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Le forze dell’ordine continuano a sottovalutare il revenge porn e pedopornografia online

Per contrastare la violenza di genere e la pornografia non consensuale online, è nata Cyber Rights Organization (CRO), la prima europea a difesa dei diritti umani nel web. A guidarla Annachiara Sarto e Silvia Semenzin

Cyber crime: i dati di Clusit, Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica

Il cyber crime è in aumento in tutto il mondo. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno dato un’accelerazione al fenomeno, che nel 2021 ha visto una crescita globale del 10% rispetto all’anno precedente. Sono 2.049 i cyber attacchi gravi riportati nel 2021, in media 171 al mese, il valore più alto mai registrato. Questi i dati forniti dal Clusit, Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, nel rapporto di quest’anno. Numeri che, secondo i ricercatori, potrebbero essere sottostimati, per via della tendenza delle vittime a mantenere, quando possibile, riserbo in merito agli attacchi cyber subiti. 

L’aumento della gravità degli attacchi ha contribuito a far lievitare la conta dei danni, stimati nel 2021 in 6 trilioni di dollari. Solo un anno prima, nel 2020, ammontavano a 1 trilione di dollari. Il continente maggiormente preso di mira dagli attacchi informatici è quello americano, colpito nel 45% dei casi (-2% rispetto al 2020), seguono l’Europa, vittima di un quinto degli attacchi totali (21%, +5% rispetto all’anno precedente) e l’Asia (12%, +2% rispetto al 2020), mentre è rimasta invariata la situazione in Oceania (2%) e Africa (1%).

Gli strumenti adottati più spesso dai criminali informatici, secondo il rapporto, sono i malware, software intrusivi e dannosi, e in particolare i ransomware, malware che prevedono una richiesta di riscatto. Queste tecniche illecite rappresentano, come nel 2020, il 41% di quelle totali utilizzate.

Lo studio dell’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia: in Italia record di attacchi informatici

Nel primo semestre del 2022 in Italia si è registrato un record di attacchi informatici: in totale 1.572 tra ransomware, incidenti di sicurezza e violazioni della privacy, a fronte dei 1.356 casi complessivi dell’anno passato. È quanto emerge dallo studio dell’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia. I settori più colpiti dagli attacchi sono quello della Pubblica Amministrazione, Finanza ed Healthcare. Secondo i dati forniti da Trend Micro, specialista delle soluzioni di cybersicurezza, a maggio scorso l’Italia si è addirittura posizionata prima in Europa e fra i primi Paesi al mondo per attacchi ransomware e malware.

Cresce quindi il numero degli attacchi informatici e con questo il numero degli arresti e delle denunce: un recente rapporto pubblicato dalla Polizia Postale parla di un aumento del 98% degli arresti rispetto al 2020 e del 17% in più di persone denunciate alle autorità.

PermessoNegato: il rapporto sullo Stato dell’Arte del Revenge in Italia e il caso Telegram

Il 25 novembre scorso PermessoNegato, la più grande associazione europea che sviluppa e applica tecnologie, strategie e politiche per la non proliferazione della Pornografia Non Consensuale (NCP), ha pubblicato il suo report annuale sullo Stato dell’Arte del Revenge. Secondo l’indagine, sono più di 13 milioni gli utenti italiani che nei canali Telegram condividono contenuti NCP. Nello studio pubblicato, l’Osservatorio Permanente di PermessoNegato ha rilevato la presenza di circa 231 gruppi e canali Telegram attivi nella condivisione di NCP destinati ad un pubblico italiano. Il gruppo più numeroso preso in esame annovera un numero impressionante di utenti unici: oltre 540.000. Il rapporto evidenzia anche il preoccupante aumento della circolazione di materiale pedopornografico, di richieste di materiale contenente violenze e il crescente scambio illecito di contenuti provenienti dalla piattaforma a pagamento Onlyfans.

