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Elizabeth Taylor, Bal de Beistegui
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L’energia della nostalgia: perché gli anni Cinquanta ci fanno ancora sognare?

La perdita di codici formali esplodeva come il boom economico nel secolo scorso: oggi siamo in cerca di riferimenti borghesi che concedano autorevolezza e fiducia

Gli anni Cinquanta – un mondo nuovo, sia ieri sia oggi

Dopo il 1950, con il boom economico, l’America era vincitrice in ogni dimensione. L’Europa un mercato aperto, un magazzino a basso prezzo. Chi aveva industrie e patrimoni – Ford, Livanos, Schwab, Thyssen, Campbell – aveva potere. Chi aveva piccoli capitali, aveva grandi possibilità. Le ambizioni somigliavano alle probabilità, le migliori risorse da investire. La voglia di farcela, realizzare sogni – i sogni non erano dentro il cassetto, ma in una nuova scatola in salotto: la televisione.

Gli anni Cinquanta: la ricerca tecnologica scaturiva dalle attività belliche

La ricerca tecnologica e l’innovazione delle industrie in guerra avevano prodotto rivoluzioni e risultati ora da declinare a uso quotidiano. L’evoluzione degli strumenti di comunicazione a fini bellici portava la televisione – la mediaticità di un evento, di un personaggio: nasceva e si componeva, per la prima volta negli anni Cinquanta l’immaginario collettivo. La televisione faceva vedere i volti di coloro che interessavano la massa, coloro che personificavano l’ambizione e il benessere – i sogni in technicolor – gli attori, i politici, gli industriali. I mezzi stampa volevano pubblicare le loro fotografie e mandavano i reporter all’aeroporto – il posto migliore per incontrarli. Come gli altri settori industriali, anche la tecnologia aeronautica tanto decisiva per le sorti del conflitto, ora voleva volgersi all’uso commerciale. I B25 diventarono jet utilizzati da i pochi che potevano permetterselo, persone di successo e potere. 

Gli anni Cinquanta e la nascita del jet-set

I giornali si riempirono di immagini di celebrità su scalette movibili davanti a capitani di bordo – nasceva la parola jet-set. Alla gente non interessavano più principi, duchi e sovrani, ma chi sceglieva di apparire. La gente voleva incontrare James Dean, non il duca di Windsor – quelli che ce l’avevano fatta, che erano riusciti a trasformare l’ambizione in riconoscimento – Marlon Brando, Aristotele Onassis. Non più chi aveva avuto la fortuna di nascere con un gran cognome, in veste di privilegio. Erano gli anni Cinquanta, alla gente interessava il jet-set perché poteva sognare di diventarne parte – era boom economico, era tutto possibile. 

Gli anni Cinquanta: da Carlos Beistegui a Grace Kelly, Hollywood in Europa

Nuovi divi, nuovi dei. Erano gli inizi degli anni Cinquanta, precisamente nel 1951, quando Carlos Beistegui diede una festa a Venezia, a Palazzo Labia che segnò un’epoca – divenne stranamente opinabile come Elizabeth Taylor potesse destare più interesse della regina Elisabetta: gli amici della prima erano invitati, i titolati dalla seconda no, o al limite fungevano da contorno. Pochi anni ancora e Grace Kelly si ritirava come principessa di Monaco solo dopo aver vinto un Oscar – grande snobismo – l’interesse era tutto per lei, finalmente la favola di Cenerentola era realtà – ma ci si chiedeva chi fosse Cenerentola, la Kelly o Grimaldi. Succedeva il 19 aprile 1956, al centro degli anni Cinquanta.

Il divo del cinema, la star da rotocalco erano la novità, rispetto a qualsiasi aristocratico. La celebrità di un’attrice muoveva il mercato e la comunicazione dell’epoca più di chi aveva detenuto potere per secoli. Una frase, un commento da Hollywood influiva sull’opinione pubblica. Un’immagine dall’America girava il mondo ad alta velocità. L’immaginario collettivo era americano, l’America aveva vinto la guerra. 

