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Acqua alta a San Marco, Venezia, Acqua Granda 2019
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Banglavenice, dal Gange alla laguna di Venezia: i rifugiati climatici del Bangladesh

Banglavenice è un neologismo che tiene insieme Venezia e il Bangladesh, due luoghi simbolo della crisi climatica: sempre più rifugiati climatici stanno scegliendo la città veneta come seconda casa

Il Bangladesh e Venezia uniti dalle maree: il documentario Banglavenice

Bangladesh e Venezia: entrambi sono costruiti sull’acqua. Come il Bangladesh, Venezia è la città simbolo della lotta al cambiamento climatico e della resilienza all’innalzamento dei mari e alle inondazioni. Le barriere del Mose sono un palliativo che ci permette di prendere tempo ma non sono una soluzione definitiva ai drammi ambientali che la città lagunare dovrà affrontare a causa della crisi climatica. Si pensa che l’acqua e le maree che amministrano la vita tanto a Venezia quanto in Bangladesh sia un richiamo ancestrale per tutti quei bangladesi che hanno deciso di fare della laguna veneta la loro nuova casa. 

Emanuele Confortin, giornalista e documentarista indipendente ha raccontato nel documentario Banglavenice il rapporto tra questi cittadini di nuova generazione e la città dell’acqua. Confortin ha realizzato il documentario con l’antropologa Monica Guidolin e insieme hanno riportato storie di integrazione di cittadini bangladesi nella vita in isola e in terraferma. 

Lo spunto per il documentario Banglavenice nasce nel 2017 da una conversazione tra Confortin e il docente di Ca’ Foscari, Shaul Bassi. Bassi fece notare a Confortin quanto cospicua fosse la comunità di bangladesi in città e questa riflessione suscitò il suo interesse. La domanda fondante è stata se questi migranti climatici fossero richiamati a Venezia da una familiarità ambientale, da un magnetismo con l’acqua. Banglavenice narra il vissuto di alcuni cittadini veneziani intrecciato a quello dei migranti del Bangladesh, che dopo aver lasciato un Paese sempre più colpito dagli effetti del riscaldamento globale, trovano a Venezia una continuità con i luoghi da cui provengono.

Venezia sta diventando la più grande comunità di bangladesi in Italia 

Dal 2005 al 2010 più di un milione e mezzo di bangladesi, per lo più uomini, sono emigrati nei paesi del Golfo. Lì diventavano manovalanza per le imprese di costruzioni e subivano trattamenti paragonabili alla schiavitù. In Europa le più grandi comunità di bangladesi le troviamo in Inghilterra, in quanto il Bangladesh è membro di Commonwealth, e in Italia. Fino a qualche decennio fa la comunità principale di bangladesi in Italia era a Roma. In anni recenti sempre più bangladesi si sono trasferiti a Venezia. Nella città metropolitana di Venezia vivono circa circa ottomila bangladesi residenti e circa quindicimila irregolari, è la nazionalità straniera più numerosa in città. 

I bangladesi sono la forza lavoro della città, lì si trova in isola, tra le calli come portantini e nei retrobottega dei ristoranti e in terraferma nei cantieri navali, a Fincantieri ci lavorano oltre tremila 

Spesso questi lavoratori vengono sfruttati e pagati al ribasso rispetto ai connazionali italiani. Sono stati diversi gli scandali di aziende che non garantivano né page e né condizioni di lavoro sicure ai lavoratori stranieri, che spesso si vedono costretti ad accettare condizioni disumane perché è l’unico modo per mantenere il permesso di soggiorno per restare in Italia. Per quanto per alcuni di loro le condizioni di vita in Italia siano deplorevoli sono sempre migliori di quello che li aspetterebbe se tornassero in Bangladesh. Nell’area metropolitana di Venezia Mestre la comunità Bangladesh ha colonizzato aree che si stavano spopolando e ha ricreato le stesse dinamiche e conflitti sociali che vivevano in Bangladesh. Famiglie, come clan, legate alla tradizione e amministrate in strutture comunitarie presiedute da individui rispettati che hanno molte assonanze con i consigli di anziani di stampo tribale. 

Le migrazioni climatiche e il rapporto con l’acqua 

L’IPCC, gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, ha evidenziato come il riscaldamento globale causerà un inevitabile aumento di molteplici rischi climatici, per gli ecosistemi e per gli esseri umani. L’innalzamento della temperatura terrestre di 1,5°C aumenterà drasticamente lo scioglimento del ghiaccio ai poli causando l’innalzamento del livello dei mari. 

Secondo recenti studi è stata dimostrata una forte correlazione tra le migrazioni climatiche e l’aumento dei livelli dell’acqua. Le migrazioni interne per motivi climatici sono destinate ad accelerare. Gli studiosi affermano che entro il 2050 saranno 40,5 milioni i migranti climatici interni solo in Asia meridionale. Quasi la metà di queste persone si troverà in Bangladesh.

