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Umberto II di Savoia, l'ultimo Re d'Italia
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Il Re di Maggio e i Nobili della Scaletta – ruvidità, tra cronaca ed estetica

I Nobili della Scaletta furono nominati da Re Umberto mentre si imbarcava sul volo che lo avrebbe portato in Portogallo – somigliano a una caricatura, raccontano il costume degli italiani

Umberto di Savoia, Re di Maggio – all’aeroporto dell’Urbe e i titoli nobiliari

Il 9 maggio 1946 Umberto II di Savoia fu eletto Re d’Italia. Il 13 giugno, dopo poco più di un mese, si recò all’aeroporto dell’Urbe per prendere il volo che lo avrebbe portato in esilio. Erano anni in cui in Portogallo governava Salazar, un regime conservatore che qualcuno definiva fascista, l’evoluzione dell’impero coloniale. Neutrale durante il secondo conflitto mondiale, clericale, cattolico e filoamericano, presto tra i fondatori della Nato – il Portogallo poteva apparire non distante, per matrice generica, dal governo spagnolo di Franco. Il Re d’Italia scelse il Portogallo per il suo esilio a vita. 

Dai gradini della scaletta che salì per imbarcarsi sul velivolo, il Re salutò un gruppo di sostenitori che male avevano accettato la conclusione del Regno d’Italia. Audaci, nostalgici e rabbiosi, il gruppo di monarchici giunse a ridosso dell’aereo, sulla pista di decollo. 

Storia e logica vogliono che quella piccola folla fosse composta da persone di diversa estrazione ma con risorse: per una parte borghesi, commendatori, arricchiti – per l’altra parte, esponenti dell’antica aristocrazia italiana. Il Re in quell’ultimo momento prima di perdere il suo potere, diede loro titoli nobiliari in segno di ringraziamento: li nominò tutti conti e contesse. Questi si portarono a casa il fregio come migliore ricordo del malinconico accadimento.

I Nobili della Scaletta, chi sono? Tra locuzione comune e lista dei nomi

Forse molti di quelli accorsi sotto il motore rollante, erano stati ben avvertiti che tanto onore sarebbe stato sparso. Presto, al risveglio l’indomani, la nostalgia si sarebbe trasformata in una gran voglia di esibire nuovo snobismo. 

I Nobili della Scaletta – oggi questa è una locuzione comune, quasi un modo di dire, che non vuole indicare solo quel gruppetto di fedeli devoti che magari si misero pure a correre sulla pista dietro l’aereo. Si possono intendere come Nobili della Scaletta tutti quei conti, marchesi ed eccetera che furono nominati dai funzionari degli ultimi anni del Regno d’Italia dei Savoia. Un regno che non ebbe neanche un secolo di vita e la cui dignità fu infine umiliata dalla dittatura fascista. I nobili titolati da tale autorità apparvero – e tutt’oggi appaiono – di secondo rango. L’episodio dell’Aeroporto, il saluto al Re in partenza per il Portogallo e le nomine concesse in fretta sotto l’altoparlante del capitano: la sintesi che possiamo trovare ironica al punto ruvido, puntale.

I Nobili della Scaletta – caricatura e allegoria del costume italiano

I Nobili della Scaletta – sarebbero diventati un argomento, forse un’allegoria, del costume italiano. Non ci è dato di conoscere la lista dei nomi delle persone che realmente si presentarono sulla rampa di decollo – ma la locuzione, i Nobili della Scaletta, è rimasta per indicare tutti colori che ci tengono a fregiarsi di un titolo nobiliare su un cognome comune. 

I Nobili della Scaletta sono quelli che non perdono mai occasione per presentarsi titolati – e così continuano a fare. L’effetto è un poco caricaturale: appare evidente come – con tanta attenzione al mostrarsi – quel poco di dignità dell’aristocrazia italiana vada a sedersi altrove. 

Alla parola Conte segue un cognome senza storia o radice, mercantile se non popolare – per dare una idea, incontriamo il Conte Rossi e il Conte Ferrari – esempi casuali, se Rossi e Ferrari sono i cognomi forse più diffusi sul territorio italiano. Per alcuni si aggiunge il patronimico per un paese di provincia, o per un incrocio postale.

