Good Bye Lenin 2019 di Wolfgang Becker
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Che cosa vince su di noi: il desiderio di possesso o la paura di dimenticare?

Un viaggio attraverso gli oggetti che abbiamo posseduto, dai 15 essenziali in pandemia ai bicchieri a faccette dell’Unione Sovietica, con buona pace dei minimalisti

Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk

Ho divorato le prime pagine de Il museo dell’innocenza (Einaudi, 2008) di Orhan Pamuk perché quando ho iniziato a concepire questo articolo sull’importanza che gli oggetti hanno nelle nostre esistenze, mi è subito venuto in mente il museo, reale, che lui stesso aveva aperto a Istanbul. Un omaggio alle vite raccontate nel romanzo, ai suoi personaggi e alle cose che lo scrittore è andato collezionando e che l’hanno aiutato a creare la storia di Kemal e Füsun. Perché sono gli oggetti, più che i pensieri e i sentimenti, a guidare i protagonisti verso il loro destino: una borsa contraffatta, un orecchino, un vaso a fiori rossi, un ombrello.

A settembre, al termine di un viaggio estenuante e sfortunato, ho perso una borsa che conteneva buona parte della mia vita. Tecnicamente l’ho dimenticata accanto all’auto fuori dall’aeroporto, ma quando me ne sono resa conto e sono tornata, non c’era più. Non so quindi quale verbo possa riassumere un insieme di situazioni che associa la sbadataggine al furto. Fatto sta che in pochi minuti sono svaniti nel nulla un numero ancora incalcolato di oggetti: dalla macchina fotografica agli hard disk, dalla biancheria alle forbicine per le unghie. Alcune cose, per il valore economico, sono subito state identificate, mentre altre, più piccole e personali, sono emerse con il passare dei giorni, causando ogni volta un senso di vuoto e nostalgia. Come la collana a spicchi di limone che mi aveva regalato mio marito per l’ultimo compleanno o la collezione di piccoli criceti colorati di mia figlia. 

The Minimalists: Less Is Now: gli oggetti che conserviamo raccontano la nostra storia

Forse per consolarmi, ho iniziato a interessarmi alle storie dei minimalisti. Il documentario The Minimalists: Less Is Now racconta la storia di due amici, Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus che poco a poco si liberano di tutto il superfluo e che ci spiegano come fare – buttando via un oggetto inutile al giorno – e perché – l’accumulo genera malessere.

Ma questo vale davvero per tutte le cose, indistintamente? No. Siamo infatti davvero sicuri che la memoria non ci abbandonerà mai e che sia il luogo più sicuro dove conservare i ricordi? Quando qualcuno ci consiglia di ‘lasciare andare’, come se ogni perdita avesse un significato e volesse dirci qualcosa – in genere che siamo stressati e che dobbiamo rallentare i nostri ritmi anche se non è affatto così – ci si rende conto che ci sono cose che invece vorremmo tenere per sempre e che non rappresentano affatto un peso? E se la pattumiera o la discarica sono il giusto punto d’arrivo del tostapane rotto e della felpa smunta, alcuni degli oggetti che coscientemente conserviamo non fanno di noi dei materialisti o degli accumulatori ma persone con una storia. Una storia che può essere intima e unica ma anche talmente grande e condivisa da arrivare a coinvolgere un intero popolo.

Important Artifacts and Personal Property di Leanne Shapton, vita e morte di un amore all’asta