Le forze dell’ordine sottovalutano il fenomeno del revenge porn e della pedopornografia online

Nonostante le numerose denunce e le dimensioni rilevanti del fenomeno, PermessoNegato sottolinea la sottovalutazione del problema da parte delle forze dell’ordine, che appaiono molto più solerti quando si tratta di altri reati, come nel caso della vendita illegale su Telegram di Green Pass – ad esempio l’Ooperazione No-Vax Free – o la chiusura di centinaia di gruppi e canali Telegram dediti alla condivisione di materiale protetto dal diritto d’autore. «L’occhio imparziale delle Forze dell’Ordine pare, dati alla mano, meno imparziale quando vengono intaccati interessi economici o politici, ma molto più tollerante verso la lesione dei diritti dei soggetti fragili», si legge sul rapporto.

Cyber Rights Organization, la prima organizzazione europea a difesa dei diritti umani nel web

Di fronte a un settore complesso e pieno di sfide come quello della cybersicurezza, la nascita della Cyber Rights Organization (CRO), la prima organizzazione europea a difesa dei diritti umani nel web, è un’ottima notizia. La CRO ha sede all’Aja, in Olanda, e fornirà assistenza legale e tecnica alle vittime che subiscono violenza di genere online, cyberbulling, hate speech, doxing, sextortion, violazione dell’identità digitale, tratta online. 

A capo dell’Associazione si trovano due giovani professioniste italiane: Silvia Semenzin, sociologa e attivista promotrice dell’art. 612ter del Codice Penale, anche noto come reato di revenge porn, e Annachiara Sarto, laureata in diritto internazionale all’Università dell’Aja e, a soli 23 anni, già direttrice della Ong Protection4kids e consulente del Dipartimento delle Operazioni di Pace nella Squadra speciale di protezione dei minori delle Nazioni Unite. A fondare CRO, oltre ad Annachiara Sarto, sono stati Andrea Baggio, Ceo di ReputationUp, e Juan Ricardo Palacio, esperto in cybersicurezza, informatica forense e online reputation.

Il team di CRO: interdiplinarietà tra formazione giuridica, sicurezza informatica e diritti dei minori

I fondatori saranno affiancati da un team internazionale composto da esperti in cybersicurezza e violenza online, che compongono l’Advisory Commitee interno di CRO. Tra loro figurano Larry Cameron, responsabile della sicurezza informatica presso l’Anti-Human Trafficking Intelligence Initiative (ATII), Christine M.G. Tremblay, docente-ricercatrice nel programma di diritto internazionale ed europeo presso l’Università di scienze applicate dell’Aia dal 2015, nonché dottoranda di ricerca presso l’Università di Leiden sul diritto penale internazionale; e ancora, Nadia Rusinova, docente presso la The Hauge University dell’Aja, formatrice giudiziaria, esperta in materia di diritti dei minori e diritto internazionale, dal 2003 a capo dello studio legale Rusinova&Partners, abilitato presso la Corte Internazionale di Giustizia coinvolto da sempre nella tutela dei diritti umani e diritti LGBTQ+; Mohd.O. Ahmad della Commissione Economica e sociale dell’ONU, certificato dalla Oxford Poverty and Human Development Initiative nella progettazione di un indice di povertà multidimensionale.

Lampoon ha parlato con Silvia Semenzin e Annachiara Sarto delle sfide e degli obiettivi dell’Associazione, che ambisce a diventare la più importante organizzazione internazionale specializzata in cyber right, con.

Silvia Semenzin e Annachiara Sarto, Direttrice e Head of Research e Advocacy della Cyber Rights Organization

È da poco uscito il rapporto annuale di PermessoNegato che analizza il fenomeno della pornografia non consensuale su Telegram in Italia. I numeri sono impressionanti, ma le autorità non riescono a contrastare il problema. Perché?

