Josh Kline, Thnak you for your years of service (Joann:Lawyer), 2016
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Stelle, lucciole e buchi neri: Reaching for the Stars a Palazzo Strozzi

Palazzo Strozzi e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presentano a Firenze Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye, in mostra fino al 18 giugno 2023

Mecenati ed economi: una costante fiorentina 

Fondazione Palazzo Strozzi onora i trent’anni della Collezione Sandretto Re Rebaudengo con la mostra Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye. Un’istituzione sabauda di rilievo e autorità internazionale, che ha sedi tra Italia e Spagna, ha scelto Firenze per celebrare tre decenni investiti in progetti ed acquisizioni. Il sistema dell’arte richiede presenza, visionarietà e competenze relazionali che ormai esulano dal tradizionale bagaglio storico-artistico e la direzione di Arturo Galansino, curatore della mostra, è riuscita negli anni a creare un côté sovranazionale garante di mostre temporanee in cui una vastità di visitatori fa esperienza di opere considerate di livello, osservate e soprattutto fotografate. Anche nell’arte, sempre più, i numeri contano.

L’installazione GONOGO di Goshka Macuga e il razzo di Karl Lagerfeld: tendere alle stelle

La mostra ha origine a partire dal cortile di Palazzo Strozzi, con un razzo alto più di quindici metri. GONOGO il titolo dell’installazione site-specific – allusione al processo di verifica “go/no go” che precede un lancio spaziale – creata dall’artista polacca Goshka Macuga su commissione di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che la destinerà poi ai suoi spazi nell’Isola veneziana di San Giacomo. GONOGO è scenograficamente monumentale da ricordare il razzo, fatto collocare da Karl Lagerfeld al centro del Grand Palais per il Prêt à Porter Autunno Inverno 2017/2018 di Chanel. Questo missile racconta il potere, il bello, la magnificenza e sembra non curarsi di una hybris post-moderna costellata di armi e distruzione. 

Qui il significato che sottende l’opera pare diverso: incoraggiare i visitatori a guardare verso il cielo e raggiungere le stelle. Se si tenta una traduzione letterale del titolo della mostra, potremmo optare per ‘protendersi verso’ o meglio, nel caso di Patrizia Sandretto, ‘afferrare le stelle’: dal 1992, la collezionista, come suggerisce la frase idiomatica inglese, ha puntato ai feticci astrali dell’arte e ne ha ghermiti molti. Il razzo di Macuga punta in alto ma forse non proprio solo al cielo: suggerisce un’anabasi già verso il primo piano, dove sono in mostra alcune tra le ‘stelle’ acciuffate dalla Sandretto negli anni. 

La mostra al piano nobile di Palazzo Strozzi

Il percorso espositivo di Reaching for the Stars, suddiviso in sette nuclei tematici, si dispiega nelle sale del piano nobile. Dalle farfalle su tela di Damien Hirst al tassidermizzato scoiattolo suicida di Maurizio Cattelan, ai vasi comunicanti di Charles Ray in dialogo con la ricerca tattile-visivo-tessile di Rudolf Stingel. Presenti Vanessa Beecroft con l’ansiogeno Disegno di grande formato realizzato a fine anni Novanta, l’erosione tematizzata dalle spazzole rotanti da autolavaggio di Lara Favaretto, Paola Pivi con il suo ibrido orso spiaggiato di schiuma poliuretanica e piume di pulcino. Opere di Shirin Neshat, Barbara Kruger, Josh Kline e Cindy Sherman offrono un ventaglio di interpretazione sull’identità che spesso collima con la denuncia politica, mentre i lavori pittorici di Lynette Yiadom-Boakye o Michael Armitage si relazionano sul corpo così come l’installazione Nice Titis di Sarah Lucas. La mutazione, il gusto per il mitologico e il post-umano trovano riscontro nell’opera di Thomas Schütte o Giulia Cenci – la più giovane in mostra – fino a raggiungere le astrazioni optical di Taura Auerbach e le ricerche cromatiche di Wolfgang Tillmans, Albert Oehlen e Cecily Brown. 

In questa orgia dell’arte cosa recepirà il pubblico armato di telefonino? Il rischio, per dirla con parole di Jean Baudrillard, è che l’immensa impresa di stoccaggio estetico sia la più grande minaccia, il grado Xerox della cultura (La sparizione dell’arte, Politi Editore, 1988). Più si procede nel percorso espositivo più è incontenibile l’overdose a cui l’occhio va in contro. L’orgia visiva è politica, sessuale, esistenziale, femminista, distruttiva, creativa, inconscia, irreale. Una sala segue l’altra: si accelera, si guarda, si ricorda, si fotografa, si dimentica? 