Important Artifacts and Personal Property from the Collection of Lenore Doolan and Harold Morris, Including Books, Street Fashion, and Jewelry dell’artista e scrittrice canadese Leanne Shapton, pubblicato nel 2009, oltre a essere uno dei libri più belli esteticamente che io abbia mai acquistato, è un romanzo sui generis che racconta una storia d’amore fallita inventando un genere letterario, quello del catalogo d’asta. Pagine e pagine di oggetti, presentati come lotti da battere. Soprammobili, accessori, abiti, fotografie, biglietti e email che si sono lasciati e scambiati negli anni, e che ci raccontano, senza lunghe descrizioni né dialoghi, chi erano Leonore e Harold, cosa amavano indossare, cosa gli piaceva leggere, che carattere avevano e ci consentono di ricostruire, mettendo insieme i pezzi, la nascita e il declino della loro relazione. Al contrario dei cataloghi d’asta dedicati a oggetti appartenuti a personaggi famosi che non risultano utili ai fine di ricostruire le esistenze di chi li ha posseduti perché le conosciamo già, il libro di Shapton racconta la storia di due persone comuni e ci invita a guardarci intorno, tra le calamite appese al frigorifero, sulle mensole della libreria, nei cassetti dei comodini, per ascoltare le cose che ci circondano e scoprirle capaci di narrare chi siamo, in silenzio e forse meglio di quanto potremmo fare noi stessi.

Lockdown Essentials x15 di Paula Zuccotti, 15 oggetti essenziali per sopravvivere alla pandemia

C’è stato un momento della storia recente nel quale abbiamo vissuto con l’illusione di essere tutti uniti, partecipi e vittime di un evento inconsueto capace di stravolgere le nostre certezze. Ma questa unione, paradossalmente, l’abbiamo sentita nella lontananza, non scaturiva dalla vicinanza ma dal suo opposto. Abbiamo vissuto per dei mesi vite ridotte, essenziali, così come le nostre interazioni. Da questa riflessione nasce il progetto della etnografa e designer argentina Paula Zuccotti: Lockdown Essentials x15. Da diversi anni Zuccotti lavorava documentando gli oggetti di uso comune e nel 2015 aveva pubblicato il libro Every Thing We Touch: A 24 Hour Inventory of our Lives, raccontando le storie di persone di tutto il mondo attraverso singole foto di tutto ciò che avevano toccato in ordine cronologico, dall’alba al tramonto. Ma quando arrivò il Covid, come lei stessa racconta, non poté fare a meno di notare un cambiamento negli oggetti che usavamo ogni giorno. «Il lockdown ha significato riorganizzare le nostre vite e ha cambiato gli oggetti funzionali ed emotivi di cui avevamo bisogno. Come persona che crede nel potere degli oggetti quotidiani di raccontare le nostre storie – spiega Zuccotti – ho raccolto i miei 15 elementi essenziali e li ho catturati in un’unica fotografia.» Zuccotti, attraverso Instagram, ha poi invitato chi la seguiva a fare lo stesso: «Che cosa hanno in comune un’arancia, una bottiglia di vino, un kettlebell, grani di kefir, un bastoncino di salvia, una candela, semi per il giardino e un disco in vinile? Fanno parte dei miei elementi essenziali per il COVID-19. Quali sono i tuoi? Vi invito a fotografare i 15 oggetti che vi aiutano a superare questo periodo».

L’esito di questo esperimento è stata una raccolta di oltre mille immagini provenienti da cinquanta paesi. «Il risultato è crudo – commenta nella web archivio del progetto – Espone come ci siamo trovati nel momento in cui abbiamo dovuto fermarci. Piuttosto che migliorare la nostra casa per lo scatto, vestirci bene per posare o trovare il miglior filtro per il selfie, queste immagini ci hanno trovato nudi, senza trucco, con i capelli in disordine e cercando di adattarci».