SS – In Italia è stata fatta una legge per contrastare il fenomeno, ma come accade spesso, fatta la legge, trovato l’inganno. La legge è infatti passata con l’unanimità, ma nonostante questo, negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento esponenziale della violenza online, specialmente contro le donne, che sono le prime vittime del web in Italia e nel resto del mondo. Per quanto riguarda Telegram, il fenomeno dei gruppi di scambio illecito di materiale intimo è una specificità tutta italiana. Questo tipo di utilizzo si riscontra soprattutto in Italia, Stati Uniti, Filippine, Hong Kong e, ovviamente, in Russia, il Paese da dove partono la maggior parte dei bot.

È necessario collegare questa situazione al panorama politico che abbiamo in Italia. Mentre il femminismo digitale avanzava e portava avanti, timidamente, delle lotte per i diritti delle donne e della comunità Lgbt+, si è espanso su internet e anche offline l’anti-femminismo. Negli ultimi anni, non a caso, è cresciuta la misoginia esplicita online, e con questa, la volontà di colpire, catalogare le donne, avendo sempre più materiale a disposizione per poterle umiliare. Questo trend si sposa perfettamente con il discorso pubblico, che legittima sempre di più questi atteggiamenti.

Sono infatti ritornati in voga i valori tradizionali, patriarcali, ultracapitalisti, che reiterano questo modello. I pochi passi avanti che eravamo riusciti a compiere in questi anni rischiano di essere così cancellati. Attraverso il lavoro che abbiamo portato avanti in questi anni, mi sono resa conto che, rispetto ad altri Paesi, in Italia resiste una cultura fortemente radicata nelle tradizioni patriarcali. Basta guardare alle istituzioni e alle donne che hanno voce in Italia: la nostra premier è una donna ma sposa perfettamente la retorica maschilista. Anzi, è stato proprio grazie a questo suo atteggiamento che è riuscita a salire in alto. 

Le donne sono esposte alle violenze online ventisette volte in più degli uomini 

Secondo le ultime ricerche, le donne sono molto più esposte alle violenze online – si parla di circa ventisette volte in più – degli uomini. Da cosa dipende questa differenza?

SS – Innanzitutto le tecnologie digitali sono state inventate dagli uomini e pensate per gli uomini. Le policy abbracciate dalle piattaforme, ad esempio, traducono delle regole morali in regole scritte. Dettano leggi che poi noi siamo costretti a seguire online: non mostrare il corpo femminile o mostrarlo solo in maniera stereotipata. La voce femminile o segue la tradizione o se va contro la tradizione avrà delle risposte più violente rispetto agli uomini. I dati ci raccontano che quando le donne parlano di femminismo e di questioni di genere ricevono tre volte più violenza rispetto agli uomini e questo è molto indicativo. Credo che la violenza contro le donne, anche quella online, vada vista sempre come una volontà di potere e di controllo.

Il dossier 2022 della Polizia Postale in collaborazione con Save The Children 

Uno dei problemi principali legati alla pornografia non consensuale online è il proliferare di materiali pedopornografici. Secondo quanto riportato dall’ultimo dossier della Polizia Postale, realizzato in collaborazione con Save the Children, nel 2021 sono stati 5.316 i casi di pedopornografia trattati dalla Polizia Postale, con un incremento del 47% rispetto all’anno precedente. Cresce il numero dei minori approcciati sul web dagli adulti abusanti, pari a 531, in maggioranza con un’età inferiore ai 13 anni. Aumentano anche i casi di adescamento online dei bambini nella fascia 0 – 9 anni, trentadue casi. Il genere sembra non incidere sui livelli di rischio: maschi e femmine sono vittime in egual misura dei pedofili. 

L’assuefazione alla pedopornografia: gli effetti sui minori dell’esposizione a materiali illegali

Il report di PermessoNegato conferma un’assuefazione crescente alla pedopornografia e aggiunge un elemento inquietante: l’utilizzo e la maggiore dimestichezza dei minori con questi materiali. Quali sono gli effetti di questo consumo sui minorenni stessi e perché non si pone un freno a questa deriva?

