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Milano e il Design: cronache dalla scorsa settimana, tra il meglio e il peggio

Si usa dire “a bocce ferme” – alcuni punti per dare cronaca a Milano Design Week 2023: che cosa ne rimane? È stato solo commercio o c’era un valore culturale?

Milano Design Week: progetti, creatività, inventiva senza più usare la plastica

Funzionalità e riproducibilità: negli anni Cinquanta, il materiale che fece esplodere l’inventiva fu la plastica. Un materiale performante che sfidò la creatività del tempo, che produsse quelle idee che oggi appaiano geniali, che definì sia il gusto elitario sia il gusto popolare. Oggi, la stessa inventiva creativa è necessaria per l’opposto: eliminare la plastica. Siamo in un mondo che non può e non deve più usare la plastica – o almeno, non deve più farlo così come scopriva un tempo di poter fare. 

L’abilità di un progettista è richiesta adesso, su un quesito necessario: come possiamo cambiare le nostre abitudini quotidiani, il nostro gusto popolare che si è formato sulle abilità di un materiale plastico?

Bisogna trovare i designer che non la usano – perché oggi la plastica è ovunque

Nei colori fosforescenti, nei tessuti, delle forme morbide, nelle lucidità, nella leggerezza, in tanti risultati che piacciono a molte persone. I designer – o quelli che realmente ambiscono a definirsi tali – sono chiamati a inventare linee, pulizie, rigidità, ruvidezze, che possano comporre il nostro desiderio senza plastica. In parole più semplici: i designer devono inventare una struttura di divano che sì possa essere comoda alla seduta, ma non una nuvola in cui affondare in un morbido poliuretano.

Milano Design Week 2023: il ragionamento è suggerito dai Formafantasma allo Spazio Maiocchi

Tramite un video, i Formafantasma raccontano i risultati di una ricerca condotta per mesi: l’indagine sulla filiera della lana di pecora, in Australia e in Europa. Il video è a volta sporcato da retorica – aggettivi e intralci colloquiali – ma il messaggio concede consistenza: l’utilizzo di materiale naturale per le imbottiture delle sedute. Si ipotizza una base di legno ricoperta da gomma naturale e quindi da fibra di lana scartata dal processo di filatura. L’indicazione è coerente con il futuro della produzione industriale: la dismissione totale di materiali sintetici, in funzione di materiali naturali, rigenerabili – e mai più fonte di dispersione di microplastiche. L’angolo dedicato a questa presentazione, allo Spazio Maiocchi, è un involucro di fibra animale.

Punto negativo: la gomma naturale aumenta la lunghezza della filiera invece che accorciarla. In Italia è difficile produrre gomma naturale e Milano è il centro della produzione del mobile e della manifattura in legno. Gli argomenti sono tanti, se si entra nel merito di queste argomentazioni – e le linee che sto scrivendo non prevedono un tale approfondimento.

Il design italiano: funzionalità e riproducibilità 

Funzionalità e riproducibilità sono i due requisiti che definiscono – o almeno, hanno storicamente definito – il design industriale di un oggetto. La domanda se sia nata prima la gallina o prima l’uovo vale anche qui: ovvero, se sia stata l’idea di un oggetto così funzionale per tante persone a spingere un’azienda a capire come riprodurlo industrialmente in grandi numeri – oppure se sia stata l’industria a commissionare al progettista un oggetto di uso quotidiano che fosse riproducibile in serie. L’estetica sarebbe stato il catalizzatore in entrambi i casi. 

Milano Design Week 2023 – il successo di pubblico

La settimana scorsa, forse anche a causa dei ponti festivi ravvicinati – la città sembrava vuota come può esserlo ad agosto. L‘impressione era dovuta al confronto, al contrasto, con il passeggio della settimana prima, durante il salone: non era folla, ma gente che a Milano arrivava da ogni parte del mondo. L’indotto economico è stato percepito da tutti, anche in via Spiga – dal Cigno Nero, l’unico bar con i tavolini su strada del Quadrilatero, a Prototipo Studio, dove un letto sospeso in metallo rosso è stato venduto lunedì pomeriggio, e nei giorni successivi le vendite sono aumentate del duecento per cento.

Milano, il Quadrilatero e Via Montenapoleone: il design è anche urbanistica

Via Montenapoleone è una delle vie con lo scontrino più alto d’Europa, non riesce a trovare un regolamento tra i commercianti per le attività di carico e scarico. La via non ha un’aiuola, tantomeno un albero – lo stesso vale per tutta l’area definita come Quadrilatero. Le dichiarazioni non solo politiche ma anche amministrative sulla necessità di imporre nuove abitudini nel centro città a Milano, sono state ripetute così tante volte da tutti gli attori che appaiono vuote. Chi scrive è riuscito a portare in Via Spiga quaranta vasi di camelie in pianta stabile, oltre che a rigenerare parte delle piante nei vasi di Via Gesù – ma i tentativi per proseguire sono stati fermati.

Milano, la nobiltà del design intellettuale e il mercato di un decor commerciale

Quella che dovrebbe essere la società intellettuale, la classe dirigente, si perde in una confusione tra cosa sia il design milanese e cosa sia banalmente il decor. Sembra una riduzione banale, ma è un sintomo dell’affaticamento di Milano. Il decor è un’installazione potenzialmente efficace su Instagram, è qualcosa che deve piacere alle signore che amano apparecchiare la tavola. Si è venuto a creare un distacco netto tra il decor di tessuti stampati in acrilico su poliestere da una parte – e dall’altra parte chi ricerca e studia un’innovazione tecnologica tra design e sostenibilità.

