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Jonathan Daniel Hamm interpreta Don Draper protagonista della serie Mad Men
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Come le serie tv rappresentano la crisi della mascolinità tossica dell’uomo alfa

Prima di La legge di Lidia Poët, serie tv come The bear, The morning show e Mad Men hanno messo in scena la crisi del modello virile cercando di decostruire i meccanismi maschilisti

La legge di Lidia Poët, le serie tv intercettano i cambiamenti sociali prima dei film; la mascolinità in crisi come tema delle produzioni di oggi

La legge di Lidia Poët, serie italiana che vede Matilda De Angelis vestire i panni della prima avvocata d’Italia, è terza nella classifica globale dei titoli di Netflix non in lingua inglese. È tra le serie più viste in cinquantacinque nazioni. Al di là del valore artistico, la serie rappresenta una svolta nella scelta del protagonista. I personaggi del cinema italiano hanno rappresentato per anni un modello di mascolinità entrato a far parte della cultura popolare. Virili e seducenti, infedeli e irrequieti: personaggi che hanno contribuito alla fama di divi come Amedeo Nazzari, Raf Vallone e Marcello Mastroianni. Gli omologhi oltreoceano, come Humphrey Bogart e Marlon Brando, hanno ritratto quella stessa mascolinità che grazie alla fama delle grandi produzioni hollywoodiane ha condizionato l’idea archetipica di uomo in tutto il mondo. Nella società post-moderna i riferimenti culturali cambiano con più velocità, così il racconto artistico, più che proporre modelli univoci e fissi, fotografa l’evolversi di fenomeni e situazioni. 

La serie Netflix Machos alfa – che ruolo ricopre l’uomo nella società di oggi?

La serie Netflix Machos alfa racconta di come quattro amici etero sulla quarantina perdano tutto a causa della loro visione maschilista. Solo qualche anno prima le loro convinzioni non li avrebbero portati a perdere il lavoro, la monogamia o la propria partner, ora non è più così. I loro privilegi sono messi in discussione, la società è cambiata mentre loro non si sono adeguati. Non gli resta che decostruire la loro maschilità. Il punto della serie è semplice: l’uomo non sa più che ruolo ricoprire. Del resto, come spiega il giornalista Claudio Garioni: «Viviamo di frame e di etichette che ci attacchiamo e che appiccichiamo agli altri. Il futuro forse ci porterà a storie e modelli più evoluti». Nella serie la speranza è riposta nei giovani: sono i figli con il loro esempio a portare il cambiamento nelle vite degli adulti. Eugenia Fattori, consulente di comunicazione e critica televisiva spiega: «Il grande cambiamento rispetto a come veniva raccontata la mascolinità è che oggi ci troviamo di fronte a uomini che si uniformano meno a un modello unico. La serialità ha preso coscienza del fatto che la mitizzazione di un certo tipo di mascolinità non ha senso e che bisogna indagare questa crisi per capirla. I prodotti culturali sono vasi comunicanti con la realtà, da una parte la influenzano da una parte ne sono influenzati».

Le molte sfumature di mascolinità tossica: The White Lotus

La serie The White Lotus racconta le vicende di un gruppo di persone ricche in un albergo di lusso. Se la prima stagione si concentrava sul privilegio, è il maschilismo al centro della seconda, dove il vantaggio di essere ricchi è unito a quello di essere uomini. L’esempio migliore è rappresentato dal marito che tratta in modo sprezzante la moglie contando il numero di macaron ingeriti. Per Livio Ricciardi, consulente sessuale e psicologo, è necessario trattare certi argomenti: «L’arte ha un grande potere che è la rappresentatività: focalizzarsi su un determinato stereotipo assume un significato di rilievo, i tratti caratteristici di un personaggio possono creare un modello, positivo o negativo, in grado di influenzarci o di farci riflettere». Maschilismo e privilegio si uniscono soprattutto negli atteggiamenti di chi pensa di risolvere ogni problema con la sua ricchezza, nel cat-calling per strada, nei giochi di potere nei contesti lavorativi.  «The White Lotus fa parte di un filone tematico che attraversa la serialità – spiega Fattori –  e racconta, tra le altre cose, la mascolinità. Come fanno anche Cobra Kai e The Peacemaker. Non a caso le serie sono spesso scritte e dirette da uomini che vivono direttamente sulla loro pelle questo disorientamento».

