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Dettaglio, Pavilion Barcellona, Mies va der Rohe - photo Carlo Mazzoni
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Il complesso borghese: la negazione del privilegio e il rifiuto della responsabilità

Milano come metafora: in una società che cerca nuovi punti cardine, la classe borghese sembra voler rinnegare il proprio ruolo sociale

Una classe sociale che sembra scomparsa

Dove è finita la borghesia italiana? Esiste ancora quella classe di cui parlavano Francesco Cerase e Fiammetta Mignella Calvosa nel libro Nuova Piccola Borghesia pubblicato nel 1976 da Marsilio e a che a suo modo ha fatto scuola? Soprattutto, ed è paradossale nel paese di Pier Paolo Pasolini, dove è finita la riflessione sulla borghesia italiana? 

Che fine ha fatto la borghesia?

La prima risposta, la più ovvia, è che la stratificazione sociale attuale abbia cancellato questa classe sociale: esiste una immensa fascia media, non borghese, una ancora più immensa fascia di dimenticati e disperati, e infine il vertice della piramide fatta di ereditieri, imprenditori di alto profilo, lavoratori dirigenziali di finanza, politica, forse moda e qualche sparuta e fortunata industria creativa o para-creativa. Poi, certo, c’è anche lo spettacolo che oggi prende una fascia semantica ampia che corre dalla televisione e gli sconosciuti-conosciuti influencer di tik-tok. Quale spazio dunque, fatta questa premessa, per una categoria dello spirito tutta anni Settanta come quella della borghesia se si considera questa classificazione ancora valida?

Il tempo libero misura della borghesia e Milano come metafora di classe

Si diceva di Pasolini, nello specifico penso a Comizi d’amore: l’alternanza lì, nelle sue interviste, è chiara. È chiara nel vestiario, nelle possibilità economiche di accesso all’istruzione, ma lo è di più nella caratteristica meno evidente – ovvero la possibilità di avere del tempo libero. I borghesi di Pasolini vanno in discoteca, in vacanza, acquistano beni non necessari, si disinteressano agli accattoni e votano ogni tanto democrazia cristiana ma talvolta anche comunista. Sono confusi, ma dicono di non esserlo. Questo aiuta l’analisi che si cerca di compiere: la borghesia oggi, se usiamo questo criterio, è la Milano dove tempo libero e tempo del lavoro sono collassati l’uno sull’altro. Non che non esista fuori da Milano, ma è evidente che Milano ne è per così dire l’emblema. È borghese chi vive al di sopra delle proprie possibilità, spende tutto ciò che ha in aperitivi, vestiti che descrivono una classe sociale a lui superiore, cene da cento euro a testa, e soprattutto affitti per case minuscole che in qualsiasi altro posto di Italia garantirebbero una villa con piscina.

Il borghese annoiato

Il borghese allora, sembrerebbe essere colui che mira all’al di là di qualcosa perché l’al di qua non lo preoccupa o addirittura lo annoia. Annoiato, lo è per definizione: vive la sua vita con la convinzione che il prossimo Spritz sarà migliore del primo. Pasolini, in una celebre trasmissione televisiva in onda nel 1971 condotta da Enzo Biagi, a un certo punto si lascia andare a una confessione per così dire di cuore: il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Ma non ci metta della retorica in questa mia affermazione: non lo dico per retorica, lo dico perché la cultura piccolo-borghese […] è qualcosa che porta sempre della corruzione, delle impurezze, mentre un analfabeta, uno che ha fatto solo i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi la si ritrova ad un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice

Guardare la povertà come allo zoo

Se si presta attenzione questo atteggiamento di passione per la povertà culturale o materiale, è forse la cifra stilistica più borghese che esista – i ‘poveri’ come animali dello zoo, un po’ esotici ma affascinanti che sono più fortunati alla fine perché hanno meno sbattimenti: vivo a Milano ma vorrei andare a vivere in campagna, non ne posso più degli opening sono stanco ma poi sono sempre qua, mamma mia che fatica la metro ma poi se ho due giorni di ferie non vedo l’ora di tornare in ufficio, appena posso lascio tutto e vado a vivere al mare ma forse anche meglio la Bovisa. Il borghese è annoiato, perché è distratto ma soprattutto perché la vita contemporanea lo ha condotto verso appunto ‘corruzione e impurezza’ allontanandolo proprio da quei beni primari che ora fa finta di desiderare.

