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Bolle ti Tsunami, Michele Spaccarotella
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Coaching e psicologia, la differenza non chiara tra scienza e pacca sulla spalla

Sui social si incontrano i coach che hanno risposte per tutto – alcuni sono professionisti seri, ma confonderli con uno psicologo può essere rischioso

I mental coach di Tik Tok e Instagram

Trovare o ritrovare l’amore, risparmiare, essere felici, placare l’ansia nelle interazioni sociali, acquisire maggiori responsabilità in azienda o avviare un proprio progetto personale, aumentare la massa muscolare o attenuare il senso di fame. Gli obiettivi da raggiungere possono essere tanti e diversi ma online sembra esserci sempre una risposta: un percorso di coaching. Sui social, specialmente Instagram e TikTok, fioriscono figure come quelle del mental coach, del life coach, del coach sportivo, olistico, umanistico, e la lista potrebbe continuare. Chi sono queste persone? E come riescono in alcuni casi a raccogliere intorno a sé community di centinaia di migliaia di follower?

Chi sono i coach? La terminologia

«In Italia c’è poca chiarezza sul mondo del coaching, a partire dal lessico», esordisce Francesca Zampone, co-founder della società di coaching Accademia della Felicità, arrivata alla professione al culmine di una carriera internazionale, tra industria della musica e industria tech. «Il mental coaching nel mondo anglosassone non esiste. Esiste il mindset coaching che aiuta a raggiungere obiettivi realistici, pratici e misurabili. Il corporate executive coaching che lavora in azienda. Il business coaching che aiuta a intraprendere un proprio business personale. Il career coaching che supporta il percorso di crescita professionale in azienda. Il talent coaching, che è un life coaching che valorizza il talento». 

Annalisa Bardi, oggi Presidente del Charter Chapter Italia di Icf International Coaching Federation

Tante declinazioni diverse ma chi è il coach? «Il coach, di qualsiasi tipo si tratti, lavora con il coachee per raggiungere un obiettivo specifico e per sviluppare il suo potenziale», spiega Annalisa Bardi, oggi Presidente del Charter Chapter Italia di Icf International Coaching Federation, la più grande associazione internazionale di coach professionisti, dopo una Laurea in scienze matematiche e una lunga esperienza come manager ed executive. 

«Analizza la situazione presente e accompagna la persona nella definizione e nel raggiungimento di un obiettivo. Lo fa grazie a tecniche di ascolto attivo che portano a fare domande, anche quelle che la persona non si è mai posta prima». È proprio lì che spesso si accende la lampadina. «Mi piace usare questa metafora: il coach è colui che ti accompagna al centro del labirinto, in cima alla torre. Ecco, da lì si può vedere la strada per uscirne con più facilità». 

Ogni coach sceglie una nicchia di applicazione nella quale specializzarsi e un target. «La grande distinzione è tra business coaching e life coaching – specifica Bardi – anche se le competenze sono le stesse, così come il processo, varia solo l’ambito di applicazione, vita privata o vita professionale».

Una formazione specifica per definirsi coach

C’è un punto che sia Zampone che Bardi tengono a sottolineare: per potersi definire coach serve una formazione specifica. «Deve garantire almeno cento ore d’aula su temi delle strategie di coaching, dell’ascolto attivo e altrettante di tirocinio con clienti veri», chiarisce Zampone che in Accademia della felicità si occupa anche di formare nuovi coach. 

«Negli ultimi anni abbiamo riscontrato un aumento di persone che si avvicinano a percorsi formativi per diventare coach. Il periodo della pandemia ci ha dato tempo di approfondire i temi legati al benessere e alla crescita personale. Ha fatto anche proliferare sul web e sui social una serie di figure che chiamo ‘improvvisate’. Magari seguono un corso online di poche ore e si vendono come coach. Occorre essere chiari: non basta, essere coach è un’altra cosa. La presenza di queste figure è un problema perché inquinano il mercato e fanno cattiva pubblicità al ruolo e al lavoro del coach», ribadisce Bardi che con Icf si batte perché il coach possa vedere riconosciuta in Italia la propria posizione nel mercato del lavoro.

Una professione che attende una migliore regolamentazione

Al momento in Italia la normativa che regolamenta la professione del coach è in fieri. Mentre fioriscono gli account social di money coach, love coach e travel coach, non c’è un albo specifico. La professione di coach rientra tra le professioni non ordinistiche, disciplinate dalla legge 4 del 2013, come quelle, tra le altre, degli amministratori di condominio, dei traduttori, dei grafici, delle guide ambientali escursionistiche, dei pedagogisti. Tutte professioni che non rientrano nell’ambito sanitario. 

