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Suicidio, fallimento, confronto: il 27% degli studenti presenta sintomi depressivi

In Italia 33.8% degli studenti soffre di ansia e il 27.2% ha sintomi depressivi: stigma del fallimento, pressione sociale e difficoltà relazionali, lo Stato non può lasciarli soli

Il caso di suicidio della studentessa dell’Università Iulm di Milano

Mercoledì mattina, una ragazza di 19 anni è stata trovata senza vita in un bagno dell’università Iulm, a Milano. La studentessa si è tolta la vita proprio nel luogo che sembra, almeno in parte, lei ritenesse responsabile della sua decisione, stando al biglietto che ha lasciato nella sua borsetta. Nella nota si faceva infatti riferimento al fallimento degli studi e si chiedeva scusa ai genitori. L’università ha sospeso le lezioni in segno di lutto. 

Gli studenti in protesta: il percorso universitario non consente ritardi o fallimenti

La morte di questa ragazza è stata sentita dagli studenti universitari, da anni impegnati a denunciare un mondo accademico volto sempre più alla performance e sempre meno all’arricchimento personale e culturale. Chi sceglie un percorso universitario spesso si deve confrontare con ritmi serrati e scadenze improrogabili, in un ciclo che va di valutazione in valutazione fino alla laurea. Il percorso ideale, ‘regolare’ per usare i termini burocratici, lascia ben poco spazio al ritardo. Saltare un appello, rimandare una prova particolarmente difficile o venire bocciati a un esame rischia di ripercuotersi sull’intera carriera e di trascinarsi per anni fino a diventare una sfida per alcuni insormontabile.

In Italia negli ultimi tre anni si sono suicidati venti studenti universitari; la storia dello studente di medicina che scrisse l’ultima lettera al rettore e al La provincia pavese

Il caso della studentessa della Iulm è solo l’ultimo: negli ultimi tre anni, venti studenti universitari si sono tolti la vita. Le ragioni di un suicidio rimangono sempre insondabili e complesse, ima molti di questi eventi hanno tratti in comune: bugie ai genitori sugli esami sostenuti o sulla data di laurea, lettere in cui si incolpava la difficoltà nel proseguire gli studi e almeno quattro casi in cui il gesto estremo è avvenuto proprio dentro le mura dell’università. Il caso più emblematico è stato quello di uno studente di Medicina dell’università di Pavia che lo scorso anno aveva scritto una mail al rettore e al quotidiano La provincia pavese prima di suicidarsi nella residenza universitaria in cui viveva. Il ragazzo metteva in discussione il criterio del merito per la borsa di studio e per l’alloggio. 

Le ultime parole dello studente di Pavia: il diritto all’istruzione universitaria dovrebbe essere garantito dalla Costituzione

Commentando queste notizie, molti giornali parlano di ‘ossessione per i voti’ o di ragazzi che ‘non reggono la pressione’, ma il disagio espresso da questi casi va ben oltre l’ambito dell’autostima o della paura di deludere i genitori. Come scritto dallo studente di Pavia, il rendimento è strettamente legato alla possibilità di continuare a studiare, specie per chi è fuorisede o pendolare e conta sulle borse di studio per fare qualcosa che – com’era anche sottolineato nella lettera – dovrebbe essere garantito dalla Costituzione. Perché in casi come questo l’aiuto economico previsto dalla borsa di studio è l’unico modo per poter studiare. La riuscita negli studi diventa così la condizione necessaria per la propria permanenza in università, in un’ottica che anziché prevedere il successo come il coronamento finale di un percorso, lo fa diventare la premessa necessaria. 

Lo stigma del fallimento della nostra società e la fallacia della retorica del ‘se vuoi puoi’

Non tutto si riconduce a voti e crediti. Alcuni dei casi di suicidio tra studenti sono avvenuti il giorno prima della laurea o alla consegna della tesi, quando il traguardo sembrava ormai raggiunto. Alle richieste performative degli atenei, si aggiunge il pesante stigma nei confronti del fallimento che è ormai costitutivo della nostra società. La retorica del «se vuoi puoi», così diffusa a ogni livello, implica che siamo artefici non soltanto dei nostri successi, ma anche, se non soprattutto, dei nostri insuccessi. Questa retorica è così pervasiva che colonizza anche le cose che non possono affatto dipendere dal nostro impegno o dalla nostra buona volontà.

La realtà con cui molti giovani si scontrano dopo la laurea è che molto spesso il lavoro per cui hanno studiato per anni, sul quale hanno investito tempo e denaro, non li attende fuori dalla porta dell’università. Anzi, conclusi gli studi spesso li aspetta un lungo calvario di mail, compilazione di curriculum, colloqui inconcludenti e umilianti che li portano a ridimensionare le proprie ambizioni o a pentirsi del corso di studi scelto. Ormai il problema si estende anche a quelle facoltà che fino a pochi anni fa erano sinonimo di un lavoro garantito. E la cosa più frustrante è che sembra impossibile tornare indietro e ricominciare da capo, perché nella logica della performatività tutto va così velocemente che a nessuno è concesso di staccare il piede dall’acceleratore. 

