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Nicola Lagioia: con me il Salone del Libro di Torino è sempre stato indipendente

Dopo sette anni quella del 2023 sarà l’ultimo Salone sotto la direzione di Lagioia «la promozione della lettura è una battaglia di civiltà, va valorizzata». Il ruolo delle big tech e il progetto Lucy

Lampoon intervista Nicola Lagioia: essere editori indipendenti è una sfida e un resposabilità 

In questa intervista la parola ‘indipendente’ ritornerà spesso: riguardo all’editoria, al Salone del Libro di Torino e a Lucy. Ma cosa vuol dire oggi, in Italia, fare editoria indipendente? Ne parliamo con Nicola Lagioia: «Non tutto ciò che è indipendente è necessariamente bello e perfetto. Spesso chi è indipendente si crede ‘puro’, ma la parola ‘purezza’ è orribile da utilizzare riferendosi a chi fa cultura. Essere indipendenti non vuol dire essere migliori degli altri, ma vuol dire avere un po’ meno vincoli degli altri: proprio per questo, sei spinto a dover fare meglio. Essere indipendente non significa non possedere una cultura d’impresa, è più complicato di quel che sembra. Significa, ad esempio non sottopagare i collaboratori. Io stesso nel corso della mia carriera ho lavorato per alcune realtà indipendenti in nero o sottopagato, e questo non va bene. Essere indipendenti, quindi, è una sfida e allo stesso tempo una responsabilitàc.

Nicola Lagioia e i sette anni alla direzione del Salone Internazionale del Libro di Torino; la rinuncia di Paolo Giordano e il rapporto tra politica italiana e il Salone

Dopo sette anni, quella del 2023 sarà l’ultima edizione  del Salone Internazionale del Libro di Torino sotto la direzione di Nicola Lagioia. Dal prossimo anno il testimone passerà alla giornalista e scrittrice Annalena Benini. A metà febbraio tra i possibili successori di Lagioia era emerso un nome, attorno al quale si era però scatenata una grande polemica, che ha portato alla sua rinuncia dalla corsa: Paolo Giordano. Lo scrittore ha dichiarato alla stampa di non sentirsi «pienamente libero» in questa scelta e per questo ha dichiarato: «ho preso la decisione di tirarmi fuori». Secondo l’autore di Tasmania non si sarebbe trattato tanto di pressioni politiche, ma di convenienze e posizionamenti: «Sono state fatte richieste specifiche per dei nomi da includere nel comitato editoriale», ha detto. «Nella mia idea, il Salone del libro deve essere indipendente». 

Nicola Lagioia: con me il Salone Internazionale del Libro di Torino è sempre stato indipendente; dirigendo un’istituzione culturale di questo tipo le pressioni ci saranno sempre 

«Con istituzioni di questo tipo le pressioni ci sono e ci saranno sempre– afferma il direttore –, ma mi sono sempre potuto muovere in autonomia. Succede un po’ come nel calcio: l’allenatore compone la sua squadra, se fa bene il suo lavoro, viene confermato, sennò viene mandato via, com’è giusto che sia. In più – aggiunge – ho avuto la fortuna di fare un’edizione migliore dell’altra, come presenze e incassi, per questo la mia direzione non è mai stata messa in discussione. Ritengo però che la scelta o la conferma di un direttore o direttrice non dovrebbe mai basarsi soltanto sui numeri che riesce a fare un’edizione. In un contesto simile, c’è un valore culturale che deve andare oltre a quello puramente numerico e di fatturato. In più, il Salone da qualche anno a questa parte è privato. Riceve comunque dei finanziamenti pubblici, ma il marchio è privato». 