Un ulteriore passo avanti è stato fatto nel 2015 con la Norma UNI 11601 che si occupa del coaching, definendo perimetro, caratteristiche e requisiti del servizio. Grazie a questa norma, al momento è possibile certificare, tramite organismi riconosciuti, che il servizio di coaching erogato corrisponda agli standard previsti. Altro discorso per le competenze del singolo professionista: per essere certificate manca la seconda norma UNI che, una volta attiva, andrà a disciplinare requisiti, abilità e competenze del coach. Ad oggi, le associazioni professionali, come Associazione Coaching Italia, Associazione Italiana Coach Professionisti e appunto International Coaching Federation, possono rilasciare un’attestazione della qualifica professionale, le cosiddette credenziali.

In Icf si ottengono dopo un iter riconosciuto da tutte le sezioni nazionali della federazione, nata negli Usa nel 1995 e sbarcata in Italia nel 2002: una garanzia di uniformità. Si parte con un percorso di formazione strutturato all’interno di scuole accreditate dalla Federazione internazionale. Al termine c’è un esame. «Il superamento dell’esame garantisce che la persona abbia acquisito competenze, metodologie e che conosca e si riconosca nel codice etico della federazione». Ma non solo: il coach deve attestare di avere effettuato un numero predefinito di ore di pratica e di mentoring, sotto la guida di un coach più esperto. «Prevediamo tre livelli di accreditamento, in base all’esperienza maturata e alle ore di formazione e di coaching effettuate. Ogni livello di accreditamento vale tre anni e deve essere di conseguenza confermato con nuove ore di formazione continua e di pratica».  

Coach o psicologo? Due figure diverse

La figura del coach, specie se di life coach si tratta, può essere confusa con altre che si occupano di salute e benessere mentale, come psicologi e psicoterapeuti. In questo caso occorre fare chiarezza, evidenziando le diverse competenze. «Sono due figure che a volte si compensano, altre sono alternative. Solo lo psicoterapeuta può indagare sulle cause profonde del malessere, sui blocchi. Il coaching può lavorare a un livello più superficiale, che però non è un livello banale o scontato: sulla gestione del tempo, sull’efficacia personale, sull’autostima. Il coaching va praticato su persone sane e consapevoli», chiarisce Zampone che prosegue: «A costo di perdere il cliente, mi è capitato di consigliare un percorso psicoterapico. A volte si lavora in parallelo, altre volte è lo psicoterapeuta a raccomandare il coaching». Quello del coach è un lavoro sulla persona sì, che ne promuove la consapevolezza e la creazione di possibilità, focalizzandosi però solo su obiettivi concreti, specifici e circoscritti, senza prevedere attività di prevenzione o cura per malattie o disagi, né tanto meno sostegno psicologico o indagine di cause profonde. Un lavoro che si basa su una preparazione specifica e su tecniche mirate e caratteristiche, come tiene a ribadire Bardi.

«Sono due figure completamente diverse. Il coaching è una metodologia di sviluppo nuova, che esula da contesti di diagnosi e cura, tipici della professione psicologica. Il fondatore universalmente riconosciuto è Timothy Gallwey, che non è psicologo e che ha posto le basi teoriche e pratiche di questa disciplina», tiene a ribadire Bardi.

Ancora troppi pregiudizi sulla figura dello psicologo

Una confusione tra le due professioni non fa gioco alla figura dello psicologo, ancora troppo spesso vittima di pregiudizi. Dichiara Michele Spaccarotella, psicoterapeuta: «Nonostante la figura dello psicologo venga sempre più percepita in maniera valida e positiva (ne sono un recente esempio le crescenti richieste per il Bonus Psicologo erogato dal Governo), nel nostro Paese sono presenti ancora oggi miti e stereotipi sulla professione». Basta fare qualche esempio per rendersi conto di come alcune espressioni siano proprie del linguaggio, e del pensiero comune: ‘Chi va dallo psicologo è debole (o matto)’, ‘Meglio parlare con un amico che con uno psicologo’. «La parola psicologo viene ancora spesso associata a elementi prettamente patologici, quando sappiamo invece che, oltre a intervenire sulle situazioni di disagio, lo psicologo lavora proprio in ottica di prevenzione e di benessere, lavorando sulla comunicazione e sul miglioramento delle condizioni sociali, ambientali e culturali, favorendo una maggiore attenzione alla salute psico-fisica», continua Spaccarotella.