Dalla gavetta allo sfruttamento: essere giovani oggi in Italia

La vita dei giovani somiglia sempre più a un concorso a premi, dove è necessario spuntare il prima possibile e nel modo migliore possibile tutte le caselline previste dal regolamento: un percorso di studi brillante e senza interruzioni, la gavetta – che sarebbe più equo chiamare sfruttamento – la popolarità, il contratto a tempo indeterminato che deve corrispondere sempre e comunque al lavoro dei sogni, la famiglia perfetta. Lo scontro con la realtà diventa così insostenibile, perché queste cose non solo sono difficili da realizzare proprio perché non dipendono sempre da noi, ma anche perché spesso nemmeno le vogliamo davvero. Ci sentiamo semplicemente in dovere di rispondere a un’aspettativa sociale. 

La pressione del confronto con gli altri: influencers, laureati prodigio e standard irrealizzabili

Questo tipo di disagio non è esclusivo della nostra epoca, ma sicuramente oggi viene esasperato. Mentre crollavano tutte le strutture sociali che garantivano lo svolgimento regolare di questo percorso, la pressione dettata dal confronto con gli altri è aumentata sempre di più. I social ci mostrano le vite perfette degli altri, non solo quelle degli influencer, unite a una spettacolarizzazione fittizia del fallimento e della redenzione. I giornali ci bombardano di messaggi contrastanti: da un lato laureati prodigio che finiscono l’università in due settimane, dall’altro un’esaltazione senza senso del sacrificio e della gavetta da parte di figure che non hanno mai dovuto rinunciare a molto per riuscire negli studi o nel lavoro perché, non per colpa ma per fortuna, hanno potuto contare sul sostegno economico di un patrimonio familiare. Questa continua comparazione con i risultati altrui fa parte di una dieta mediatica alla quale è impossibile sottrarsi.

La solitudine generazionale e l’incapacità relazionale

Nelle storie di chi si toglie la vita in università è impossibile ignorare un senso di solitudine profonda, che dovrebbe essere incompatibile con il percorso accademico. La stessa parola latina universitas allude al mettere insieme tante cose diverse: non solo conoscenze o campi di studio, ma anche persone. L’università dovrebbe nutrirsi delle relazioni umane e dello scambio di idee e ricerche. Questo avviene fra professori e ricercatori, ma spesso gli studenti sono lasciati fuori da queste dinamiche e si trovano ad affrontare da soli il proprio percorso, non insieme ma in competizione con i propri compagni di corso. 

L’era post-covid: 33.8% degli studenti soffre di ansia e il 27.2% ha sintomi depressivi. Depressione dilagante tra gli studenti di medicina

Il problema della salute mentale degli studenti universitari sta diventando sempre più grande. Secondo uno studio del 2019, il 33.8% soffre di ansia e il 27.2% ha sintomi depressivi. In alcune facoltà particolarmente competitive la situazione è ancora peggiore: fra gli studenti di medicina, l’incidenza della depressione è maggiore da due a cinque volte rispetto alla popolazione generale. Sempre più atenei stanno aprendo sportelli psicologici o servizi di counseling per i propri iscritti, ma restano iniziative insufficienti ad arginare un problema che ha cause più profonde di un disagio temporaneo. Non solo servirebbe un ripensamento totale del funzionamento dell’università, dei crediti formativi, dei voti e dei criteri per le borse di studio, ma il problema della salute mentale va ben oltre le mura universitarie.

In Italia serve investire sulla salute mentale delle persone, non solo studenti: la necessità del bonus psicologo e la scarsità di fondi

Il tema è politico e collettivo e per questo servono soluzioni a lungo termine. Il bonus psicologo, introdotto l’anno scorso e rinnovato nell’ultima legge di bilancio con un investimento inferiore di 20 milioni di euro, si è rivelato uno strumento poco efficace, nonostante le buone premesse. I pochi fondi a disposizione sono pure stati tagliati: solo una persona su nove ha ottenuto il bonus nel 2022. La scarsità di informazioni sul suo utilizzo (ad esempio il fatto che può essere utilizzato solo presso uno psicoterapeuta e non uno psicologo) ha generato confusione e fatto desistere molte persone dal fare richiesta. L’idea del bonus è però di per sé limitante: anziché mettere un incentivo usufruibile da professionisti privati a determinate condizioni, è necessario investire nei centri di salute mentale. Va cambiato il nostro approccio alla salute mentale: un cambio che cambio non riguarda soltanto gli investimenti o le politiche sanitarie, ma il modo in cui come società trattiamo disagio psichico. Di fronte all’ennesimo suicidio di una studentessa universitaria, non possiamo continuare a fare finta che fosse soltanto un problema suo. 

Jennifer Guerra

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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