Il pericolo, sempre recuperando la lezione di Baudrillard, è che in questa prolificazione di immagini si acceleri verso il vuoto o, peggio ancora, verso il banale: c’è un momento disilluminato in cui l’arte apprende a sopravvivere in questa stessa banalità – è un po’ come fallire il proprio suicidio […]. Il suicido mancato è, come si sa, la miglior forma di pubblicità. E certamente Reaching for the Stars si avvale di un piano di comunicazione studiato ad hoc che gli assicura visibilità; a partire dalla scanzonata gestione del profilo Instagram di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per mano di Silvio Salvo, che diverte ‘amichevolmente’ trasmutando in leggero e immediatamente accessibile ciò che non sempre lo è: depauperandolo?

Il video negli spazi della Strozzina 

Reaching for the Stars dedica al video come mezzo di creazione artistica gli spazi della Strozzina. Questa volta una catabasi nei sotterranei del palazzo, dove i soffitti si abbassano e le opere richiedono la penombra per essere fruite. Un ambiente in cui si percepisce la ricerca artistica di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, considerando il rallentamento imposto dalle opere che necessitano di maggiore stasi per essere fruite. L’interesse per il video era stato anticipato ai piani superiori  dai alcuni lavori di Shirin Neshat e dall’opera BOB (Pag of Beliefs) di Ian Cheng, artista affascinato dall’estetica dei videogiochi e potenzialità dell’intelligenza artificiale, il quale impiega tecniche di programmazione informatica a fini creativi e la cui ricerca artistica giunse per la prima volta in Italia grazie alla Fondazione Sandretto. 

Il video in un contesto artistico è spesso garante di un’esperienza sin mediale. Figlio della tecnologia televisiva, è stato in grado di porre fine alla specificità mediale e ha creato cortocircuiti dialogando con il modello cinematografico. Narratività simboliche, testimonianze sonore e visive sono proiettate e godono di un apparato scenico immersivo. In mostra anche videoinstallazioni di Douglas Gordon in collaborazione con Philippe Parreno, il rito secondo Fiona Tan, l’ambiente multicanale dedicato a Ragnar Kjartansson, l’animazione in stop-motion di William Kentridge. 

Tra questi fasci di luce proiettata, trovano spazio due opere avulse da questo medium: l’installazione del tedesco Hans-Peter Feldmann, dedicata alla ricezione giornalistica dell’attacco alle Torri Gemelle e il re-enactment della cosiddetta «situazione costruita» This You di Tino Sehgal: in fondo a un corridoio una presenza femminile attende che il visitatore percorra lo spazio verso di lei per intonare e donargli, Senza fine di Gino Paoli. 

Che fine fanno le stelle?

Come ricorda Elena Marcheschi (CINEma oltre, Postmedia, 2021), lo storico dell’arte e filosofo Georges Didi-Huberman nel 2009 pubblicò il testo Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza. Qui recupera il pensiero di Giorgio Agamben e Pier Paolo Pasolini. Pasolini che, citando Marcheschi, scriveva di come «la luce aggraziata e preziosa di questo insetto-metafora rischiasse di scomparire nella eccessiva oscurità o nella luce violenta a causa dei feroci riflettori del potere». Insomma, le stelle possono essere molto luminose e abbagliare, possono essere vessilli di fama, potenza economica e successo. Riunire alcune delle stelle dell’arte nelle stesse stanze può creare un flusso disorientante ed eccessivo. Troppa luce acceca. 

Un tempo, gli indoeuropeisti credevano che la parola stella fosse etimologicamente legata al latino sternere, ovvero spargere. Con Reaching for the Stars sono state disseminate negli ambienti di Palazzo Strozzi molte opere acclamate dalla critica e dal mercato. Un’esposizione che può a tratti apparire sfuggente e dispersiva nella sua maestosità, creando distacco o partecipazione superficiale. D’altronde ciò che è iconicizzato come siderale corre il rischio di assumere anche il significato di freddo. 

Una mostra che interroga su come si collezionino gli astri, su che traccia lascino e che fine facciano le stelle, in particolare quelle dell’arte di oggi. Quelle che stanno in cielo, più grandi sono, più è probabile si trasformino in buchi neri. 

Abbiamo davvero bisogno di mostre galattiche, piene di opere sfavillanti? Forse non tutto ruota attorno alle stelle: c’è chi non vuole o non può permettersi di afferrarle, chi le guarda con i piedi per terra mentre è circondato da lucciole.

Federico Jonathan Cusin

Ragnar Kjartansoon, The End – Rocky Mountain, 2009
Ragnar Kjartansoon, The End – Rocky Mountain, 2009
Paola Pivi, Have you seen me before?, 2008 in dialogo con Vanessa Beecroft, Disegno, 1995
Paola Pivi, Have you seen me before?, 2008 in dialogo con Vanessa Beecroft, Disegno, 1995

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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