Jan Fabre, To Eusebia (Thinking model), 2023, dettaglio – dalla mostra allo Studio Trisorio, Napoli
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Teatro, musica, arti visive nell’universo di Jan Fabre, a Napoli il matrimonio e una nuova mostra

«Napoli mi è entrata nel sangue. Ordine nel caos, energia e spiritualità, ti aiuta a collegare le discipline»; Jan Fabre rinsalda la relazione con Napoli, la mostra allo Studio Trisorio Per Eusebia, Laura e Joanna fino al 30 novembre

Jan Fabre: il legame dell’artista belga con Napoli, città in cui sabato 30 settembre 2023 si è unito in matrimonio con Joanna De Vos, curatrice e storica d’arte fiamminga

Jan Fabre frequenta Napoli da oltre due decenni, la prima esposizione risale al 1985. Una città che lo attrae, con le sue linfe e i suoi miti ancestrali e sempre nuovi. Un amore condiviso dalla sua compagna Joanna De Vos, curatrice e storica d’arte fiamminga che pare scesa da un dipinto di Vermeer. Hanno voluto sposarsi qui, nel duomo della città a pochi giorni dalla festa di San Gennaro, il santo patrono, e dall’ennesima liquefazione di quel sangue emblematico e apotropaico che significa buoni auspici, fortuna e prosperità per un popolo intero. 

«Napoli mi è entrata nel sangue e nelle ossa» – ha dichiarato. «L’ordine nel caos è un elemento che un artista deve sentire e comprendere. Napoli è energia e spiritualità, ti regala ispirazione se la sai ascoltare e vai oltre il luogo comune. Ti aiuta a collegare le diverse discipline e mi ha fatto scoprire il fuoco e la passione per la bellezza». Da venti anni Jan Fabre intrattiene un rapporto artistico con Laura Trisorio e la sua galleria. Un’amicizia che definisce spirituale lo lega al collezionista Gianfranco D’Amato. Non a caso la coppia D’Amato-Trisorio è stata prescelta nel ruolo di testimoni di nozze insieme a Christine De Leeuw e Guido De Vos. Collabora con la casa editrice locale Cronopio che pubblica i suoi Diari Notturni

Il matrimonio di Jan Fabre Joanna De Vos nel Duomo di Napoli, seguito dal battesimo del figlio Django Gennaro 

Il rito nuziale era seguito dal battesimo del figlio della coppia, il piccolo Django Gennaro, due anni, nella Cappella reale del Tesoro di San Gennaro. A questo lembo della Napoli antica, Fabre e il suo linguaggio appartengono visceralmente. Nell’Anti-sacristia del Tesoro, dal marzo scorso è stata installata una sua creazione astratta e opulenta: un paliotto a mosaico di corallo rosso del Mediterraneo, realizzato su commissione della Deputazione della Cappella Reale, guidata dal marchese Riccardo Imperiali di Francavilla e donato da Gianfranco D’Amato e Vincenzo Liverino. Si intitola Per Eusebia e ricorda una donna che così si chiamava – colei che per prima raccolse il sangue del martire all’anfiteatro di Pozzuoli nel 305 d.C. Nell’ambiente sono custodite le chiavi della cassaforte che conserva il sangue del patrono. 

Teatro, musica, arti visive si intersecano nell’universo di Jan Fabre. Dopo il lavoro fatto su Resurrexit Cassandra con Ruggero Cappuccio, ora sta nuovamente collaborando con il drammaturgo e scrittore partenopeo in un’opera teatrale, dedicata a Napoli, al Vesuvio e al corallo color sangue. Il corallo è il sangue della Medusa, un elisir alchemico e liberatorio, regale filo cremisi che si inabissa nelle viscere della cultura mediterranea e la connette ad altre infinite e lontane suggestioni. 

Il corallo è un materiale ricorrente nella produzione artistica di Jan Fabre

Il corallo è la materia prescelta per le quattro sculture-ex voto che Fabre nel 2019 ha donato alla vicina chiesa del Pio Monte della Misericordia, altra tappa simbolica della narrazione partenopea. Sono poste in dialogo con l’impatto filmico delle Sette Opere compiute dal Caravaggio nel 1607 e con la luce soprannaturale e abbagliante della Liberazione di San Pietro, tela dipinta da Battistello Caracciolo, il principale seguace locale del Merisi, nel 1615. Corallo come il sangue prodigioso di San Gennaro e quello che fa pulsare e perturba ulteriori liquefazioni taumaturgiche in chiese, oratori ombrosi, cripte ed ipogei della Urbs sanguinis e nell’area vicina. 

Corallo come la passione, la buona sorte e la lava del Vesuvio, a muntagna protagonista del paesaggio del Golfo che nella tradizione autoctona si sovrappone proprio all’immagine di San Gennaro, massiccio d’argento nel suo reliquiario dono dei re Angioini, solcato da eruzioni di pietre preziose policrome. Il Vesuvio, dalla morfologia doppia di mitra vescovile e di pesce salvifico o mortale, spauracchio ed eterno nume tutelare dell’area partenopea. Corallo scarlatto del meandro o nodo d’amore infinito che ornava lo strascico e che arricchiva le decorazioni geometriche dell’abito della sposa, disegnato da Fabre stesso. Un accento simbolico e il suggello di una promessa indissolubile tenuto segreto sotto gli strati di merletto spumoso e il lungo velo di tulle. Sulla scollatura posteriore, Joanna portava un amuleto circolare pensato per lei da Jan e sospeso a una catena. 