Milano è una città dove le pubbliche relazioni offuscano l’efficacia del design: la guerrilla marketing di Bottega Veneta e il potere di un brand

Quanti cocktail, quanti inviti, quanti eventi in quei pochi giorni – come se ciò che contasse, fosse una tartina. La sensazione era che un evento definisse la sostanza, e il design fosse il contorno. Il settore del lusso sembra concentrarsi sul marketing liquidando la sincerità di un progetto. L’emblema lo ha segnato Bottega Veneta con code di decine di metri per poter entrare nei due negozi del centro e vedere le installazioni di Gaetano Pesce. La eco maggiore è stata data dai sacchetti verdi – un verde bottiglia eppure elettrico – con cui ogni visitatore usciva e procedeva camminando in giro. Il miglior caso di guerrilla marketing della settimana del design di Milano. Sacchetti in plastica con vernice sintetica. Bisogna riconoscere che Bottega Veneta ha saputo creare una aurea, un hype, che pochi altri marchi del lusso sono riusciti a raggiungere – l’abolizione dei social media e la diminuzione del placement su celebrity in controtendenza a tutto il mercato ha segnato punti a favore. Bisogna dare merito, certo, ma il successo si traduce anche nel paradosso: qualsiasi cosa che oggi presenti Bottega Veneta, piacerà a tutti, anche quando si tratta di fumo passivo. Si chiama potere contemporaneo – ma è il poter del brand, non il potere del design.

Il settore del lusso e il design a Milano: Veuve Clicquot, parte del gruppo Moet Hennessy guidato in Italia da Francesca Terragni

Per poter allestire lo spazio della Conca dell’Incoronata, Veuve Clicquot ha preso l’impegno di trasformare quel ribassamento urbano, l’ex letto del naviglio, in un giardino, piantumando alberi e arbusti, e prendendosi cura del mantenimento per i prossimi tre anni. Questo è un esempio positivo, non solo per l’operatività in sé: ci ricorda come qualsiasi progetto di design o di urbanistica per essere definito tale, dovrebbe lasciare un segno positivo su una città – tutto il resto, è solo decoro che sporca. 

Il Design per definirsi tale deve lasciare una traccia positiva

Che siano anche solo quattro pitosfori lungo il marciapiede piantumati a terra con in Via Alberto da Giussano. Milano vive sopra una falda acquifera che si spera inestinguibile, la città ha bisogno di pozzi per attingervi e la questione di come annaffiare gli alberi che servono alla città è argomento di progettualità intellettuale, non solo. Non voglio allontanarmi da tema – ma ripeto solo: questi sono argomenti di design, tutto il resto è solo decoro.

Buccellati e una manifattura in centro a Milano

Buccellati non è più proprietà di una famiglia italiana ma, entrando nella compagine di Richemont e al netto di ogni nostalgia, Buccellati ha riportato in Via Brisa una manifattura orafa in centro a Milano, dietro Corso Magenta. Le città possono tornare a essere centri produttivi, non più solo amministrativi o abitativi. Questo insegna ad accorciare la filiera italiana che ricordiamoci, è il primo asset e la ragione di ogni successo, di tutta la gente in città la settimana scorsa. Non solo. Oltre a dar prova di filiera corta, una manifattura cittadina spinge a migliorare le efficienze energetiche e gestionali dell’edificio che le dà sede: un restauro edile urbano che diventa esempio di positività costruttiva, apre soluzioni per le unità residenziali. 

Boyy – Wannasiri Kongman e Jesse Dorsey: dove un tempo c’era l’Old America

In Via Bagutta, l’Old America della signorina Francia – ogni milanese sa di chi sto scrivendo. Oggi la signorina non c’è più, e le boiserie da capitan Barbanera hanno lasciato spazio a un luogo che è talmente diverso da non patirne la poesia. Il negozio di Boyy – i due fondatori sono moglie e marito, Wannasiri Kongman e Jesse Dorsey. Wanna viene da Bangkok, Jesse dalla Svezia – hanno inventato una borsa in pelle che ottiene una nota in un mondo in cui di borse in pelle ne abbiamo abbastanza. Wanna e Jesse abitano in via Bigli in una casa disegnata da Vittoriano Viganò. Al piano terra e al primo piano – davanti un giardino a confine con il parco degli Attolico. Una tavola per 22 persone era stata apparecchiata. In cucina Dalad Kambhu che prima faceva la modella: oggi è chef del Kin Dee a Berlino, stella Michelin nel 2019. In una casa privata in una via centrale, tra le linee di un maestro delle linee italiane, si tornava a comprendere il motivo per cui vuole e deve mescolarsi al design industriale, all’architettura e non soltanto all’artigianato. Oltre a essere luogo di progettisti, Milano inventò un’identità italiana che deve procedere. I segni di Viganò diventano strutturali, sia per le piattaforme nel cortile per salire alla porta d’ingresso, sia sulle travi che reggono il terrazzo. Il cemento vivo, la ruvidità dell’intonaco, i caloriferi protagonisti in arancione. Si tratta di architettura e di design – non di decoro.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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