SS – Il discorso sui minorenni è importantissimo e purtroppo è rimasto fuori dall’art. 612ter. I minori sono quelli che usano di più le piattaforme e quindi i primi, assieme alle donne, a diventare potenziali abuser o vittime. Anche il deepfake porn, che viene divulgato nei gruppi Telegram tramite bot, ad esempio, ha una percentuale altissima di minorenni: vengono utilizzate soprattutto foto di ragazze minorenni, rubate dai loro profili social, che vengono poi spogliate artificialmente tramite il software. In questo caso non si tratta più di pedopornografia, ma piuttosto di violazione d’intimità tra minorenni.

L’unico modo che abbiamo per contrastare questo fenomeno è fare educazione sessuale. Come sappiamo, però, l’educazione sessuale nella campagna elettorale è stata tra i grandi bersagli dei partiti di destra. Non si può parlare a minorenni di sesso, ma poi ci stupiamo se troviamo bambini di 11 anni che già utilizzano Telegram per cercare informazioni sulla sessualità, masturbarsi, o che hanno una concezione e una visione della sessualità che è completamente distorta, e che è quella che promuovono le piattaforme digitali. È una sessualità eteronormativa, violenta, molto legata alla trasformazione dell’industria pornografica degli ultimi anni, che è andata sempre di più verso la rappresentazione del piacere e dell’atto sessuale in modo stereotipato, in cui la donna è considerata puramente un oggetto sessuale. Se non insegniamo la cultura del consenso ai ragazzi quando sono giovani, continueremo a reiterare la cultura dello stupro, senza possibilità di sconfiggerla o di cambiarla.

L’articolo 612ter non prevede gruppi speciali per il sostegno alle vittime di violenza online

Ci vogliono in media più di cento giorni per eliminare un link, una foto o un video che danneggia l’intimità violata di una persona. Perché è così lungo e macchinoso il processo di rimozione? 

SS – Facendo riferimento al caso italiano, quando è stato scritto l’art. 612ter non è stata presa in considerazione la creazione di gruppi specifici all’interno delle Forze dell’Ordine che fossero in grado di occuparsi delle vittime in ambito digitale. In questo modo si vengono a creare file lunghissime alla Polizia Postale di denunce su internet, che non comprendono solo le violazioni dei diritti delle donne, ma anche casi di hacking, fishing, furti d’identità e in generale di cyber crime. La violenza contro le donne, che è il problema più grande, viene così trascurato. Le Forze dell’Ordine non sono quindi state minimamente preparate a gestire tutta questa mole di lavoro.

Spesso poi le vittime si sentono giudicate perché gli agenti, che sono impreparati su questi temi, le fanno sentire colpevoli, come se se la fossero cercata. In più non è stato messa in discussione la possibilità di aprire dei dibattiti con le piattaforme e stipulare degli accordi governativi con le piattaforme digitali, come è stato fatto per esempio in Germania con Meta. È un fenomeno che non ha frontiere, limiti, per questo bisogna avere un approccio e una visione internazionale. È anche per questo motivo che nasce la Cyber Rights Organization: per cercare di andare a creare conversazioni che siano improntate a una logica più transnazionale. 

La sextortion, l’estorsione sessuale, e il doxing, la condivisione di dati personali di una vittima 

Tra i cyber crime di cui si occupa CRO ci sono la sextortion e il doxing. Puoi spiegarci che cosa si intende con questi due termini? 

SS – La sextortion è letteralmente ‘l’estorsione sessuale’, ovvero la minaccia o la diffusione stessa di contenuti intimi di una persona dietro richiesta di pagamento. Questo è un problema molto diffuso in America Latina, dove esistono dei veri e propri gruppi organizzati che portano avanti questa pratica illegale. Il doxing, invece, è l’invio o la condivisione di dati personali di una persona già vittima di condivisione non consensuale di materiale intimo.