Il matrimonio di Jan Fabre e Joanna De Vos alla Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro

La sposa arriva su una vecchia Rolls-Royce bianca ed esplode la piazza. Il piccolo sacerdote indiano per nulla intimorito dalla mole del tempio e dal soffitto alto 35 metri, officia la messa in modo confidenziale, alternando gli Amen agli OK. Impasta con la pronuncia speziata la liturgia in inglese. Il battesimo, mentre la temperatura sale allo zenit dell’umidità, si svolge dentro la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. Una carrellata oroscopica e centrifuga, un moto circolare di bagliori e potenza estetica che stordisce e rimbalza sui simulacri d’argento che la gremiscono. 

Come le gentili fate madrine della Bella Addormentata di Perrault, qui sono i capolavori di Domenichino e Lanfranco, le grandi mani espressioniste del San Gennaro di Jusepe de Ribera circonfuso di luce ispanica a vegliare sulla sorte del bimbo. Il piccolo Django Gennaro non si scompone. Si volge con un sorriso da Pantocrator o da Bhudda ai presenti e sembra guardare soltanto alla mitra vescovile del suo santo, issato da Cosimo Fanzago in cima al solenne cancello di bronzo. 

La mostra di Jan Fabre a Napoli presso lo Studio Trisorio fino al 30 novembre 2023, scandita da tre nomi di donna: Per Eusebia, Laura e Joanna 

Due giorni prima, Jan Fabre aveva rinsaldato la sua relazione con Napoli inaugurando una mostra presso lo Studio Trisorio che resterà aperta fino al 30 novembre prossimo, scandita da tre nomi di donna: Per Eusebia, Laura e Joanna – sono la mitica pia donna che raccolse il sangue di Gennaro, la gallerista e amica Laura Trisorio e la moglie dell’artista. Il sangue del Santo quale collante e sintesi di un percorso fatto di affetti, semantiche e arcani, di simbologie e meraviglie. Incarna un codice di estetica e sentimento religioso. 

Diciotto disegni e tre sculture in corallo, tra i quali gli studi delle opere Per Eusebia e Il numero 85 con ali d’angelo, che nel 2022 sono entrate rispettivamente nelle collezioni permanenti della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro e della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. La scultura dedicata alla dealer è L’organo dell’amore con l’albero della vita. Rappresenta un cuore anatomico composto da rose e perle di corallo e sormontato da una croce metafora dell’albero della vita. 

Jan Fabre e Joanna De Vos emergono dal Duomo di Napoli al suono della Marcia nuziale di Mendelsson, bersagliati dal lancio del riso

Poi via a Palazzo Reale per la festa. Dallo scalone neoclassico e gelato di marmi e stucco, scende una cascata di rose e candele. Inizia il cocktail. Tra gli ospiti la grazia di Katerina Koskina, übercurator greca che ha scelto un Miyake a scatola sferzato di rosso corallo. Gli artisti: Oda Jaune, Daniele Puppi, Enrique Marty. Orlan,  sacerdotessa della body art dalle mille e una metamorfosi chirurgiche si guarda in giro assorta, gli occhi bistrati. I curatori sono la maggioranza: Monique Veaute, Direttore artistico Fondazione Festival Dei Due Mondi, Bjorn Geldhof, Direttore del Pinchuk Art Centre di Kiev, Giacinto di Pietrantonio, Edwin Becker, Head of Exhibitions at Van Gogh Museum e la star giapponese Yuko Hasegawa, Direttore del 21st Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa. Quindi le independent curators Paoletta Marino, il suo viso ellenico e Melania Rossi, che negli anni recenti ha molto collaborato con Fabre. Non mancano i collezionisti: D’Amato, Mario Pieroni, Dora Stiefelmeier; e i galleristi, capitanati da Laura Trisorio, Guy Peters, Daniel Templon, Massimiliano Mucciaccia. Achille Bonito Oliva, leggendaria figura che attraversa generazioni, con un tocco di poesia, a  tavola si mette due rose alle orecchie , trasformandosi in minotauro gentile sul filo d’un sorriso.

Il dîner placé comincia con degli spaghetti alla pummarola. effetto corallo liquido e piatto autoctono preferito di Jan Fabre.  Seguono il taglio della torta glasssta  e una performance di danza calata dentro una cortina luminosa corallo, che trasfigura i movimenti sincronici dei partecipanti e la catarsi che cercano. Si balla fino alle ore piccole sulla terrazza quasi prussiana di Palazzo Reale. Prospettive dilatate e geometriche, damier bianco-neri affacciati sul colonnato di Piazza Plebiscito e sul mistero del Golfo notturno. Il Vesuvio occhieggia sibillino sul fondo, si specchia nel mare oscuro e non lascia capire cosa sarà di noi domani.

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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