Snob e pop, l’immaginario collettivo che si sarebbe espanso nei decenni successivi

Attraverso le immagini diffuse da tv e giornali, negli anni Cinquanta, si vide l’evoluzione sociale fra mecenatismo, merito al talento, arrivismo sincero. Il mescolamento, le contaminazioni e il disordine, fra arte e impresa, intelletto, curiosità. Un mescolamento che fu la matrice del pop – Chanel e Peggy Guggenheim e Anita Ekberg, Rubirosa a Copacabana, la Beat Generation. Sarebbe cresciuto nei decenni a venire: Kennedy, Jim Morrison e Mina, Alain Delon e Romy Schneider, mai niente di più bello – giovani, famosi, bravi e innamorati – non si può desiderare altro – Brigitte Bardot a piedi scalzi, Dalì e Marie-Hélène Rothschild a Parigi. Il pop diventò arte e statement fra le gallerie di Soho e i capelli di Warhol, diventò il rock di Freddie Mercury, un dialogo di Bret Easton Ellis.

Gli anni Cinquanta, il mescolamento tra snob e pop, tra alto e basso

Personaggi e potenze iconiche che influenzarono le offerte di prodotto, le affluenze nelle località turistiche, le merci dell’industria tessile che non significa solo moda, le abitudini alimentari: componevano via via l’immaginario collettivo, cogliendo la succedaneità della richiesta e dell’offerta. La moda riteneva di condurre l’immaginario collettivo: esso può sì nascere vicino alla visione di un designer, di un artista, di un direttore di giornale o di un regista – più probabilmente si genera dalla commistione di fattori che i più bravi fra gli appena citati sanno cogliere con anticipo.

Si tratta di mescolamento, di immagini che devono colpire senza cercare un accostamento. Si tratta di scommesse – più si azzarda, più si vince. Oggi, anche l’altra domanda – se sia stato proprio questo pop a preparare la via dell’abbattimento culturale che tanto aggrava. Un abbattimento dovuto alla dittatura delle regole di mercato e dei palinsesti televisivi, che rende la celebrità mediatica vuota, o colma di un’apparenza fine a se stessa. La domanda se sia questo l’esito di quel mescolamento fra alto e basso, fra arte e canzoni, fra sofisticato e commerciale che nacque con tanta bellezza negli anni Cinquanta. Questo mescolamento è la più chiara espressione della mobilità sociale, e sarebbe scorretto rispondere .

Anni Trenta, anni Cinquanta: da Mies van der Rohe a Dorothy Parker

Prima della guerra, a Parigi, Marie Laure de Noailles, fra le ispirazioni di Proust su Oriane Guermantes, lasciava il suo palazzo di place des Etats Unis nelle mani di Jean Micheal Frank, per farne un laboratorio di nuove linee, fotografato da Man Ray. Paul Poiret, Max Jacob, Modigliani, Chagall, Picasso, Jean Cocteau, Diaghilev ebbero in quegli anni lo stesso impatto sul mercato e sulla cultura che Steve Jobs avrebbe prodotto agli inizi del Duemila, come Chris Martin o Gwyneth Paltrow. Negli anni Trenta ogni gravità era rimasta su Parigi – ma dopo la guerra, il pendolo si spostò a New York. Peggy Guggenheim si appassionava d’arte e di Calder, Mies van der Rohe progettava il Seagram Building, su Madison Avenue nascevano le agenzie di pubblicità. 

Si beveva Cosmopolitan, si ascoltava Cool Jazz e Chet Baker, Dorothy Parker diventava più mordace sulle colonne del New Yorker: «Well, Aimee Semple McPherson has written a book. It is the story of her life, and it is called “In the Service of the King”, which title is perhaps a bit dangerously suggestive of a romantic novel. It may be that this autobiography is set down in sincerity, frankness and simple effort. It may be, too, that the Statue of Liberty is situated in Lake Ontario» e intanto il suo epitaffio Excuse my dust era già stato pubblicato su Vanity Fair, rivista o diario della città. 

Dagli anni Cinquanta in avanti: Dorothy Parker, Truman Capote, Darren Star

Dorothy Parker fu la prima a raccontare l’evoluzione dell’immaginario collettivo – così come in Italia, preoccupante via di mezzo fra Nato e Comunismo, facevano Camilla Cederna, Irene Brin e Giancarlo Fusco. Come tutte le avanguardie, Parker era soltanto un tramite: prima di lei, Agatha Christie, di cui Hobsbawm ne Il Secolo breve sancisce la rilevanza storica. Truman Capote fu centro nevralgico di arte e potere, entertainment and establishment. Inventò il ruolo che avrebbe ereditato Warhol. Voleva che il suo romanzo infinito raccontasse, così come Proust aveva fatto per Parigi, l’essenza della sua città – ciò che poi riuscì a fare Darren Star con Sex and the city di Candace Bushnell. L’establishment si definisce in chi muove potere e comunicazione, Capote ne fu l’idolo. 