Molto spesso infatti il doxing accompagna la sextortion. Il fenomeno è molto diffuso su Telegram, dove generalmente vengono diffusi il nome e il cognome della vittima, il suo numero di telefono, il suo profilo social, a volte addirittura l’indirizzo di casa, sfociando così in reati come stalking o molestie sia fisiche che online. Come abbiamo spiegato io e Lucia Bainotti nel libro Donne tutte puttane. Revenge porn e maschilità egemone, si tratta di più violenze che spesso si sommano tra loro e che possano portare le vittime alla disperazione.

In questi gruppi si possono trovare spesso anche donne, che partecipavano passivamente o addirittura attivamente alla discussione. Come mai accade questo? 

SS – Con Bainotti abbiamo notato in effetti anche una presenza femminile su questi gruppi Telegram, anche se minoritaria. Le donne sono presenti principalmente per due motivi: alcune sono sex worker che promuovono il proprio profilo Onlyfans; altre ragazze, in percentuale minore, entrano per curiosità rispetto alla pornografia e, in assenza di educazione sessuale e di genere, possono finire per commettere gli stessi errori degli uomini. Molte di loro finiscono infatti per colpevolizzare le donne vittime di queste violenze.

Il campo di azione della Cyber Rights Organization

Qual è il ruolo che ricopri all’interno della Cyber Rights Organization? 

SS – Per adesso siamo ancora in una fase di startup, quindi mi occupando un po’ di tutto come project manager. Nei prossimi mesi assumerò l’incarico di Head of Advocacy e mi occuperò di andare a parlare con le varie istituzioni, con le piattaforme e con le organizzazioni internazionali per promuovere le tutele necessarie per le vittime di violenza digitale. A breve apriremo anche un centro studi, di cui prenderò le redini in qualità di Head of Research. Il suo obiettivo è la realizzazione di studi e la ricerca di dati che possano essere utili per la promozione di queste tutele internazionali. Sarà un lavoro che, come ho fatto fino a oggi, sposerà la ricerca con l’attivismo politico. Per noi è importante osservare e studiare i fenomeni prima di intervenire concretamente. Sulla violenza online i dati e le nozioni condivise, a livello europeo, sono infatti ancora troppo pochi.

Collaborare con Eurojust, con la European Federation of Journalist e con Europol 

Qual è l’ambizione principale di CRO? 

SS – Abbiamo un progetto molto ambizioso: la nostra missione è quella di riuscire ad avere una voce internazionale forte e di fare da collante tra altre organizzazioni e associazioni che si occupano di tematiche simili, ma che ancora non collaborano fra loro. Intendiamo offrire assistenza sia legale che tecnica alle vittime non solo italiane, ma anche europee e potenzialmente mondiali. Per essere più efficaci, c’è bisogno di unire le forze: per questo stiamo iniziando ad attivare serie di collaborazioni, con Eurojust, con la European Federation of Journalist, con Europol e tutta una serie di associazioni con cui speriamo di poter intraprendere questo percorso insieme.

La legge Codice Rosso non basta, serve più attenzione da parte dello Stato 

Tornando in Italia, dall’alto della tua esperienza, credi ci sarà spirito di collaborazione da parte del nostro Stato su queste tematiche? 

SS – Lo spero, anche se la mia esperienza con lo Stato italiano non è particolarmente positiva. Sono molto legata all’Italia, è il Paese dove sono nata, ma è molto frustrante lavorare qui. Dopo cinque anni dall’inizio delle mie battaglie, la situazione non è cambiata e forse è addirittura peggiorata. Nonostante l’approvazione della legge Codice rosso, le ricerche sul tema e lo scandalo Telegram, sembra che anziché andare avanti, andiamo indietro. Sono sempre aperta al dialogo, ma in questo momento mi aspetto che sia l’Italia a venirmi incontro e ad accorgersi del lavoro che faccio, che ad oggi viene riconosciuto di più all’estero che in patria. Mi auguro, però, che trattandosi CRO di un progetto che ha ai vertici persone italiane, possa essere motivo di orgoglio per l’Italia.

Il lavoro con la ong Protection4kids

Da dove nasce l’esigenza di creare un’organizzazione europea per i diritti umani nel web?

