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La parte centro-occidentale del Po risente ancora della siccità dell'anno scorso
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La siccità mette in crisi la pianura padana e anche a Milano dovremo conviverci

Minutolo, Legambiente: la crisi climatica rende la mancanza d’acqua una costante, servono misure contro lo spreco in città come Milano e più potere decisionale all’Autorità di Bacino

Le politiche d’intervento e i fondi del PNRR: la dispersione idrica e il Piano laghetti di ANBI e Coldiretti, la situazione di Milano

Il sistema di governance che dovrebbe fronteggiare l’emergenza non è efficiente: la capacità di coordinamento è il primo punto debole del sistema, rendendo il potere decisionale inesistente a livello preventivo. L’Osservatorio permanente dell’Autorità di Bacino è un incubatore di dati utili, ma questi risulterebbero difficili da coordinare e utilizzare a causa della mancanza di un processo operativo chiaro e organizzato. A venire incontro alle criticità causate dalla secca del Nord Italia ci sarebbe una prima parte dei fondi del PNRR, circa tre miliardi di euro, destinata alla realizzazione di diecimila bacini idrici entro il 2030 grazie al Piano laghetti, progetto promosso da parte di ANBI e Coldiretti. Il contenimento della dispersione idrica nel Nord Italia è una delle misure di cui si parla da tempo ma per la quale non sono ancora state implementate politiche efficaci.

È necessaria un’analisi che prenda in considerazione tre macrocategorie: l’uso civile, il comparto industriale e le attività agricole, in un contesto nazionale in cui vengono prelevati e distribuiti 33 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. La città di Milano risulta essere il contesto con i valori maggiori di prelievo, con numeri significativi tra acqua prelevata e immessa in rete: circa 211 milioni di metri cubi d’acqua e oltre 180 milioni rispetto all’acqua erogata. Dal punto di vista della dispersione il capoluogo lombardo presenta dati migliori rispetto ad altre città, con un 14% di perdite di rete che si distingue dal 38% registrato a Roma e il 35% a Napoli. Se si guarda ai consumi domestici pro-capite medi in Lombardia raggiungono i 189 litri per abitante al giorno, mentre minori sono i dati dell’Emilia Romagna (138), Piemonte (157) e Veneto (148). 

L’ultimo monitoraggio Coldiretti

Secondo il nuovo monitoraggio pubblicato da Coldiretti, le precipitazioni cadute in buona parte del Nord Italia  non hanno avuto un effetto consistente lasciando il livello di deficit idrico del Po negativo: il fiume è risalito di circa un centimetro e si trova ancora a -3,2 metri rispetto allo zero idrometrico, il valore di riferimento convenzionale determinato per l’idrometro – lo strumento, installato nel rispettivo bacino, che rileva le quote di livello dell’acqua. Sempre secondo Coldiretti, è attesa una nuova ondata di precipitazioni soprattutto in Emilia Romagna, ma sarebbe comunque necessaria una condizione di variabilità metereologica più costante e prolungata per godere di benefici concreti riguardo alle lavorazioni dei terreni per le semine primaverili. L’agricoltura è l’attività economica che continua a risentire con maggiore forza di questa situazione, ancora più grave per un settore già martoriato dai sei miliardi di euro di danni provocati dalla siccità del 2022. Uno scenario a cui si aggiungono anche gli improvvisi abbassamenti delle temperature e l’irregolarità del meteo, che comportano il rischio concreto di perdita dei raccolti.

I dati dell’Osservatorio ANBI e dell’Autorità di bacino Distrettuale del PO: i ritardi nelle misure contro la siccità, il monito degli studiosi non ascoltato 

Alla vigilia delle semine e il Po è già in allarme siccità. Una situazione rappresentativa di tutti i corsi d’acqua e grandi laghi in Italia, in particolare il Lago di Garda e il Lago Maggiore. Secondo l’Osservatorio ANBI (Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue) i due laghi presentano percentuali di riempimento basse – rispettivamente il 39% e 21%, per il momento ancora superiori ai valori minimi del periodo secondo l’Autorità di Bacino Distrettuale del Po. A subire i danni più significativi del deficit idrico sono il Piemonte e la Lombardia.

