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Dalle fabbriche di Fashionopolis ai nuovi modelli di finanza ambientale

Sweatshop americane, Cottonopolis cinesi e opifici irregolari – dove sono i soldi per una moda più sostenibile? Il caso del fondo All e la cooperazione tra Levis’ e Artistic Milliners per la produzione di cotone biologico

Fashionopolis: nei Tartari della manodopera tessile

«All’ultimo piano del Bendix Building, un grattacielo fatiscente di undici piani in stile neogotico nel cuore del distretto della moda di Los Angeles, attraverso cancelli di metallo lasciati leggermente socchiusi, ho scorto lavoratori curvi sui macchinari, in stanze scarsamente illuminate, che cucivano abiti. Cumuli di tessuto si accatastavano sul pavimento in linoleum; fili, ritagli e palline di polvere erano ovunque». A parlare è Dana Thomas, giornalista, con una bibliografia di ampio spettro sui temi del lusso, e della sua decadenza, della moda, e della sua più bassa declinazione: il fast-fashion. Tanto bassa che, in effetti la potremmo definire sotterranea: nel primo capitolo di Fashionopolis: The Price of Fast Fashion and the Future of Clothes (2018), da cui proviene l’estratto citato, Thomas viene scortata da Mariela Martinez, coordinatrice dell’organizzazione non-profit Garment Worker Center, nei Tartari dell’industria tessile. 

Sono quelli che in inglese chiamano sweatshop – letteralmente, «fabbrica del sudore» – ovvero centri di sfruttamento della manodopera. Ci troviamo a Los Angeles, la città alata della street art di Colette Miller o quella dorata dell’immaginario hollywoodiano. Nel secondo dopoguerra, Los Angeles è diventata anche il più grande centro di produzione di abbigliamento Made in USA, superando New York, a cui è rimasto il titolo di capitale del business della moda. Complice di tale ascesa è stato il boom del cosiddetto California Look, con la sua estetica da spiaggia fatta di parei svolazzanti, costumi sintetici, bermuda e abiti inconsistenti. Una moda, insomma, priva di complessità, di facile esecuzione, la cui fabbricazione viene affidata ai già numerosi sweatshop della città, abitati per lo più da manodopera sudamericana. 

Il rumore bianco delle poleis dell’inquinamento tessile 

In Fashionopolis: The Price of Fast Fashion and the Future of Clothes, Mariela Martinez, qui nelle vesti di un moderno Virgilio, conduce Dana Thomas in una Los Angeles che pare aver perso le ali. Il distretto di Fashionopolis – così Thomas ha ribattezzato la circoscrizione cittadina con la maggiore concentrazione di fabbriche tessili – si mostra in tutta la sua crudezza: «Guardammo dall’altra parte della strada verso l’Allied Crafts Building, un altro dei torrioni del centro città costruito nei primi del Novecento che oggi ospita sweatshop. La sua facciata in stile art déco era in rovina. Diverse finestre erano state opacizzate con la calce. Alcuni degli infissi marci lasciavano degli spiragli aperti, di poco, ma abbastanza per sentire lo sferragliare delle macchine da cucire». «Lo chiamo il rumore bianco di Los Angeles. Nessuno lo vede, o lo riconosce, ma è qui», precisa Martinez. 

In acustica, si parla di rumore bianco per indicare un rumore ad ampio spettro, ovvero costituito da una larga componente di suoni con frequenze uniformemente distribuite, ove nessuno spicca sugli altri: un rumore che, insomma, non emerge nel silenzio, ma si impasta ad esso. Nella Fashionopolis di Dana Thomas il silenzio suona proprio come il rumore bianco dello sferragliare delle macchine da cucire in grattacieli art déco dalle finestre oscurate. 

Benché in origine il termine polis sia stato investito di un valore alto, identificando il luogo della classicità in cui l’uomo greco cerca di realizzare la propria felicità, le poleis di Dana Thomas sono di altro avviso. Spostandoci dalle sweatshop cementate sotto ai grattacieli di Los Angeles alla Cina, il maggiore produttore mondiale di cotone, vi troveremo invece tante Cottonopolis. Qui, ogni ettaro di terreno messo a coltura per la produzione di cotone non organico richiede un chilo di pesticidi. A Xintang, quella che potremmo definire la capitale mondiale dei jeans, o, per dirla come Dana Thomas, Jeansopolis, ogni giorno si confezionano ottocento mila capi: quelli finiti inquinano il cielo nel trasporto verso gli armadi occidentali, mentre gli scarti di produzione vengono smaltiti nel fiume Dong, affluente del Fiume delle Perle, la cui acqua intrisa di fibre, polveri, e metalli rigetta la sua carica inquinante su tutto ciò incontra, compresa la pelle degli operai di Xintang. 

Dove sono i soldi per rendere la moda più sostenibile? – I «nuovi» modelli investimento e finanziamento nella moda sostenibile, dal fondo All al coinvolgimento delle banche

In una delle ultime indagini pubblicate da The Business of Fashion ci si chiedeva: «dove sono i soldi per rendere la moda più sostenibile?». La risposta procede per paragrafi, in cui si tenta di squadernare il mare magnum della finanza sostenibile. Si parla del fondo di investimenti dell’Apparel Impact Institute, del tentativo di coinvolgere le banche laddove la responsività delle Maison è vicina allo zero, del Good Fashion Fund e di altre iniziative dai contorni foschi, di cui si conoscono gli obiettivi ma non le loro effettive realizzazioni – che spesso, in effetti, si rivelano un buco nell’acqua. 

Nel caso dell’Apparel Impact Institute, un’organizzazione sulla cui pagina online si legge l’ambiziosa missione di «trasformare l’industria dell’abbigliamento e delle calzature finanziando soluzioni e programmi collaudati volti a ridurre le emissioni di carbonio», l’obiettivo posto a giugno 2022 era quello di raccogliere un fondo da duecentocinquanta milioni di dollari. Quest’ultimo era destinato ad una serie di iniziative volte a dimostrare la viabilità di percorsi di produzione sostenibile all’interno della catena di fornitura della moda, così da sbloccare ulteriori fondi. Se non che finora sono stati raccolti solo settanta milioni, provenienti da un manipolo scarno di marchi e filantropi. E, neanche a dirlo, di fondi ulteriori non si è più parlato.

Stella McCartney x ALL Sustainable Initiative
Stella McCartney x ALL Sustainable Initiative

Lewis Perkins, il presidente dell’ Apparel Impact Institute, ha impiegato gli ultimi venti mesi nella ricerca di investitori ma, per sua stessa ammissione, la velocità di risposta dei marchi è stata inversamente proporzionale alla velocità della loro produzione. Al di là di vistose note stampa e dichiarazioni di alto profilo, le ambizioni di sostenibilità sono raramente corrisposte da budget stanziati o piani di spesa. Il quadro è ulteriormente compromesso dalla frammentazione delle catene produttive. Nella pratica, i processi di produzione sono stati in gran parte esternalizzati a fornitori che, a loro volta, si appoggiano ad hub off-shore o a manodopera a basso costo. 

Le maison non si limitano a esternalizzare la produzione, ma anche la responsabilità del loro impatto ambientale. D’altra parte, i produttori si rifiutano di sopportare i costi di un problema che i grandi marchi hanno scaricato su di loro, per trarne il massimo profitto – le borse realizzate al prezzo di tre euro l’ora sono vendute nei negozi a mille e passa euro. E in questo rimpallo di responsabilità, la risposta alle richieste di finanziamento da parte di Lewis Perkins è sempre la stessa: non disponiamo di denaro sufficiente. È per questo motivo che negli ultimi mesi l’Apparel Impact Institute si è rivolto a partner bancari come HSBC per dare fondo alle iniziative e dimostrare la stabilità del mercato degli investimenti climatici nel settore moda. La speranza è che, garantite da un mercato più stabile, anche le case di moda, per loro natura volatili come le tendenze di cui si nutrono, si decideranno a sbloccare investimenti a favore del fondo. 

La cooperazione tra Artistic Milliners, Levi’s e Bestseller per la produzione di cotone biologico: l’eccezione che conferma la regola

Un altro caso è quello di Artistic Milliners, un’azienda pakistana produttrice di denim che nel 2022 ha investito sessanta milioni in un impianto di produzione per così dire futuristico: pranzo gratuito in loco, trasporti e strutture per la formazione dei dipendenti, paghe eque, promozione dell’inclusività e sistemi high-tech. Il modello di investimento è stato appoggiato dai marchi Levi’s e Bestseller, i quali sono diventati partner di Artistic Milliners per lo sviluppo di cotone biologico. Si è trattato di un esempio virtuoso di co-finanziamento in cui i due marchi si sono impegnati ad acquistare un certo volume di materiale, oltre ad un costo addizionale per coprire il passaggio dei lavoratori ad un’agricoltura biologica. Tuttavia, è stato un esempio quasi isolato: al momento dello sviluppo del progetto, Artistic Milliners si è reso conto che la maggior parte dei marchi non era disposta a firmare per volumi di fornitura predefiniti a causa dell’instabilità del mercato, e ancor di più non erano disposti a sopportare un costo addizionale. Alla fine dei conti, l’azienda si è trovata a sostenere il sessanta percento dei costi del progetto. Lo poteva fare perché parliamo di uno dei più grandi fornitori mondiali di denim, è perché è stata, di fatto, un’eccezione. 

Quando l’etichetta Made in non è più sufficiente: il ruolo della politica e l’esempio di Florence Kelly

Trovare i fondi per riformare le condizioni dei lavoratori del tessile e fermare il cambiamento climatico rimane uno dei più grandi problemi politici ed economici dei nostri tempi: richiede grandi investimenti in progetti dal rendimento incerto, alti rischi e lunghi tempi di recupero. E, soprattutto, richiede un coordinamento tra le parti. Allo stato attuale, i team di sostenibilità delle aziende vengono forniti di budget limitati e limitanti, stabiliti dai team della finanza e delle risorse economiche, che spesso preferiscono investire tali risorse in altro. Nel frattempo, brand e produttori lavorano su fronti separati, e nessuno dei due paga i costi finanziari di un necessario cambio di modello, pena costi ambientali e umani per tutti – ma, forse, ancora non se ne sono resi conto. In questa partita di responsabilità, non farebbe male prendere qualche spunto dal passato: come spiega bene Dana Thomas, di sweatshop ce ne sono sempre state, come anche attivisti impegnati nel debellarli. 

Negli anni Novanta del Diciannovesimo secolo l’attivista Florence Kelly, la prima segretaria generale dell’organizzazione non-profit National Consumer League ha fatto della lotta alle sweatshop la sua crociata. A tal fine, promosse la diffusione di un’etichetta bianca da applicare ai soli capi di aziende eticamente responsabili: si trattava di una sorta di certificazione a garanzia del rispetto delle norme sull’impiego statale e sulla sicurezza nel lavoro. Nel tempo, l’etichetta bianca costituì sempre di più un valore aggiunto agli abiti, oltre che un pezzo di carta sul quale i compratori si soffermavano a riflettere sull’eticità dei loro acquisti. Made in USA non era, di fatto, una garanzia più sufficiente. E così, ottenere il permesso di utilizzare l’etichetta bianca divenne un incentivo per le case di moda. Inutile dire che l’iniziativa non sopravvisse a Florence Kelly, ma rimane un esempio di interesse storico. Potrebbe essere che la tanto agognata risposta a Lewis Perkins e ad altri imprenditori della sostenibilità non debba venire dalle Maison né dai produttori, quanto da regolamentazioni politiche? Dopo tutto, anche a distanza di oltre un secolo, la soluzione di Florence Kelly appare perfettamente calata nel nostro tempo. O forse, dopo tutto, attingendo ad una delle massime letterarie più inflazionate della storia: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». E, in effetti, qui sembra che tutto sia cambiato per rimanere tale. 

Stella Manferdini

Artistic Milliners Headquarters, Karachi, Pakistan @Artmill
Artistic Milliners Headquarters, Karachi, Pakistan @Artmill

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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