Marlon Brando, Jackie Kennedy, da Lauren Bacall a Katherine Graham – la publisher del Washington Post che avrebbe stretto il Watergate. In onore della Graham, Capote invitò al Black and White Ball al Plaza, nel ’66, dopo la pubblicazione di In cold blood. Audrey Hepburn non andò, Frank Sinatra e Mia Farrow, Henry Ford e Henry Fonda, Norman Mailer, Warhol, Lee Radziwill, sì. E Tallulah Bankhead, Linda Bird Johnson, Jean Vanderbilt che descrisse il vestito di Penelope Tree come «stark, like Halloween ballet costume» quando in realtà la Tree era più nuda che vestita. 

Gli anni Cinquanta e le Swann di Truman Capote: Babe Paley, Gloria Guinness

Andarono tutte le Swann – termine che Capote coniò per le ereditiere i cui talenti erano stati nascere e respirare. Ieri come oggi, queste sono immagine e simbolo di famiglie che sostengono la mondanità e pagano per essa. Tali famiglie svolgono la funzione di creare connessioni, confronti e acquisti, tutti così favorevoli alle produzioni artistiche e di talento – e il sano snobismo, indimenticabile e indispensabile se raccontato da Maugham.

Capote le aveva invitate tutte, le sue Swann, loro che scendevano sulla Fifth, crogiolandosi fra tanti dollari – Astor, Carnegie, Morgan e Flick – creando l’immagine dell’Upper East. Babe Paley abitava a 834th 5th Av, Niarchos a 820th 5th Av – i due edifici che detengono oggi il prezzo più elevato al metro quadro di ogni mercato immobiliare, a sentire la stampa. Doris Duke andava a scuola in limousine, le cameriere tenevano un archivio fotografico del suo guardaroba, d’estate la trasferivano a Rhode Island. Gloria Guinness. Cornelia Guest chiese a Hemingway di farle da testimone di nozze. 

Elsa Maxwell, “the hostess with the mostest”

Jackie Kennedy come first lady avrebbe elevato Oleg Cassini a stilista di questo mondo – come amante di Onassis avrebbe fronteggiato lo scandalo dell’ufficio di igiene a Garden State, l’abitazione della cugina Edie. La copertura mediatica del Black and White Ball (1966) oscurò Elsa Maxwell, “the hostess with the mostest”, e non si sarebbe più riscontrata per alcun altro evento. Capote significava successo, potere e gloria. Breakfast at Tiffany’s fu un libro che vendette a dismisura, il film che è rimasto, il poema epico dei suoi anni – un product placement che tutt’oggi meriterebbe uno studio nel settore. Capote fu un divo scrittore, un riferimento per le diverse classi sociali che in lui vedevano qualcosa di anomalo, non trascurabile. 

Nel 1972, Capote avrebbe fatto parte del Rolling Stone American Tour
Non semplici concerti ma vera espressione culturale – Mick Jagger sarebbe poi diventato epitomo di un’energia carnale che lasciava sparire i Beatles, moltiplicando quello che loro avevano inventato. Gli alberghi non furono in grado di fornire programmi di sicurezza per il controllo dei fans e dei maniaci, così a Chicago, il gruppo fu ospitato da Hugh Hefner, proprietario di Palyboy, e si fantasticò su quattro giorni di orgia continua. Capote era con loro in tour, per scriverne la storia. Come il suo personaggio voleva, si fece accompagnare dalla sua principessa Radziwill – era lo scrittore la cui popolarità si confrontava con quella di una rock star. Oggi mancano gli scrittori, mentre di rockstar – o presunte tali, o semplicemente star – si moltiplicano come cavie.

Carlo Mazzoni

Richard Burton, Elizabeth Taylor al ballo di Besitegui a Venezia, nel 1951
Richard Burton, Elizabeth Taylor al ballo di Besitegui a Venezia, nel 1951
Coco Chanel, the last one on the right
Coco Chanel, the last one on the right

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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