Nicola Lagioia e l’indipendenza del Salone Internazionale del Libro: i miei unici referenti sono lettrici e lettori

Prima della liquidazione della Fondazione per il Libro nel 2018, il Salone era gestito dal Comune e dalla regione Piemonte. Dopo il fallimento, il marchio commerciale del Salone Internazionale del Libro è stato acquistato da un soggetto privato, l’Associazione Torino Città del Libro, che ne è attualmente titolare in via esclusiva. «Per questo motivo – sottolinea Lagioia – se proprio ci fossero state ingerenze, più che dalla politica sarebbero arrivate dai privati che rischiano di tasca propria. Io sento di non dover rispondere né alla politica, né ai privati, con i quali ho un rapporto eccellente. I miei unici referenti sono le lettrici e i lettori che visitano il Salone ogni anno, gli editori, le autrici e gli autori. I politici sanno bene qual è la mia posizione, quindi non ci hanno neanche provato a influenzarmi, perché sanno che con me non funziona». Adesso, questa lunga avventura sta per volgere al termine per lo scrittore barese. «Sono stati sette anni molto impegnativi, durante i quali sono successe molte cose: quando ho preso il Salone, all’inizio, c’era in corso una diatriba tra Milano e Torino e ho dovuto lavorare duramente per ricomporre questa frattura, poi c’è stato il fallimento della Fondazione, dopo la pandemia. È stato un lavoro faticoso, è una parentesi della mia vita che è arrivato il momento di chiudere».

Nicola Lagioia, tra piccola e grande editoria: il primo lavoro con la casa editrice Castelvecchi, poi Minimum Fax e la collana Nichel e il lancio di Paolo Cognetti, Veronica Raimo e Riccardo Falcinelli

Nicola Lagioia è oggi uno scrittore ed editore ormai affermato, ma il suo percorso è stato lungo e tortuoso e, come in tanti altri casi, è partito dal basso, da una città del sud Italia. «Il mio primo lavoro è stato presso la casa editrice Castelvecchi, poi sono passato a Minimum Fax, dove sono rimasto per quindici anni» racconta lo scrittore. «Lì curavo Nichel, la collana di narrativa italiana. Sono orgoglioso di aver curato quel progetto, perché da lì sono usciti alcuni dei nomi più affermati della letteratura italiana contemporanea: Paolo Cognetti, Veronica Raimo e Riccardo Falcinelli, tra gli altri. Quella è stata la mia palestra di vita». 

Lo stato dell’arte dell’editoria indipendente in Italia tra aumento dei costi, inflazione, scarsa liquidità uno scenario economico incerto

Oggi lo stato di salute dell’editoria indipendente in Italia non è dei migliori. L’aumento dei costi, l’inflazione e lo scenario economico incerto si riflettono sulla carenza di liquidità di queste attività e sulla necessità di far fronte al fabbisogno finanziario (il 77% delle librerie accedono al credito).  Nel 2022, però, il 54% delle librerie ha segnalato una crescita di clienti e il 55% un aumento dei libri venduti, anche in valore, rispetto all’anno precedente. Le librerie sembrano reggere nel complesso, salvo alcuni comparti specialistici, come quello scolastico e universitario, che garantiscono margini di guadagno molto bassi o inesistenti e che sono sopraffatti dalla concorrenza dei megastore online (per l’81,4%), Amazon in primis. 

Lagioia: l’editoria indipendente italiana è cosmopolita, anche più di quella anglosassone; gli esempi di Infinity Jest di David Faster Wallace, Roberto Bolaño e Cărtăresc

Nicola Lagioia: i dati premiano le librerie indipendendenti più delle grandi catene; l’Italia e l’eredità di Aldo Manuzio

«In realtà – afferma Lagioia – i dati dimostrano che durante la pandemia a cavarsela meglio sono state le librerie indipendenti rispetto a quelle di catena. Non dimentichiamo che l’Italia è il Paese di Aldo Manuzio, quindi l’editoria ce l’abbiamo un po’ nel sangue. Quella italiana è una situazione abbastanza piatta, in cui non ci sono mai né troppi alti né troppi bassi. Anche il livello di lettura rimane sempre basso. Il punto della questione non è tanto che non ci sono mai dei crolli, ma che non avvengono mai delle impennate». 