AS – Per rispondere a questa domanda, mi viene spontaneo accennare brevemente al  mio background, perché è dall’unione della mia esperienza con quella di altri colleghi che nasce l’esigenza di co-fondare CRO. Io mi sono laureata in International and European law alla The Hague University e mi sono poi specializzata in Transnational crimes, Human rights e Justice all UNICRI, con un focus su violenza di genere e in particolare modo sulla child protection e pedopornografia. Sono consulente delle Nazioni Unite per la child protection, faccio parte del team del Department of peacekeeping operations e da tre anni lavoro con la Ong Protection4kids.

Proprio con loro ho cominciato a occuparmi di casi di violenza di genere e annesso child sexual abuse material contro i minori che, secondo i dati, dal 2010 ad oggi si sono spostati per l’85 % online. Lavorando in differenti progetti internazionali in loco, uniti a missioni umanitarie, mi sono accorta, assieme al team di Protection4kids, dell’esponenziale aumento online dei crimini di cui ci occupiamo (tratta e traffico di minori migranti, pedopornografia): sia per quanto riguarda il reclutamento (tramite social network), ma anche sul fronte dell’amministrazione e fruizione dei crimini stessi (soprattutto nel deep e dark web).

Da qui è maturata la consapevolezza della carenza di attori che si occupassero di trattare questi casi, non solo di child online crimes, ma anche, più in generale, di gender based violence crime, come la condivisione non consensuale di immagini, o di sextorsion, ma anche di cyber bullismo. Così è nata l’idea di unire alcuni tra i massimi e le massime esperte su questi temi. Come Protection4kids, negli ultimi anni, abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di condivisione non consensuale di materiale in intimo, maturando col tempo l’idea di fondare CRO, basandoci sulle necessità e sulle richieste ricevute dalle vittime.

Non c’è nulla che si muove più veloce di internet

Quali sono gli obiettivi principali che si è data CRO?

AS – CRO non solo si occuperà solo di assistere le vittime dal punto di vista legale, ma anche di fare formazione e advocacy, il tutto conducendo anche diversi studi grazie al dipartimento di ricerca diretto dall’esperta in materia Silvia Semenzin. Crediamo che ora come ora non ci sia obiettivo più importante di fare partnership strategiche con associazioni, Ong e organizzazioni internazionali e stakeholder con valori etici comuni ai nostri. Il mio professore di Internet Law diceva sempre: «Non c’è nulla che si muove più veloce di internet» e i criminali lo sanno bene: molto spesso, infatti, quando viene fatta una legge sul tema, esistono già vie di uscita per aggirarla. Se vogliamo davvero raggiungere i nostri obiettivi è fondamentale fare rete, perché sarebbe irreale e immaturo pensare di riuscire in un intento così importante e difficile da soli.

Cyber Rights Organization (CRO) 

È la prima organizzazione europea a difesa dei diritti umani nel web. Ha sede all’Aja, in Olanda, e intende fornire assistenza legale e tecnica alle vittime che subiscono violenza di genere online, cyberbulling, hate speech, doxing, sextortion, violazione dell’identità digitale e tratta online. 

Annachiara Sarto

23 anni, originaria di Castelfranco Veneto, laureata in International and European Law alla The Hague University, specializzata in Criminal Law e Human Rights, dal 2019 direttrice di Protection4kids, già Consulente presso il dipartimento Child Protection Team of the Department of Peacekeeping Operations delle Nazioni Unite; 

Silvia Semenzin

Sociologa e attivista italiana, nonché borsista Postdoc presso l’Università Complutense di Madrid. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Sociologia digitale presso l’Università di Milano. Nel 2019 promosse la campagna #intimitàviolata per chiedere una legge contro la diffusione non consensuale di immagini intime in Italia, che ha portato all’introduzione dell’art. 612ter del codice penale italiano e alla criminalizzazione dell’abuso sessuale per immagini.

Alessandro Mancini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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