Generazioni di maschilisti a confronto, i riferimenti agli uomini de Il Padrino di Coppola

La serie vanta numerosi riferimenti alla saga del Padrino che evoca quel mondo dove gli uomini possono risolvere i problemi con la violenza, essere infedeli e tornare tranquillamente a casa dalle loro mogli.  «The White Lotus è ambientata in Sicilia, era quasi d’obbligo passare per il film di Coppola – come sottolinea Garioni –  è un esempio di come occorra talvolta abbattere i propri idoli. La narrazione dei fatti condiziona l’accettazione di certi comportamenti quindi è significativo il ruolo che hanno film e serie nel creare nuovi modelli e fare delle critiche». White Lotus attraverso citazioni cinematografiche e dialoghi intergenerazionali vuol dimostrare che il maschilismo si è ridotto e trasformato ma di certo non è scomparso: in una delle ultime scene padre, figlio e nipote girano contemporaneamente la testa per guardare una bella donna che sta passando davanti a loro, un impulso che rivela quanto in realtà siano ancora simili. «Il regista Mike White – sottolinea Fattori – ha scelto un modo spietato di raccontare questa mascolinità un po’ persa nel contemporaneo, dove le cose cambiano molto più velocemente di quelli che sono i riferimenti culturali».

The bear: la mascolinità tossica degli uomini verso uomini e donne, e quella interiorizzata dalle donne contro le donne

Urla, bruciature, oggetti lanciati, sopraffazioni. In una cucina claustrofobica, dai fornelli roventi e gli animi arrabbiati, lo chef Carmy, interpretato da Jeremy Allen White (Shameless) si ritrova a gestire un locale, dove violenze, mancanze di rispetto e disuguaglianze sono all’ordine del giorno. È così che The bear mostra come la mascolinità tossica si declini in modi differenti: è quella degli uomini verso gli uomini, quella degli uomini nei confronti delle donne, ma è anche quella introiettata dalle donne.  All’interno del racconto, tra rabbia e bullismo, emergono però anche personaggi maschili che mostrano la loro sensibilità. Come spiega Ricciardi «Bisogna far vedere il classico maschio come un individuo che può mostrare i suoi sentimenti e le sue fragilità anziché far passare il messaggio dell’uomo duro e inflessibile. 

Parlare di certi argomenti è una grandissima opportunità sia dal punto di vista divulgativo che rappresentativo, ci consente di tendere la mano a determinate persone».

The morning show, il racconto del movimento Me Too negli studi televisivi

The bear si inserisce in un processo già avviato da altri contenuti, come The morning show, la serie di Apple Tv in cui il movimento Me Too diventa la lente per svelare privilegi e soprusi all’interno degli studi televisivi. Nella prima stagione, in seguito all’allontanamento per cattiva condotta sessuale di Mitch Kessler (Steve Carell), co-conduttore del celebre programma di notizie del mattino Morning show, tutte le persone coinvolte dovranno fare i conti con le conseguenze dell’abuso, a partire dalla sua collega Alex Levy (Jennifer Aniston) costretta a prendere una posizione. Caduto il velo, la gravità degli eventi è insostenibile, resta la possibilità di invertire la rotta abituale e non rimanere in silenzio. Parlare è il primo atto sovversivo per cambiare le cose e ciò testimonia come il movimento Me Too sia stato uno spartiacque, un duro colpo alla mascolinità tossica imperante. Come sottolinea Eugenia Fattori: «Dopo il Me too c’è stata una rivoluzione anche nel modo in cui si parla di certe cose. La serie mostra la crisi di un’industria e di quei modelli che contribuiva a creare».