Editoria e e-commerce: Amazon è un’opportunità o un nemico delle librerie? Lagioia: la questione è il monopolio che le big tech costituiscono, non dovrebbero esistere

A causa della concorrenza dei negozi online, tra il 2020 e il 2022, oltre il 60% delle librerie indipendenti in Italia ha perso una quota di fatturato compresa tra il 20 e il 50%, mentre una su dieci ha perso addirittura più del 50% del fatturato. Da anni il tema divide esperti e addetti al settore: l’e-commerce è un’opportunità o la spada di Damocle che pende sulle librerie?  «È difficile parlare di Amazon limitandosi solo ai libri» spiega Lagioia. «Il problema delle big tech come Amazon è che costituiscono dei grandi monopoli. Per me non dovrebbero proprio esistere: servirebbero regole chiare che disciplinino la concorrenza. Anche il trattamento fiscale riservato a queste piattaforme è alquanto discutibile (hanno una tassazione troppo bassa o ridicola) e poi tendono a distruggere il mercato, anziché creare della vera concorrenza. Detto questo, però, la diffusione dell’e-commerce è inevitabile. Se non si chiamerà Amazon, si chiamerà con un altro nome. Anche se ci fosse maggiore concorrenza, questo sistema è destinato a mettere a repentaglio la sopravvivenza delle librerie, soprattutto per una questione di forniture: in libreria non si potrà mai trovare la varietà di scelta che c’è su Amazon». 

Lagioia: per salvarsi le librerie devono essere in grado di creare delle comunità attorno a sé; la necessità di una maggiore valorizzazione istituzionale 

Delle soluzioni esistono: «Le librerie si possono salvare se riescono in primis a creare attorno a sé una comunità, fare eventi, offrire esperienze. Dopo tutto, Amazon stessa ha provato ad aprire delle librerie negli Stati Uniti, ma l’esperimento è andato male ed è stata costretta a chiuderle. In libreria non ci si va più per acquistare un libro che non troveresti online, ma per rivivere un ambiente in stile club letterario dove ritrovarsi con altri appassionati. Le librerie che sopravviveranno alla rivoluzione digitale saranno quindi quelle in grado di costruire attorno a sé una vera comunità di lettori». Alla lungimiranza e alle doti imprenditoriali degli editori bisogna affiancare misure di protezione delle librerie. «Il libro non è una merce come le altre: ha dei margini inferiori di guadagno rispetto ad altri prodotti commerciali, come un paio di scarpe o un articolo di vestiario. La domanda che dovremmo porci è la seguente: ‘Possiamo immaginarci un centro storico senza una libreria, un teatro, un museo? Il luoghi culturali devono essere regolati solo dal mercato? Se fosse così, allora dovrebbero sparire i musei e tutti i luoghi di cultura dalle nostre città. Sia chiaro, sono contrario alle misure assistenzialistiche, ma c’è bisogno di una maggiore valorizzazione istituzionale delle librerie. La promozione della lettura è una battaglia di civiltà».

Nicola Lagioia e la questione istituzionale: in Italia mancano investimenti strutturali nell’editoria; serve una legge quadro che metta insieme editori, librai, biblioteche e scuole

«I lettori potrebbero essere di più – continua l’autore –, ma il problema è istituzionale: manca una legge quadro nel nostro Paese che metta insieme i vari attori del settore: gli editori, i librai, le biblioteche e le scuole. Anche l’investimento che il nostro Stato fa nella cultura rispetto al PIL non è abbastanza, meno di quanto investono Francia e Germania. Mancano degli investimenti strutturali nel settore. Misure come 18App e Libro bene essenziale sono due esempi di iniziative statali che hanno fatto bene alla nostra editoria. Bisogna proseguire su questa linea».

Centri di produzione culturale, grandi città e provincia; Lagioia: Milano e Roma sono i centri di produzione, ma l’immaginario creativo nasce nella provincia

Milano, Roma e Torino rappresentano i più grandi centri di produzione culturale in Italia. In generale, nel Paese esiste una forte dicotomia tra le grandi città e la provincia e tra il Nord industrializzato e le province più arretrate del Sud Italia. Una spaccatura che si riflette anche sulle opportunità di lavoro e di carriera per scrittori ed editori.