Perché il Bangladesh è così esposto ai cambiamenti climatici: pianure alluvionali, innalzamento dei mari e salinizzazione delle acque dolci

Il Bangladesh è uno dei paesi più vulnerabili al cambiamento climatico per una combinazione di fattori geografici e socio-economici. Una buona parte del paese ha una topografia pianeggiante, le coste a sud sono bagnate dal delta del Gange. Il Bangladesh è attraversato da cinquantotto fiumi transfrontalieri che rendono l’acqua una questione complicata da risolvere dal punto di vista politico. La maggior parte del territorio del Bangladesh, il 77,6%, si trova a meno di cinque metri sopra il livello del mare e l’innalzamento del livello dei mari minaccia di sommergere un quinto del Paese. 

Il Bangladesh è uno dei paesi più densamente popolati al mondo e ha un elevato tasso di povertà. La gran parte della popolazione dipende dall’agricoltura e lavora nella fertile pianura del delta del Gange e Brahmaputra, che però è soggetta alle annuali inondazioni a causa di monsoni e cicloni. Si stima che ogni anno in Bangladesh muoiano seimila persone per colpa delle inondazioni. 

La problematica principale legata all’innalzamento del livello del mare è la salinizzazione delle acque dolci

L’acqua salata dell’oceano risale il corso dei fiumi e contamina i pozzi di acqua dolce e potabile, contamina i campi e impoverisce il terreno che non può più essere lavorato. Nelle zone costiere del Bangladesh vivono venti milioni di persone. Questa popolazione a causa della salinizzazione delle acque dovute al cambiamento climatico, nel periodo della stagione secca consuma in media una quantità di sale tra i cinque e i sedici grammi al giorno. Le linee guida l’OMS raccomandano un consumo massimo di due grammi di sale al giorno. Il sale ha un effetto distruttivo sulla salute dei bangladesi che soffrono sempre di più di ipertensione, ictus, infarto e malattie cardiocircolatorie. Inoltre un grande quantitativo di sale nelle donne incinte può provocare complicazioni al fegato e ai reni e causare una crescita insufficiente del feto. 

Le colture di gamberetti del Bangladesh che sfamano gli europei 

Il primo prodotto più esportato del Bangladesh sono in tessuti, perché la manodopera costa molto meno che in altri paesi. I tessuti prodotti in Bangladesh sono per lo più comprati da catene di fast fashion che a fronte di prezzi vantaggiosi non si curano sulle condizioni lavoro dei lavoratori banglasesi, né se le materie prime vengano lavorate seguendo delle norme ambientali. Il secondo prodotto più esportato sono i gamberetti. L’industria dei gamberetti e del pesce surgelato in genere, ha una rilevanza economica fondamentale per il Bangladesh anche se poi la quasi totalità della produzione finisce sulle tavole di europei e nordamericani. Per la coltivazione dei gamberetti sono necessarie acque salmastre. Gli allevatori sono così costretti a rompere gli argini che erano stati costruiti per proteggere dalle inondazioni per permettere all’acqua salata di entrare e creare delle lagune, l’habitat ideale per i gamberetti. L’acquacoltura intensiva, dovuta all’alta richiesta di prodotto, non permette il ricircolo delle acque salmastre con quelle dolci. Questo contribuisce alla salinizzazione permanente del suolo che è reso inutilizzabile per uso agricolo.

Dalle zone rurali alle città del Bangladesh

EJF, Environmental Justice Foundation, ha riportato che ogni giorno si spostano dalle zone rurali e agricole, tra le mille e le duemila persone, e sfollano a Dhaka e Chittagong, peggiorando le proprie condizioni di vita. È una migrazione a corto raggio, che cerca di sopperire alle condizioni di vita insufficienti delle aree rurali a causa del cambiamento climatico. L’urbanizzazione e il sovrappopolamento delle città crea condizioni sociali altrettanto disastrose e in cui sfociano anche conflitti sociali e criminalità.

La COP28 e il fondo Loss and damage per in paesi in via di sviluppo colpiti dalla crisi climatica 

La COP 28 di quest’anno si è aperta con un traguardo, uno dei pochi: l’approvazione del fondo Loss and Damage, ovvero un fondo risarcimenti per i paesi che subiscono danni a causa della crisi climatica. L’approvazione del fondo, discussa alla scorsa COP a Sharm el-Sheikh, è stata un goal per la presidenza di questa edizione di Dubai, Emirati arabi uniti. Non sono mancati i conflitti di interessi visto che il presidente della COP 28, Sultan Al Jaber è uno degli attori principali dell’estrazione petrolifera nonché amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), l’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi. I fondi promessi dagli stati ricchi per Loss and Damage sono dell’ordine di milioni di dollari ma si sa già che gli aiuti necessari a sostenere i paesi colpiti dal cambiamento climatico saranno di miliardi di dollari. La Banca Mondiale ha stimato che il Bangladesh avrà bisogno di 5,7 miliardi di dollari per l’adattamento alla crisi climatica ogni anno entro il 2050. Le stime affermano che a partire dal 2030 serviranno 580 miliardi di dollari all’anno in totale. Al fondo amministrato dalla Banca Mondiale gli UAE hanno promesso 100 milioni, l’Unione europea si è impegnata a stanziare 225 milioni di dollari, il Regno Unito ne stanzierà 76 e una cifra simbolica di 17,5 milioni è stata stanziata dagli Stati Uniti. Giorgia Meloni ha dichiarato che l’Italia verserà al fondo Loss and Damage 100 milioni. 

