile e che presto divenne il nome proprio personale di Hiriart. Disegnò e realizzò più di un trono per l’imperatore, e tra gambe a forme di leone e rubini incastonati, sappiamo riconoscere scolpiti i busti di guardie svizzere con i le loro alabarde che ai tempi furono di stanza presso il Louvre.

Lungo la strada fuori dalla città, gli alberi appena piantumati sono protetti da reti per non essere mangiati dalle pecore. Il canale di drenaggio si pone a un livello più basso della piana di asfalto.

Il divisorio di corsia è dato da cespugli. La carreggiata rimane non delimitata, sul ciglio una bambina che spinge la nonna in carrozzella. Le sopraelevate sono in costruzione per attraversare li nuclei abitativi, réclame di oggetti tecnologici sono appese al posto di insegne – non c’è asfalto per strada. 

La plastica – bisogna investire in nuove tecnologie chimiche per la decomposizione molecolare e il riutilizzo della plastica. Per statistica, con una popolazione così densa, le menti geniali sono attese in India per variazione numerica. La domanda sussiste – perché proprio in India la densità umana è così alta? 

Gli sputi rossi in India – un flagello e un segno dell’anima e del fastidio

Gli sputi rossi – gli indiani masticano il paan, una pasta di betel e noce di areca e tabacco la cui masticazione è diffusa come in Europa può esser diffuso il fumo di sigarette e che produce un aumento della salivazione: in tutto il sud dell’Asia è un flagello, le strade, i muri, anche dei condomini, sono invisi da macchie di macchie di saliva rossa rimessa a terra. Fuori dai forti, nelle piazze e negli spazi aperti, ci sono i cartelli che vietano o regolano lo sputo rosso. Con te voglio girare la vita, non solo il mondo. 

I cobra attraversano l’asfalto solo la notte – mentre i cani girovagano. Per gli europei è colpo da infarto, ma la legge resta simile: vietato frenare se un animale appare all’improvviso rischiando tamponamenti in catena. In India, la questione sembra un video gioco. Attraversando la citta, l’autista dice che il 31 dicembre non è festa per gli indiani, non è festa per chi è povero. 

Jaipur e il maharaja Padmanabh Singh, detto Pacho, il Gem Palace

Le cave di marmo. Le miniere e i fiumi di argento hanno formato l’arte orafa della zona, e la cultura della gioielleria di un Rajasthan attraversato da un’unica catena montuosa, riserva di metalli, pietre e gemme. Jaipur resta capitale per le gemme – qui arrivano le pietre grezze da tutte le parti del mondo, perché qui a Jaipur ci sono i tagliatori, levigatori di pietre. Smeraldi, rubini, zaffiri – fino a onici, turchesi e quanto altro. Bisogna saper riconoscere la chiarezza della pietra, vederne la qualità delle inclusioni, le capacità riflettenti. Oggi, figura sulla scena della società di Jaipur è Samir Kasliwal, titolare insieme ai suoi due fratelli del Gem Palace, gioielleria in considerazione di firma di design indiano, incontrando clientela a New York e Bangkok. La madre di Samir è di Bologna, dove il ragazzo ha vissuto fino ai suoi vent’anni per poi trasferirsi in India – Samir ha conservato le maniere italiane e il modo per raccogliere intorno a se chi ne possa comprendere la gentilezza: ha saputo ricreare un ricordo di una buona società all’estero, tra l’esotico e il coloniale usuale appannaggio dei Caraibi, di cui nelle città europee tanto si dice nostalgia.

L’attuale maharaja di Jaipur è un ragazzo di 22 anni: Padmanabh Singh vive tra l’india, Roma e Londra, in Europa chi lo conosce lo chiama Pacho. Da qualche anno a questa parte, i suoi rapporti hanno trasformato Jaipur in una meta invitando l’aristocrazia europea. Campione nazionale di polo, passando da Milano come modello per una sfilata o come ospite di Armani. Nella libreria del Rambagh Palace, si può reperire un libro di Kanwar Dharmender: la biografia della terza moglie del bisnonno dell’attuale maharaja, la Maharani Gayatri Devi – un libro che racconta la storia indiana attraverso la vita di una principessa. 

Jaipur, la famiglia reale e gli alberghi nei palazzi – sul volo di ritorno, di nuovo Shantaram

La famiglia reale è ben vista in una città indiana dove sussiste la contraddizione della qualità media di vita. Il Rambagh Palace Hotel è proprietà è della famiglia reale – in lease al Taj group (così come tutti gli alberghi del Rajasthan che aprono le stanze delle case dei sovrani). Nelle sue stanze hanno soggiornato la regina di Danimarca, attori e personalità – snobismo e conferma per una città che vuole restare presente sui tragitti mondani. I pavoni vagano per il parco – il rumore delle auto si sopisce oltre i cespugli, mentre i pavoni corrono rincorrendosi, saltando sul ramo di un albero appena provi l’avvicendamento. La piscina storica interna, come un monumento nazionale non si può toccare in nessun dettaglio – non può esser riscaldata. Nel padiglione del piacere, le aiuole d’acqua, le vasche calde e i padiglioni per i massaggi. Baldacchini ottocenteschi francese impero, tra i colori dell’oro e del cioccolato, la mattina le brioche al profumo e al sapore di rosa, il cielo latteo dell’india. 

Se fantasia fosse un regno, questa terra non ne fu e non ne sarà mai sottomessa. In aeroporto sulla via del ritorno, un padre viaggia verso Milano insieme ai due figli adolescenti. Tutti e tre hanno gli occhi profondi, la ragazza porta i capelli increspati e raccolti. Il padre è seduto in un angolo leggendo un libro di molte pagine. In volo, i tre sono seduti poco distanti da me: la ragazzina con i suoi sedici anni si assicura che qualcosa sia a posto per suo padre – non colgo l’argomento, ma solo l’attenzione che la figlia gli rivolge. I volti tranquilli, di chi vola verso casa portandosi tra le ciglia polvere nuova. Il ragazzino più piccolo si addormenta poco dopo il decollo. Con la lampadina del sedile acceso, il padre continua a leggere il suo volume di molte pagine – girando pagina, riconosco il titolo che chi ha voluto leggere queste righe sa indovinare – Shantaram – ed è una coincidenza che oltre a spiazzarmi, non può che commuovermi.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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