Spiega Nicola Lagioia: «È necessario distinguere i posti dove si fa cultura dal punto di vista produttivo e aziendale, che solitamente sono i grandi centri come Milano e Roma, e le città del centro-nord, da quelli dove si produce l’immaginario, ossia dove nasce la creatività, che si trovano spesso nel centro-sud e nella provincia. Senza Roma, la Campania e la Sicilia – continua lo scrittore – non avremmo il settanta percento del cinema italiano del Novecento. La stessa cosa vale per la letteratura. Per non parlare di tutti quegli scrittori e artisti che sono arrivati nelle grandi città (Roma e Milano), portandosi la provincia nel cuore. Penso a Bianciardi, Fellini, Pasolini, Vittorini, tanto per fare degli esempi. Lo scrittore lo si può fare ovunque – spiega Lagioia -, anche in un piccolo centro. Il problema è che tutte le attività di promozione e le pubbliche relazioni avvengono in gran parte nelle grandi città. A parte Sellerio a Palermo, Laterza a Bari e Roma, è difficile lavorare in case editrici, cinematografiche, discografiche al di fuori dei grandi centri. Anche io, dopo tutto, ho dovuto lasciare Bari per proseguire la mia carriera».

Lucy: il progetto multimediale di Nicola Lagioia tra social e approfondimento

Lucy è una rivista multimediale che si occupa di cultura, arti e attualità nata a febbraio. Il nome deriva dall’esemplare di australopiteco, considerato l’antenato dell’umanità e scoperto in Etiopia nel 1974, chiamato proprio Lucy, in onore della canzone Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, che i paleoantropologi ascoltavano nei giorni precedenti alla scoperta. Come in un mensile, su Lucy viene esplorato ogni mese un tema diverso attraverso articoli, illustrazioni, video-lezioni e podcast. Fin dalla sua nascita, il progetto è sbarcato sui canali social, dove è molto attivo con diversi format innovativi. «Per Lucy i social hanno due funzioni: la prima è fornire un assaggio agli utenti dei contenuti nativi presenti sul nostro sito; la seconda è la veicolazione di contenuti pensati solo per i social, come i nostri ‘lenzuolini’: i racconti degli scrittori esordienti suddivisi in 8-10 slide su Instagram. Personalmente, invece, uso i social come feroce bussola per orientarmi sui temi e sugli argomenti che desidero approfondire. Dal punto di vista culturale, chiaramente non possono essere esaustivi, vanno troppo veloci. Ci sono però contenuti nati e pensati per i social, come i meme, che possono veicolare bene alcuni concetti, anche culturali». 

L’estetica di Lucy e il possibile futuro di un’edizione cartacea

A prima vista, l’estetica di Lucy sembrerebbe ispirarsi al mondo della psichedelia con colori acidi ed elementi dinamici. «Il progetto nasce con l’intento di parlare di cultura e di arte, attraverso un’estetica colorata, brillante, non troppo accademica– spiega il direttore editoriale – Ci siamo affidati a un’agenzia creativa, Undesign, che ci ha aiutato a dare un’identità precisa al nostro brand. Lucy – aggiunge – ha avuto una gestazione abbastanza lunga, durata circa due anni. Ci vedevamo con gli altri nel weekend a casa di qualcuno, ragionando su quello che ci sarebbe piaciuto realizzare. Non è stato facile trovare uno spirito comune tra persone molto diverse sia per età che per interessi». Sul sito del magazine si legge: retribuiamo ogni forma di collaborazione e riteniamo che la cultura debba restare indipendente. Per questo, dopo un periodo iniziale in cui Lucy sarà accessibile in forma gratuita, proporremo un abbonamento alla rivista e alle nostre iniziative a un prezzo ragionevole. Il progetto potrebbe quindi aprirsi anche a un’eventuale versione cartacea. «Non c’è ancora nulla di sicuro, ma a me piacerebbe molto e non è scontato che prima o poi accada. Non deve per forza avere una periodicità di uscita, ma sarebbe bello se uscisse in formato cartaceo almeno una o due volte all’anno». 

Nicola Lagioia

Scrittore e conduttore radiofonico, classe 1973, Nicola Lagioia è direttore del Salone del libro di Torino dal 2016, conduttore di Pagina 3, programma radiofonico di approfondimento culturale e di spettacolo di RaiRadio3 e, dal 1º febbraio 2023, direttore editoriale del magazine Lucy – sulla cultura. Tra le sue ultime pubblicazioni: La ferocia (2014, Premio Mondello 2015 e Premio Strega 2015), Esquilino. Tre ricognizioni (2017) e La città dei vivi (2020, Premio Bottari Lattes Grinzane 2021).

Alessandro Mancini

SALTO, Salone del libro di Torino
SALTO, Salone del libro di Torino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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