La secca anticipata ha preoccupato gli esperti portando l’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di Bacino a riunirsi, con l’obiettivo di coinvolgere tutti gli attori interessati alla gestione delle risorse nelle aree colpite. Quanto emerso ha portato a una riflessione sui ritardi riguardanti le misure per affrontare questa situazione, nonostante quanto auspicato dai tecnici già lo scorso anno. Un quadro che, a detta dei membri, avrebbe necessitato di basi chiare e coordinate su cui intervenire strutturalmente in caso di nuove secche, e che poste ora non saranno sufficienti per migliorare la situazione generale almeno nel breve periodo.

Siccità il rischio di un effetto domino; la manifesta sofferenza idrica delle Regioni del Nord Italia, l’intrusione salina nel Po

Secondo i dati raccolti, le condizioni metereologiche attuali e le previsioni scientifiche a lungo termine, il rischio concreto dell’emergenza idrica è quello di ritrovarsi ogni nuovo anno a dover fronteggiare i danni provocati dalla siccità dell’anno precedente – come sta succedendo oggi nell’area centro-occidentale del Po. L’Osservatorio Permanente, che ha riunito Regioni, agenzie di monitoraggio e tutti i soggetti interessati dell’area Padana, ha constatato una «situazione di conclamato deficit idrico in gran parte delle regioni del Nord», proiettando un quadro complessivo di «manifesta sofferenza».

Questo quadro è destinato a peggiorare di anno in anno, con strascichi irreversibili dovuti alla destagionalizzazione della secca e l’aggravarsi del problema con l’inizio delle attività agricole nei mesi estivi. Ad alimentare lo spettro di questo effetto domino la situazione della neve sui rilievi alpini, la cui ridotta presenza non è sufficiente a sopperire alla riduzione dei bacini artificiali destinati all’energia idroelettrica. Un’ulteriore preoccupazione per l’Osservatorio riguarda l’intrusione salina nel delta del Po, che potrebbe a sua volta aumentare in caso di un ulteriore diminuzione della portata del fiume. Nel caso di un abbassamento della falda che alimenta il corso del fiume, infatti, le acque salate provenienti dal mare tenderebbero ad avanzare verso l’entroterra, creando un cuneo salino che porterebbe i pozzi del delta a riempirsi di acqua salata mettendo in ulteriore difficoltà l’agricoltura del territorio.

Quanta acqua sprechiamo: il responsabile scientifico di Legambiente Andrea Minutolo

Il responsabile scientifico di Legambiente Andrea Minutolo ha disegnato un quadro aggiornato della situazione generale, confrontando i rischi dell’emergenza con gli effetti a lungo termine della gestione idrica. «L’acqua viene utilizzata da tre macrocategorie ma spesso si fa riferimento solo allo spreco della rete idrica per usi civili. È un errore» ha spiegato Minutolo.

«Dei trentatré miliardi annuali, nove sono prelevati per consumo civile e di questi solo quattro sono quelli realmente consumati. Dei restanti ventiquattro miliardi, nove sono destinati all’utilizzo industriale e quindici all’agricoltura: qui lo spreco c’è ed è evidente. Se è vero che esiste uno spreco fisiologico il resto può e dev’essere controllato e gestito. Il rischio è infatti un’alterazione dei cicli che porta a prelevare troppa acqua per poi utilizzarne troppo poca. Il deficit tra acqua prelevata e distribuita si nota a livello maggiore in tutta la Pianura Padana, dove le attività agricole e zootecniche richiedono alte quantità d’acqua. Il Po rappresenta il raccordo dei corsi d’acqua presenti nella Pianura Padana, la sua condizione di salute influisce in modo diretto sulle aree agricole presenti sul territorio. Molti fiumi secondari lombardo-piemontesi confluiscono nel Po, che si trova al centro di un’area densamente popolata, con un’attività agricola concentrata e di conseguenza un’alta richiesta idrica.

La cattiva gestione delle risorse prelevate e distribuite rappresenta quindi una delle criticità legate all’emergenza nel Nord Italia, ma i cambiamenti climatici rimangono la causa principale della siccità. Spiega il responsabile scientifico di Legambiente: «Le condizioni dovute alla crisi climatica iniziano a manifestarsi attraverso le poche precipitazioni: piove e nevica poco, e la neve accumulata in montagna si scioglie presto perché il caldo arriva prima».