I Nobili della Scaletta – il Conte Martini e il Conte di Cortellazzo e Buccari

Si possono però dare alcuni esempi – dal più futile, il Conte Martini, che portò a nozze Mona Bismarck per la quinta volta. Del quarto marito della Bismarck, che morì, Martini era il medico. Martini sposò Mona Bismark per il suo patrimonio, tanto che la Bismarck gli comprò il titolo di conte direttamente da Umberto II già in esilio in Portogallo (la svendita dalla Scaletta fu solo l’inizio di un commercio redditizio). Il povero Conte de Martini perì poco dopo in un incidente d’auto. Lo stesso Gian Galeazzo Ciano, che di quell’epoca fu protagonista, sapeva presentarsi quale secondo Conte di Cortellazzo e Buccari. Il primo conte era stato suo padre, presidente della camera dei fasci. 

I Nobili della Scaletta – si riconoscono con facilità

Oggi si riconoscono con facilità, i Nobili della Scaletta – anche perché non perdono occasione di mettersi in mostra. Quando l’occasione non compare, la creano essi stessi. La più tipica ovvia occasione: si fanno chiamare contessa dal loro cameriere. Tocca assistere a poco probabili biascicamenti di uno stipendiato in regola all’Inps giunto in Italia dall’Isola di Cylon che la doppia esse della nostra contessa proprio non riesce a rinforzarla. Ne risulta un fischio simile a un gemito. Esiti peggiori arrivano dalla fatica di mettere insieme le sillabe della parola marchesa – ne segue una bolla di saliva da cui stare lontani e un fonema non comprensibile, neanche sui pontili dell’isola di Cylon.

Gli aristocratici italiani, quelli di qualsivoglia rispettabile lignaggio, non avrebbero mai voluto accettarli, quelli nominati dalla Scaletta – se non che tutto risultassero fuorché poveri. Di ritorno dall’aeroporto, banchieri e palazzinari, felici e titolati, iniziarono a restaurare palazzi e fasti, a organizzare feste e formalità varie – invitando famiglia antiche e in polvere che accorrono per pinguedine: I Nobili della Scaletta vogliono sottolineare a quale medesima cerchia appartengono. 

Re Umberto, 13 Luglio 1946
Re Umberto, 13 Luglio 1946

I Nobili della Scaletta e la moda romana 

La moda romana è ancora vittimizzata da Contesse della Scaletta a cui piace ricevere nella galleria affrescate acquistata a suon di milioni pochi anni fa. Le dame vestono ancora Capucci o addirittura l’archivio delle sorelle Fontana, per poi crollare nelle epitomi di Renato Balestra e altri fuori campo televisivi. 

Soltanto la marchesa Brumonti con la sua sagoma in Fendi riuscì negli anni Settanta a sublimare il costume e portarlo in una dimensione estetica. Nel film di Visconti, la donna è in cerca di appartamento, con l’amante e la figlia. Visconti mescola borghesia all’aristocrazia – ovvero, mescola la pragmaticità alla decadenza. Riesce a descrivere quel che resta dell’aristocrazia romana in gesti e pose, in tessuti e abiti scuri, tra le ombre, i veli sui mobili dell’antiquariato, un’opulenza senza colori forti. L’opportunismo e l’arrivismo che fino a sopra quasi deridevamo, svaniscono e si sublimano – diventano moda. 

L’aristocrazia, il privilegio e la società

L’Associazione della nobiltà italiana conta oggi 1500 scritti – mentre in Italia sono stimati circa 3000 famiglie nobili. Anelli con lo stemma, carte da lettere, palazzi in città e in campagna frazionati e affittati. La nobiltà porta intrinseco un dolce far niente, ovvero – tranne poche eccezioni – la rovina economica invece che l’imprenditoria etica. Rami cadetti si fanno vanto del titolo del fratello. Le seconde mogli vorrebbero avere il titolo della prima. L’aristocrazia produce fascino, soprattutto tra quelli che ripetono quanto siano poco interessati all’argomento.