Il corpo: ultimo spazio di sperimentazione borghese

La borghesia degli anni Settanta, per quanto annoiata, era impegnata a tentare di comprendere e indicare come trasformare il mondo e d’altronde lo stesso Pasolini era appunto un borghese. La borghesia di oggi, al contrario, è rifugiata nella Milano che pensa di non far parte di un’Italia di nuovamente governata da politiche sempre più reazionarie e come se non ne fosse la prima vittima. Per questo, se vent’anni fa era il momento del design, dieci fa dell’arte, oggi è sicuro il momento del corpo che diventa l’unico ultimo teatro di sperimentazione borghese di una differenza dallo status quo in cui la rivoluzione di piazza si trasforma in una borsa con le borchie. Si è ristretto lo spazio, la casa è diventata oggetto, alla fine l’oggetto è diventato il corpo. Uno spazio inviolabile? Forse, e comunque ancora per poco. Perché se la borghesia non va dal reale, il reale prima o poi va dalla borghesia: le ricorda che esiste, che ha ancora una sua funzione specifica, che dovrebbe ancora tentare il suo ruolo unificatore tra gli ultimi e i primi. Il suo ruolo di traghettatrice. Collante generazionale, ma anche collante delle classi: i ricchi e i poveri si sono sempre parlati grazie alla borghesia come fascia mediana sospesa tra queste due entità della forbice sociale. Non è una responsabilità immensa? Non ce la stiamo definitivamente giocando?

L’assenza della rivolta

In un paese come l’Italia, che ha avuto poca borghesia e talvolta una sorta di ceto medio impaurito, si può parlare o no di neoborghesia? si chiedono Aldo Bonomi, Massimo Cacciari, Giuseppe De Rita nel libro Che fine ha fatto la borghesia? (Einaudi 2004). A Milano, sembra d’altronde andare sempre tutto bene e di impauriti se ne vedono pochi. I borghesi di oggi non sono più in relazione uguale e contraria al mondo contadino e il ‘politeismo dei beni’ ha fatto la sua parte. … La borghesia si schiera sulle barricate contro se stessa, i figli di papà si rivoltano contro i papà. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri – sosteneva Pasolini. Oggi, invece, la rivolta appare completamente assente e si trasforma in un abito, uno stato sociale di adornamento, ma la lotta appare chiusa consumando ‘l’eclissi della borghesia’ di cui parlano per esempio Giuseppe De Rita e Antonio Galdo nel loro omonimo libro pubblicato da Laterza (2012). 

L’incapacità di riconoscere e accettare il privilegio, e la sua responsabilità

Come si riapre dunque questa lotta? E ha senso farlo? Milano ha un ruolo in questa trasformazione, e la sua stessa mutazione è la mutazione di un paese e di una cultura: prima città popolare, ora città inaccessibile ai più. Si giunge a quella che pare essere la tesi conclusiva di questa analisi, la borghesia è in lotta non con i padri adesso, ma con i figli: non è il passato che li spaventa, ma il futuro prossimo ovvero quello in cui saranno costretti a sentirsi improvvisamente vecchi, in cui avranno figli, in cui non sarà più giustificato andare a ballare invece che andare in trincea. Eccola, forse a furia di cercarla, la differenza più decisiva tra la borghesia primaria (quella di Pasolini e degli anni Settanta) e quella secondaria (la nostra): il futuro è la generazione contro cui si è in lotta, gli togliamo, gli si toglie l’avvenire, si consuma ogni cosa, non v’è  rispetto per chi verrà dopo e né interesse nel lottare con chi è venuto prima. Eccolo il complesso della borghesia: l’incapacità di riconoscere e accettare il privilegio. E la sua responsabilità, quella di fare da uncino tra le generazioni e le classi sociali in modo uguale e contrario a quanto non facesse durante gli anni del boom economico.

Alla ricerca di Pasolini

Dove andrebbe oggi Pasolini per un nuovo Comizi d’amore, a chi chiederebbe cosa ne si pensa dell’amore o del sesso? Della transessualità o del genere? Della paura di un rigurgito fascista o del poliamore? E dei borghesi moralistici? Ma a ben vedere la domanda non è solo dove è finita la borghesia ma anche dove è finito Pasolini? Chi può prendere il suo posto oggi, chi potrebbe avere la forza e l’onestà intellettuale di chiedere senza giudicare? In mezzo, tante forse troppe cose: i social, con la loro meta-rappresentazione, tutti borghesi oggi. Come troviamo chi non appartiene a questa categoria, chi si sbilancerebbe verso l’abisso della risposta sbagliata a temi del politicamente corretto? Perché forse oggi, davvero, non si può dire più nulla e invece la borghesia, soprattutto quella intellettuale, avrebbe la funzione di essere scomoda, di scandalizzare, di provare non solo a vestire nei modi in cui gli influencer dicono di vestire ma anche di essere qualcosa di simile a questa cultura della rottura identitaria in cui tutti stiamo vivendo senza entrarci mai in profondità.

Nuovi Comizi d’amore

Allora, modesta, una proposta: un seguito di Comizi d’amore, fatto tentando di andare a fondo della società italiana con lo stesso spirito con cui lo faceva Pasolini. Chissà quanti falsi borghesi, quanti falsi ricchi e poveri, quanti falsi milanesi incontrerebbe nel suo cammino: e forse sarebbe ancora vero, brutalmente vero, che c’è più verità in un bar della provincia italiana che in una delle decine evento sul futuro del sesso e dell’amore con cui siamo torturati nel sentirci inadeguati. La realtà ha molte facce, alcune di queste hanno saputo mascherarsi da figure ibride che nella cabina elettorale fanno gli stessi terribili errori di un tempo. Errori borghesi, errori irresponsabili. 

Leonardo Caffo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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