La destagionalizzazione delle secche, le conseguenze e i rischi per le coltivazioni nella Pianura Padana

Le conseguenze della crisi climatica sulla Pianura Padana e le sue aree agricole hanno mutato i cicli dell’acqua danneggiando un processo naturale da sempre avuto il compito di alimentare il decorso dell’attività agricola, che raggiunge il suo picco da maggio a settembre. Negli ultimi anni la secca anticipata sta mettendo in difficoltà l’arco del Po già nei mesi invernali, e la filiera agricola si trova a dover fronteggiare una fase di incertezza tra la speranza di nuove precipitazioni e il supporto di interventi mirati per limitare i danni provocati dallo squilibrio idrico.

«Tra qualche mese l’agricoltura farà il suo decorso facendoci entrare nella vera emergenza. – ha precisato Minutolo – Il problema concreto in questo momento è relativo allo stress pluviometrico: nella parte nord-ovest del Po è alto, mentre al nord-est la situazione appare per ora migliore. In questo contesto, la severità idrica dell’arco settentrionale e dell’appennino centrale, sommata ai danni ancora presenti dell’emergenza dell’anno scorso, hanno anticipato il deficit mesi prima del picco di domanda dell’acqua. Nel recente passato è stato considerato questo come un problema stagionale, ma ora sta avendo un impatto annuale. Senza decisioni politiche mirate la situazione è destinata a peggiorare, allargando il periodo emergenziale. La siccità dev’essere considerata a tutti gli effetti come un fenomeno destagionalizzato». 

Inutile domandarsi come immagazzinare più acqua, dobbiamo imparare a gestire le risorse idriche che abbiamo

Se l’Osservatorio per l’utilizzo idrico dell’Autorità di Bacino del Po è concorde nell’evidenziare la mancanza di un coordinamento generale dei dati a disposizione, è della stessa idea anche Andrea Minutolo, che auspica la possibilità di conferire maggiore potere decisionale all’Autorità e porsi nuovi interrogativi per scegliere modelli alternativi di approccio:

«Oggi l’unica domanda che ci si pone è quella relativa a come immagazzinare più acqua: si tratta della domanda sbagliata, come le risposte che si stanno dando. È necessario seguire un nuovo paradigma, chiedendosi come si può ridurre il nostro fabbisogno quotidiano d’acqua e quindi diminuire il consumo attraverso una nuova ripartizione o la riduzione del prelievo annuale. Dobbiamo imparare a convivere con le risorse che abbiamo e che ci sono rimaste. In uno scenario climatico come quello attuale stiamo distribuendo volumi d’acqua con metodi anomali e frettolosi, basati su dati e livelli quantitativi del passato. A questo si aggiungono poi i sempre più lunghi periodi di secca che dovrebbero portare a riflettere su come ridurre la dispersione idrica nella distribuzione, a tutti i livelli. L’adattamento ai cambiamenti climatici sta anche in questo: imparare a gestire le risorse che si hanno diversificando e trovando un nuovo equilibrio»

Perché bisogna rafforzare il potere decisionale dell’Autorità di bacino

Questo processo è possibile solo attraverso un rafforzamento del potere decisionale dell’Autorità di bacino che, come sostiene Minutolo, non si trova nelle condizioni per poter affrontare la situazione: «L’Autorità è costituita da tutti i portatori d’interesse, categorie e stakeholders, il comparto agricolo e industriale, l’Arpa. Queste realtà compongono un osservatorio per la raccolta dei dati con ampi margini di miglioramento nella fruibilità di quelli agricoli. L’ostacolo principale all’implementazione di un sistema di prevenzione efficace è rappresentato dal fatto che l’Autorità non sia mai stata messa nelle condizioni di ragionare come punto di incontro di più soggetti anche a livello amministrativo, trovando difficoltà a coordinare le scelte politiche di più regioni coinvolte».

Matteo Mario

Il Po ha sofferto la siccità anche nel 2007 e nel 2017, ma la crisi climatica rende la mancanza d’acqua una costante. foto di Piero Cruciatti,AFP,Getty
Il Po ha sofferto la siccità anche nel 2007 e nel 2017, ma la crisi climatica rende la mancanza d’acqua una costante. Foto di Piero Cruciatti, AFP, Getty.
Un'imbarcazione abbandonata su una secca del Po, Boretto provincia di Reggio Emilia, foto di Piero Cruciatti:AFP:Getty Images
Un’imbarcazione abbandonata su una secca del Po, Boretto provincia di Reggio Emilia, foto di Piero Cruciatti, AFP, Getty Images.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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