Mad Men, o il maschilismo vintage 

Mad Men aveva già posto le basi per questa riflessione. La serie di Matthew Weiner nell’immortalare gli uomini di successo mostrava il lungo – e non ancora terminato – processo verso la parità. Nonostante il focus apparentemente maschio-centrico, dopo sette stagioni saranno soprattutto le donne ad avere un arco narrativo positivo. Le protagoniste non sono intrappolate nella ‘mistica della femminilità’, almeno non tutte e non sempre: si ribellano, lavorano, cambiano. Sono le loro storie personali, tra battaglie sul lavoro, manifestazioni di piazza, bikini e minigonne, a mostrare le difficoltà, i soprusi e le conquiste femminili tra gli anni cinquanta e settanta. Un passato non così lontano, come ricorda Ricciardi: «Oggi alcuni gruppi sui social, come i Sigma, che io chiamo Incel muscolosi, vogliono portare in auge modelli ultra conservatori, ad esempio ricondurre la donna ad essere un’incubatrice di figli o un oggetto sessuale».

Il neo-maschilismo come forma di reazione alla paura della perdita di potere

La serie si concentra sugli atteggiamenti maschilisti dominanti. Input che ci arrivano sotto forma di barzellette sessiste, di donnaioli impenitenti dalla palpatina facile, oltre alle innumerevoli violenze psicologiche e fisiche riportate dalle donne. Mad Men non esita a mostrare il lato peggiore di questi atteggiamenti, non li rende glamour. Vengono mostrati per come accadevano. «Rispetto al maschilismo di ieri – spiega Ricciardi – si sta creando un colpo di coda. Il neo-maschilismo non ricerca la mascolinità originale ma è una reazione alla paura di perdere il potere.  Oggi ci troviamo in una fase di transizione perché c’è stato un tentativo di rottura con la mascolinità passata e i retaggi patriarcali ma dobbiamo fare i conti anche con la reazione estrema di soggetti che non vogliono la parità».

La mascolinità tossica, una gabbia per gli uomini; le diverse letture di Fight Club di David Fincher

Un personaggio di Machos alfa in una puntata si domanda «È un privilegio essere uomo? O siamo vittime della mascolinità?». Già Fight Club di Fincher aveva posto l’accento sulla violenza che rende gli uomini sia carnefici sia vittime attraverso l’incorporazione coatta della mascolinità e dei suoi tratti. La mascolinità tossica è infatti legata a un solo modello maschile, vincola gli uomini a seguire un copione specifico, l’unico ritenuto accettabile. Come spiega Claudio Garioni: «Il film di David Fincher viene usato da alcuni per mitizzare la mascolinità, da altri per rappresentare una critica all’aggressività. Per alcuni critici la scena finale, dove il protagonista tiene per mano la donna, sarebbe una metafora della sua riappacificazione con il lato femminile. Una stessa opera può quindi apparire diversa a seconda di chi lo guarda, è fondamentale il filtro che ognuno applica». Come sostiene la scrittrice e attivista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, «la peggior cosa, di gran lunga, che facciamo ai maschi, facendo sentire loro che devono essere dei duri, è che li lasciamo con un ego molto fragile».

Livio Ricciardi 

Consulente sessuale, dottore in psicologia, cantante, divulgatore sex positive sui social network. Dal 2020 conduce un lavoro sui social atto alla divulgazione e all’educazione psicosessuologica e nel 2022 apre il podcast su psicologia e sessuologia FACCIAMOLO (FCCML). 

Claudio Garioni 

Di giorno fa il giornalista sportivo. Di notte mette la sua passione per cinema, film, serie tv, libri, fumetti, luoghi e molto altro dentro il suo podcast Yugen pieno di ospiti con cose da dire. O viceversa.

Eugenia Fattori 

Si occupa da un decennio di analisi dei media e in particolare di critica televisiva e cinematografica in un’ottica femminista intersezionale. Attualmente conduce due podcast, Tutte col Tutù (dedicato a Sex and The City, insieme a Marina Pierri) e Binge Partners insieme ad Attilio Palmieri.

Lucia Antista

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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