Bangladesi o Bengalesi? Qual è il modo corretto di chiamare gli abitanti del bangladesh

Bengalese si riferisce al toponimo Bengala, che indica la regione dell’Asia meridionale che dà nome anche al golfo in cui sfocia il Gange con il suo ampio delta. Gli abitanti del Bangladesh, che in bengali significa letteralmente ‘paese del Bengala’, sono detti bangladesi.

Rotte migratorie dei rifugiati climatici 

Negli ultimi anni i bangladesi sono stati tra i primi immigrati ad arrivare in Italia via mare dalla Libia. Durante la dittatura di Gheddafi avevano trovato lì un luogo dove lavorare nelle imprese e nelle ristorazioni. Chi riesce ad andarsene dal Bangladesh non sono mai le persone più povere o più colpite dai cambiamenti climatici delle aree rurali, ma chi risiede ad un gradino un po’ più alto della società. Oggi i bangladesi che riescono a migrare cadono spesso vittime di gruppi criminali che poi chiedono un riscatto alle famiglie in Bangladesh. Affrontare il viaggio della speranza via mare per arrivare sulle coste italiane per tanti di loro rappresenta l’unica alternativa alla morte certa. 

Secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) dicono che nel 2021, dalle coste libiche sono arrivati in Italia (e a Malta) 32.400 rifugiati. La comunità più numerosa era composta da cittadini del Bangladesh (7.355). Nonostante la pericolosità della traversata, a tentare attraverso il Mediterraneo sono anche donne (5% sul totale) e minorenni (21%).

Chi sono i rifugiati climatici 

A partire dalla Convenzione di Ginevra del 1951 nasce la definizione del termine di “rifugiato”. Ovvero viene considerato rifugiato chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato. Viene considerato rifugiato anche chi essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato in seguito a tali avvenimenti, non può o, per paura di ripercussioni sulla sua vita, non vuole ritornarvi. Quelli che noi oggi consideriamo rifugiati climatici non rientrano quindi nella Convenzione sui rifugiati di Ginevra. Un rifugiato climatico è chiunque è stato costretto a lasciare il proprio territorio perché a causa della crisi climatica le condizioni di vita sono state rese impossibili. Vedi popolazioni colpite da uragani, inondazioni, tempeste, siccità, carestie. I rifugiati climatici possono migrare sia all’interno del proprio stato verso zone meno colpite sia verso altri Stati, soprattutto quando il paese d’appartenenza soffre di una crisi economica o povertà diffusa.

Esiste lo status di rifugiato climatico?

Da un punto di vista del diritto internazionale, lo status di rifugiato climatico non esiste. La Convenzione di Ginevra (1951) non riconosce la figura del “rifugiato climatico” perché l’ambiente non viene riconosciuto come una causa di “persecuzione”. L’Unhcr non approva il termine ‘rifugiato climatico’ ma considera chi migra per questioni ambientali “persone sfollate nel contesto di disastri e cambiamenti climatici”. I rifugiati climatici non godono degli stessi diritti e protezione dei rifugiati politici ma possono comunque avere una protezione. Nel caso qualcuno fuggisse da una guerra provocata dalla scarsità di risorse dovuta alla desertificazione, avrà diritto a protezione (asilo o sussidiaria). L’Unhcr offre assistenza ai paesi colpiti da crisi climatica con attività sul campo, attività di prevenzione e formazione della popolazione per affrontare meglio i disastri climatici e offre supporto legale e tecnico alle aree e paesi colpiti da catastrofi climatiche.

Quanti sono i rifugiati climatici

Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2018, sono state 17.2 milioni le persone che hanno abbandonato le proprie abitazioni a causa di disastri naturali. Nel 2020 sono salite a 30,7 milioni. Entro il 2050 questo dato secondo le previsioni salita drasticamente. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati climatici ha affermato che «le regioni in via di sviluppo, sono tra le più vulnerabili dal punto di vista climatico, e ospitano l’84% dei rifugiati del mondo. Gli eventi meteorologici estremi e i pericoli in queste regioni che ospitano i rifugiati stanno sconvolgendo la loro vita, esacerbando i loro bisogni umanitari e perfino costringendoli a fuggire di nuovo». Secondo il rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre, i paesi più soggetti a migrazioni di popolazioni dovute alle catastrofi climatiche sono soprattutto gli stati in via di sviluppo nel Sud-Est Asiatico: il Bangladesh, l’Indonesia, il Pakistan e le piccole isole.

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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