Good bye, Lenin! La nostalgia dell’Impero

Gian Piero Piretto è uno storico e studioso della cultura russa e autore de La vita privata degli oggetti sovietici: 25 storie da un altro mondo, un libro che raccoglie appunto la storia di venticinque oggetti che hanno contraddistinto il quotidiano di coloro che hanno vissuto ai tempi dell’URSS. Il libro è uscito nel 2012, coincidendo con l’ascesa di Vladimir Putin al potere. «Oggi quel testo andrebbe riscritto e ripensato ma quando è stato concepito erano gli anni della nostalgia verso l’universo sovietico che era crollato rovinosamente nel 1991. Il passato veniva privato delle sue componenti drammatiche e idealizzato, non solo dagli anziani ma anche dai giovani» racconta Piretto. Davanti alla tragedia della guerra Piretto riflette: «Putin sta mistificando e usando quella nostalgia per riproporre il sogno di un impero su una base farsesca e delirante.» Tra i venticinque oggetti scelti da Piretto, accanto allo Sputnik e al distributore di acqua gasata c’è il famoso bicchiere di vetro a faccette. Nacque nel 1943, costava pochissimo, era stato pensato solido e resistente per resistere al lavaggio in lavastoviglie, elettrodomestico che la produzione prebellica aveva messo in conto e lo si poteva trovare ovunque: sui treni, nei campeggi, nelle prigioni. «Non era un oggetto prezioso ma è diventato comunque un’icona identitaria. Ancora oggi su youtube, nei canali di cucina russa, le cuoche lo usano come unità di misura». 

L’ossessione per le cose, tanto nella loro presenza, come nella loro assenza, ha sempre contraddistinto l’universo sovietico e le ideologie che l’hanno attraversato: «La lotta al possesso era già dei primi bolscevichi negli anni venti quando si combatteva il ciarpame domestico come ostacolo all’ideologia rivoluzionaria – racconta Piretto – Odiati erano tutti gli oggetti tipici della vita e della casa borghese, come gli elefantini di porcellana. Majakovskij scrisse versi roboanti contro i ritratti di Marx messi in cornici con fiorellini, i paralumi a frange e gli uccellini tenuti in gabbia, espressione del kitsch. Con Stalin poi una parte di questo pensiero viene messa da parte e la nomenklatura staliniana avrebbe colmato le cose di suppellettili. Fino al disgelo, quando con Krusciov si assistette alla legittimazione del possesso da parte dei cittadini di oggetti tecnologici come i primi elettrodomestici, le aspirapolveri, ma sempre contestando il superfluo. Le piante di ficus, ad esempio, negli anni cinquanta e sessanta venivano bollate come il massimo del cattivo gusto».

Ma la nostalgia è un fenomeno che accomuna tutti i paesi dell’area socialista e che, dall’ex Jugoslavia all’ex DDR, ha nomi e caratteristiche proprie. Sentimento e allo stesso tempo fenomeno di consumo, che spinge alla ricerca di prodotti capaci di fermare il tempo e di riportare le persone a un passato idealizzato, come in un sogno, o peggio, in un coma profondo. Per poi svegliarsi e ritrovarsi davanti un busto di Lenin che le saluta, lasciando posto a un presente rifiutato, come accade a Christiane, la madre di Alex, protagonista del film Good bye, Lenin!

Romantic Road e il viaggio di una Rolls Royce in India

Romantic Road è un film documentario diretto da Oliver McGarvey che racconta la storia dell’anziano avvocato londinese Rupert Gray e di sua moglie Jan che decidono di partire da Mumbai e attraversare l’India del Nord per raggiungere Dhaka, in Bangladesh, sulla loro Rolls Royce del 1936. Due inglesi e un’auto simbolo dell’impero britannico, che percorrono strade di povertà e conflitti. Eppure loro appaiono indifesi, curiosi, sinceri, guidati dai ricordi della giovinezza e la Rolls Royce è malandata, si ferma spesso, i pezzi vanno cambiati, al confine viene requisita e quando arriva finalmente a Dhaka diventa la mascotte della parata di inizio del Chobi Mela, il più grande festival di fotografia dell’Asia. E l’oggetto viene così stravolto, da portatore di un passato di sofferenza e sopruso racconta una nuova storia, quella di un legame tra nazioni e dell’amore tra due persone che forse, un giorno, potrebbero sì perdere la memoria, ma che mai lasceranno andare la loro Rolls Royce.

Claudia Bellante

Leanne Shapton , Important Artifacts and Personal Property from the Collection of Lenore Doolan and Harold Morris, Including Books, Street Fashion, and Jewelry
Leanne Shapton , Important Artifacts and Personal Property from the Collection of Lenore Doolan and Harold Morris, Including Books, Street Fashion, and Jewelry

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X

L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi