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Il punto sul teatro in Italia con Ottavia Casagrande 

«L’arte può trasmettere consapevolezza, ma alla fine non è altro che una goccia d’acqua in un oceano di plastica». Ottavia Casagrande tra sperimentalismo teatrale e impegno civile, con un romanzo sul rapporto uomo-montagna

Ottavia Casagrande, tra l’Alto Adige e la Sicilia partendo dall’America

I luoghi di Ottavia Casagrande sono la Sicilia e l’Alto Adige: «gli estremi opposti dell’Italia. La Sicilia è il mio passato, la mia infanzia, la mia famiglia. Sono un’immigrata di ritorno: sono nata in America, cresciuta in Inghilterra e lavoro per lo più in Sicilia. L’Alto Adige l’ho scoperto più tardi, sempre per lavoro. Nell’altopiano che collega Merano a Bolzano si assiste ancora a un incontro di civiltà, tra la maggioranza tedesca e la minoranza italiana».

Il punto sull’inquinamento: bisogna distinguere tra impegno civile del cittadino e situazione globale 

«Sette anni fa scrivevo lettere sul tema al Presidente della Repubblica. Non mi ha mai risposto. Negli anni dieci, quando ancora nessuno ne parlava, mi avviavo a fondare l’ASN – Associazione Salva Natura – le cui quote associative venivano devolute a enti per la salvaguardia dell’ambiente e scrivevo articoli sul tema nel giornalino dell’ASN. A distanza di anni, ho una comprensione più matura del tema e se ne parla di più. Non vedo una risoluzione positiva. Da quando se ne parla si brucia più carbone. Si consigliano i pannelli solari, ma nessuno ti dice come smaltirli. L’arte può trasmettere consapevolezza, ma non è altro che una goccia d’acqua in un oceano di plastica».

Il prossimo romanzo di Ottavia Casagrande sul tema uomo-natura è ambientato in Nord America

Ottavia Casagrande si dedica ai temi della natura con un racconto ambientato in Messico sull’incontro e scontro tra uomo e montagna. «Qui ogni anno dal Nord America per il Dia de Los Muertos – il Giorno dei Morti – milioni di farfalle monarca migrano verso le montagne. Mi sono recata sul luogo e ho iniziato a scrivere. La storia è basata per intero su fatti reali: è così che scrivo. Racconto di due ragazzine indigene che vivono sulle montagne, di come la relazione uomo-montagna sia cambiata nel tempo».

Il romanzo sul principe Raimondo Lanza di Trabia: il nonno di Ottavia ha ispirato i suoi libri

I precedenti romanzi di Ottavia Casagrande erano dedicati al nonno, Raimondo Lanza di Trabia (colui che ispirò L’uomo in frack di Domenico Modugno). Lo racconta nei termini di una favola tragica. Figlio illegittimo del principe Giuseppe Lanza Branciforte di Trabia e della nobildonna veneta Madda Papadopoli Aldobrandini, crebbe a Palermo insieme ai nonni paterni, di cui ottenne il titolo nobiliare. Uomo d’azione, fu volontario in Spagna tra le file dei franchisti, lavorò per il servizio di intelligence del regime e, in qualità di uomo di fiducia di Galeazzo Ciano, tentò di impedire lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante una vista costellata da amori e amicizie – come quelle di Gianni Agnelli e Curzio Malaparte – Raimondo Lanza di Trabia si suicidò gettandosi dalla finestra della suite dell’hotel Eden di Roma. Su questa chiusura di sipario l’opinione pubblica non è mai stata convinta.

«Quella di Raimondo non è una storia di memoria. Non ci sono ricordi di Raimondo, ma ricerca. È morto tre mesi prima della nascita di mia madre. Avevamo solo fatti e documenti. Mia madre è cresciuta nel mito di un uomo senza aver mai sentito la sua voce né osservato il suo volto. A un certo punto è emersa la necessità di una ricerca più serrata sulla sua vita».

«È stato nel momento in cui abbiamo trovato una valigia contenente lettere di oltre cinquant’anni di storia familiare e nazionale che ho iniziato a scrivere il primo libro – Mi toccherà ballare: L’ultimo principe di Trabia, 2014. Doveva essere per noi e per mia madre in particolare, ma andando avanti nella scrittura ho compreso l’interesse che poteva avere al di là della famiglia. Le ricerche si sono poi allargate agli archivi militari e ai servizi segreti, avviandomi a un secondo libro (Quando si spense la notte. Il principe di Trabia, la spia che non voleva la guerra, 2018). Su Raimondo c’è ancora da scrivere, ma non posso scrivere solo di lui. Questo è il momento di scrivere di altri, per poi tornare a lui».

L’eredità di Raimondo Lanza di Trabia nel nome e nella storia di Raimonda Lanza di Trabia

Il 30 novembre 1954 Raimonda Lanza di Trabia nacque senza la possibilità di conoscere il padre, quando la sua scomparsa era già stata accolta da una sorta di aurea mitica. Di lui ereditò il nome, una storia senza conclusione e la famosa valigetta dei ricordi. Il tutto infine si lega, perché a quella storia Raimonda ha potuto dare una conclusione proprio grazie alla valigetta, convergendo il tutto nel lavoro di scrittura svolto a quattro mani con la figlia Ottavia. 

Nel suo breve racconto Estati Felici parla della sua infanzia presso il Castello di Trabia, altra significativa eredità familiare: «Tra le gioie della mia infanzia: le ore passate in cucina con la cara vecchia Maria, l’allegria nel friggere le melanzane, la gioia nel preparare la conserva di pomodoro, rito cadenzato che andava dal preparare le bottiglie al tagliare i pomodori, a stendere il concentrato al sole su tavole di legno dove andava mescolato con cura e gesti antichi e sicuri, tutto per allungare all’inverno il senso di quell’estate, e così è stato per me fino agli anni condivisi al Castello con le mie bambine, anch’esse scure in volto quando arrivava il fatidico momento del rientro a Milano». 

Trapiantata al nord ormai da diverso tempo, oggi Raimonda vive sulla collina torinese di Moncalieri presso la Villa Silvio Pellico. La dimora, già di proprietà di Giorgio Ajmone Marsan e, ancor prima, della filantropa Juliette Colbert – italianizzata Giulia di Barolo – ospita un giardino con alberi centenari progettato dall’architetto Russell Page. Il nome si deve ad un fatto storico ben preciso: Giulia di Barolo avrebbe infatti ospitato il patriota italiano Silvio Pellico il quale, proprio in questa villa, avrebbe scritto parte di Le mie prigioni (1832). 

L’eredità immobiliare di Raimondo Lanza di Trabia

A Raimondo Lanza di Trabia si deve anche il restauro del Castello Lanza di Trabia, di proprietà della famiglia da quando, nel Dodicesimo secolo, il Conte Roberto il Guiscardo aveva donato il forte al capitano Corrado Lanza come ricompensa del servizio prestato in battaglia. La proprietà riveste un ruolo di fondamentale importanza nella storia familiare, in quanto in essa si trovano le ragioni dei rapporti fra la Gran Bretagna e Casa Lanza, nati durante il periodo di dominazione britannica in Sicilia (1805-1815). L’ammiraglio Cook pare fosse un habitué della casa, e a lui si devono le specie esotiche che ancora oggi costellano il giardino. Lo stesso principe Raimondo fu educato ad Oxford e fu agente del servizio di spionaggio britannico durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Nelle mura di questo palazzo egli accolse personalità quali Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Aristotele Onassis, e qui la figlia Raimonda vi trascorse le sue vacanze prima che venisse adibito a luogo per eventi e cerimonie. Del patrimonio familiare, una parte fu alienata per via delle riforme agrarie che colpirono la Sicilia il secolo scorso, e a cui Raimondo assistette. Sopravvissero il Castello di Trabia e Palazzo Butera, a Palermo, dove Raimondo era cresciuto con i nonni Pietro Lanza di Trabia e Giulia Florio. Dal 2016, quest’ultimo è entrato a far parte delle proprietà dei collezionisti Massimo e Francesca Valsecchi, i quali vi hanno raccolto le loro collezioni d’arte per farne una casa museo e un luogo di ricerca. 

Il teatro non deve educare: l’attributo di libertà del teatro di Ottavia Casagrande 

Questione di genere, libertà sessuale, abbattimento delle barriere oltre che della quinta teatrale. Il teatro per Ottavia Casagrande non cerca un altrove: è un altrove. È l’ultimo baluardo possibile di libertà artistica, al di là delle logiche di marketing e di mercato: «L’unicità del teatro è che qui si possono dire cose che altrove sono negate. Il motivo è banale: per fare un film, anche il più low cost, vi è necessità di budget e tempi preparatori. Uno spettacolo teatrale si monta anche con pochi euro. Questo permette il lusso di parlare al pubblico senza intermediazioni e sponsor».

«Il mio teatro non cerca un altrove, ce l’ha. È il suo attributo di libertà. Nell’ambito dell’elaborazione artistica non si trova nulla di simile, con l’eccezione dell’auto pubblicazione. Nell’editoria, e men che meno nell’editoria italiana, così come nel cinema, il budget limita lo spazio di manovra. La televisione è imbrigliata dai lacci delle logiche commerciali, e un simile discorso si applica alla musica. Negli altri media non riesco a vedere lo stesso grado di sperimentazione, la stessa necessità di collocarsi all’avanguardia».

Fare teatro al tempo presente: che direzione sta prendendo l’arte drammatica in Italia?

«Il teatro italiano è teatro pionieristico che opera contro ogni logica, nella totale indifferenza del grande pubblico. È un teatro che si rivolge ad una nicchia ristretta. Detto questo, siamo in una fase specifica, di transizione. La pandemia ha spazzato via compagnie teatrali di piccole dimensioni, mentre gli spettacoli hanno smesso di girare e così si sono persi. Ci troviamo come dopo un incendio a osservare se ricresceranno le stesse piante di prima o ne vedremo di nuove».

Il punto sul teatro in Italia: tra sperimentalismo, burocrazia e istituzioni bancarie 

La curatela di Ottavia Casagrande si applica a una committenza privata estranea ai meccanismi di interesse. È un teatro totalmente suo: «Tratto pochissimo di teatro in modo diretto. Salvo eccezioni, non mi occupo né di regia né di scrittura teatrale. Vivo il teatro da spettatrice. Poi mi occupo di curatela. Mi trovo in un contesto privilegiato, ovvero quello della committenza privata. Con Planeta, per esempio, ho carta bianca. Al di là del ritorno di immagine – che è tuttavia relativo – Planeta fa teatro per dare cultura. Si collocano al di fuori di tutte le logiche ministeriali, una mosca bianca nel mare magnum della committenza teatrale, per lo più in mano alle istituzioni bancarie, alle fondazioni, al ministero e alla burocrazia che questo comporta». 

La ruvidità del terreno vulcanico e un teatro senza pareti: Ottavia Casagrande racconta Sciaranuova Festival 2023 

È l’estate del 2015 quando Vito Planeta, viticoltore e uomo di cultura oggi scomparso, fa dei terrazzamenti che un tempo erano vigneti di famiglia, un teatro senza pareti. La geografia dell’Etna, con i suoi pini secolari, il suo tessuto magmatico e i vitigni autoctoni, ha la funzione di quinta teatrale. L’idea, è vero, è stata di Vito, noto per il suo ruolo di mecenate – tra gli altri, era legato al collettivo artistico Claire Fontaine e all’artista performativa Vanessa Beecroft – ma il progetto di un teatro in vigna è sostenuto dall’azienda vitivinicola Planeta. Il titolo scelto per il progetto è quello di Sciaranuova Festival – Sciaranuova è il nome della tenuta di proprietà di Planeta che ospita l’iniziativa – laddove nel vocabolario etneo sciara indica gli agglomerati di scorie vulcaniche che si formano ai lati delle colate laviche. Dunque, una materia ruvida e opaca, che qui diventa il terreno di una doppia arte, vinicola e teatrale. 