Perché l’aristocrazia crea ancora fascino tale da produrre un tentativo di struttura sociale? La nobiltà oggi non ci insegna neanche quella strafottenza che ci farebbe sorridere in un romanzo: la noncuranza, la sfacciataggine di essere liberi e di trasformare un ricevimento noioso e formale in un’orgia tra bisessuali. 

Avvicinandosi il giorno del referendum istituzionale del 1946, quello in cui gli italiani scelsero la Repubblica, Pietro Nenni chiese alla folla: «Volete forse un re pederasta?» – riferendosi a Umberto II. Nei romanzi, l’aristocrazia rappresentava una libertà di pensiero e di costume che ne definiva l’alterigia – ma nella realtà, quello che ne rimane oggi è solo il conformismo di un ricevimento impostato. La nobiltà è futilità – e conterebbe quasi niente, se tramite la nobiltà, non ci piacesse ripercorrere un poco la storia della nostra terra. 

Lo snobismo, la storia tra regine e imperatrici: Carlo Magno a Roma

Lo snobismo è un punto di vista storico e un atteggiamento che può apparire ruvido. A Parigi, l’imperatrice Eugenia non era invitata nei salotti delle duchesse del regime di Versailles – mentre la Regina di Napoli, spodestata a Gaeta sarebbe rimasta sempre di prima reverenza anche per essere la sorella dell’Imperatrice d’Austria, il cui marito era il legittimo titolare dell’anche se concluso Sacro Romano Impero. 

La storia insegna come la più alta forma di aristocrazia europea sia stato il Sacro Romano Impero – e si usa dire, forse scherzare, su quanto bofonchiò Carlo Magno quella notte dell’anno 800. Indispettito e raggirato, il Re dei Franchi voleva solo andare a messa la notte di Natale: quando il papa lo incoronò imperatore, a segnare la storia, non fu il rispetto al nuovo sovrano, ma l’autorità che tale sovrano aveva formato. L’imperatore da lì in avanti fu in vero il primo ruolo d’Europa, ma a incoronarlo sarebbe sempre stato un papa.

La nobiltà nella nostra Civiltà Occidentale è di origine cattolica – chi se ne vuole davvero far vanto, è bene che su tale fede sappia professarsi. Qualcuno può ribattere la scissione protestante dell’Inghilterra, qualche principe tedesco perso nei boschi tra le feci concimanti di cervo; addirittura, l’imperatore del Giappone. Poco serve – restando in Europa, la storia dell’Occidente si è formata sulla fede cattolica e sul rapporto con Roma. 

La Nobiltà italiana: Milano era una colonia; i doppi cognomi dei vassalli

La storia d’Italia si può leggere attraverso la storia dell’aristocrazia nei suoi territori: la nobiltà nera, romana, nominata dal papa porta il vanto e la pretesa del passo fin dai tempi medioevali; quando i Savoia entrarono a Roma nel 1870 per unificare l’Italia, i principi neri chiusero i portoni dei loro palazzi. 

Gli aristocratici di Lombardia sono sempre stati funzionari in una colonia conquistata dagli stranieri: riuscirono a sopravvivere cambiando cognome, ma sempre inchinandosi a un Re Spagnolo nel Seicento e all’imperatore d’Austria nel Settecento e oltre. Milano era una colonia, terra di conquista. Venezia era una repubblica, Torino apparteneva a uno stato minore – così come tutti gli altri ducati del centro Italia. Firenze diventò dominio austriaco. Napoli rimase secoli sotto l’egemonia spagnola. 

La nobiltà si comprende anche dal doppio o triplo cognome – ma al contrario di quanto gli scrittori di commedie suppongano, più cognomi hai, meno valore hai. Il marchese Gonzaga dava come ricompensa al proprio vassallo, per meriti di guerra o di finanza, il fregio di aggiungere al suo cognome il proprio regnante, a dimostrazione della fiducia che il vassallo gli aveva assicurato. I governi cambiavano, nuovi nobili erano nominati. Più un titolo nobiliare è recente, meno ha valore: rimane la simpatia per i nostri Nobili della Scaletta, e a tutto il loro sforzo per ricordarti la loro esistenza. 

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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