Aggiunge Federica Mancuso, Psicologa, laureata in Psicologia Clinica e Tutela della Salute, specializzanda in psicoterapia presso Istituto Aspic, che attraverso il proprio profilo Instagram cerca di sfatare i falsi miti sulla professione: «Un esempio? Che lo psicologo si occupa solo del passato e il coach si focalizza sul presente e sul futuro. Che si va dallo psicologo solo se si hanno problemi gravi. Lo psicologo può occuparsi anche di orientamento e sviluppo personale e professionale. Può aiutare a lavorare su autostima, ansia, sulla difficoltà di parlare in pubblico, su tutta una serie di criticità che si riscontrano nella vita quotidiana».

Il coaching come strumento di intervento, più che come professione 

Guardando alla differenza tra coach e psicologo, non è sempre facile districarsi tra ambiti di intervento e specializzazioni. «Il coaching è uno strumento di intervento che può essere utilizzato dallo psicologo – chiarisce Mancuso – se si parla, per fare un esempio, di ansia, un coach potrebbe non avere gli strumenti per poter comprendere a fondo le cause del disagio e affrontarle. Stessa cosa potrebbe accadere quando si parla di relazioni sentimentali: nelle relazioni entrano in gioco tante variabili e situazioni molto complesse che portano le persone ad avere un bisogno».

È della stessa posizione Spaccarotella: «La psicologia ha molte branche e specializzazioni che coprono le tante aree nelle quali un essere umano può aver bisogno di un sostegno. Mi vengono in mente lo psicologo che lavora in ambito psico-sessuologico, sportivo, giuridico, scolastico, neuropsicologico, digitale, nell’ambito dell’emergenza, della salute, del marketing, del lavoro, e sono quasi certo di non averli nominati tutti. Questo semplicemente per dire come spesso la figura dello psicologo venga appiattita alla sola figura del lavoro clinico, dimenticando quanto vasta sia l’offerta e quanto la psicologia possa rispondere ai bisogni della popolazione. Uno psicologo può anche essere un “coach”, conducendo la persona al raggiungimento dei suoi obiettivi e favorendo la sua crescita personale, ma il coach non può essere uno psicologo». 

Sia coach che psicologo si propongono di lavorare sulla crescita e lo sviluppo della persona, ma con una differenza formativa. «Lo psicologo è un professionista sanitario laureato in psicologia, che ha effettuato un tirocinio post-lauream di almeno 750 ore, abilitato alla professione attraverso uno specifico esame di Stato e iscritto all’albo professionale. Per conseguire il titolo di coach è sufficiente seguire dei corsi formativi ma non è necessario un titolo universitario né l’iscrizione a un albo», come spiega Spaccarotella. «Per saper valutare e riconoscere una situazione di disagio o difficoltà psicologica, occorre avere a disposizione gli strumenti adatti, forniti da specifici corsi di studio. Di salute mentale si devono occupare solo le professioni sanitarie autorizzate», conclude. 

Fare chiarezza su una scelta da compiere, identificare le proprie potenzialità, sapersi organizzare e gestire meglio le proprie risorse, trovare un migliore equilibrio tra vita personale e vita lavorativa, affrontare una sfida o cogliere un’opportunità. Sono tanti e diversificati gli ambiti su cui coaching e psicologia possono intervenire per migliorare la qualità della vita di una persona, con livelli di profondità, esperienze e abilità differenti. Forse solo una legislazione dedicata potrebbe riuscire a chiarire le zone d’ombre ad oggi presenti, portando al riconoscimento e alla regolamentazione di una figura, quella del coach, che sta prendendo piede anche nel nostro paese, senza però mettere a repentaglio la salute mentale di nessuno.

Annalisa Bardi

Coach e presidente Icf International Coaching Federation Italia, la più grande associazione internazionale di coach professionisti.

Federica Mancuso

Psicologa, laureata in Psicologia Clinica e Tutela della Salute, specializzanda in psicoterapia presso Istituto Aspic.

Michele Spaccarotella

Psicologo psicoterapeuta, autore dei libri Il Piacere Digitale (Giunti, 2020) e Bolle di Tsunami (L’Erudita – Giulio Perrone, 2022).

Francesca Zampone

Coach e co-founder di Accademia della Felicità, società di coaching e formazione, autrice di L’Accademia della felicità. Come ricominciare a fidarti di te e diventare la donna che desideri essere (Rizzoli, 2020).

Elisabetta Molteni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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