La curatela dell’ultima edizione, la prima in assenza di Vito Planta, è stata affidata a Ottavia Casagrande che, dopo anni di collaborazione con Planeta, conosce la materia e i luoghi del vino del Vulcano: «Il vino e il teatro – entrambi nascono da lì, dall’Antica Grecia. Sono fratelli germani. Un filo rosso non sottile, anzi ben visibile, li lega. La complessità non è stata tanto nella ricerca di una corrispondenza vino-teatro – questo è stato un fatto naturale – quanto nell’azione di portare il teatro in un terreno difficile come quello dell’Etna. È stato Vito Planeta, fondatore di Sciaranuova Festival, a pensare che si potesse portare l’arte in una terra isolata. Siamo a quarantacinque minuti di macchina sia da Catania che da Messina. Manca un cavo? Ecco che bisogna mettersi subito in macchina e guidare per oltre un’ora e mezza, andata e ritorno. Non è stato facile: bisogna essere organizzati e scegliere gli spettacoli giusti per un palco a ridotte dimensioni e con una struttura tecnica semplificata».

Adattamenti è il titolo scelto per l’edizione 2023 di Sciaranuova Festival

Adattamenti è il titolo per l’edizione 2023 di Sciaranuova Festival. Il significato è duplice: da un lato l’adattamento dell’azione scenica a un luogo non concepito per il teatro, dall’altro la rielaborazione per il teatro di un’opera non-teatrale. Il pittore francese Joseph Ducreux sostiene che, perché ci sia arte, è necessario che l’idea della cosa sia rappresentata da un’altra cosa, e questo è il caso di Adattamenti. Casagrande ha scelto due testi distanti dal linguaggio della recitazione: «Se ci si allontana dai canoni classici, il teatro italiano è in grado di rispondere a uno sperimentalismo estraneo al modello francese o inglese. Mi riferisco a un teatro di ricerca e di intuizione. I due testi di quest’anno sono diversi dal teatro che si concepisce come tale».

Adattarsi per cambiare prospettiva: il sottotesto ai due spettacoli 

La rassegna si apre con The Handmaid’s tale – Confessione di un’ancella, adattamento del romanzo distopico Il racconto dell’ancella scritto nel 1985 da Margaret Atwood. Il mondo immaginato dalla Atwood, qui interpretato dall’attrice Viola Graziosi, ha i tratti di una gabbia dove le donne, classificate per funzione e capacità riproduttiva, sono suddite prive di azione e di parola. È una realtà che – ancora – non esiste: Cosa significa per le donne essere libere? Che uso viene fatto di tale libertà?

Il secondo giorno di festival vede il debutto in lingua italiana della conferenza-spettacolo Della sessualità delle orchidee. L’attrice francese Sofia Teillet, qui in veste di conferenziera sui generis, indaga la riproduzione delle orchidee con un linguaggio doppio, tra monologo e lezione di scienze naturali.

«Con The Handmaid’s tale abbiamo un racconto drammatico, da cui emerge un pensiero negativo. Dall’altra abbiamo una rappresentazione leggera, da cui scaturisce il sorriso. Pianto e sorriso – entrambi mostrano uno scarto di prospettiva. Il primo perché guarda al futuro, a come potrebbe essere, e non è. La sessualità delle orchidee guarda al mondo presente. Qui l’essere umano non è inteso come superiore: è calato nella terra, posto allo stesso livello delle altre specie, che del mondo sono proprietarie tanto quanto lui».

The Handmaid’s tale – Confessione di un’ancella: un racconto distopico che parla della libertà di genere. Quanto c’è di reale nella finzione?

«La questione della violenza di genere è mal posta. A partire dagli anni Novanta c’è stata una biforcazione del femminismo, e si è scelta la strada del vittimismo. Il testo di Atwood è precedente a questa biforcazione, quando ancora le due linee del femminismo erano alla pari, senza il prevalere di una sull’altra. Questa visione di donna come vittima è deleteria. La donna è limitata nelle sue libertà – questo è un dato sociale e un dato di fatto».

Ottavia Casagrande

Nata a Chicago e cresciuta in Italia, Ottavia Casagrande ha conseguito un BA in Drama and Theatre Art presso il Goldsmiths College, University of London. Ha lavorato nei teatri francesi, inglesi, italiani e russi. Con Feltrinelli ha pubblicato Mi toccherà ballare (2014) e Quando si spense la notte2018 – vincitore del Premio Matteotti 2019 – entrambi dedicati al nonno materno, Raimondo Lanza di Trabia. Scrive per Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Il Domani.

Stella Manferdini 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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