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Structuring Robots Into Heaven – James Blake
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James Blake contro lo streaming, dalle parole ai fatti: Vault 

Dopo essersi scagliato contro Spotify, TikTok e l’AI, il musicista inglese James Blake ha lanciato Vault, un servizio di subscription per ascoltare musica inedita. Siamo sicuri possa risolvere il problema?

Il musicista inglese James Blake contro il sistema di streaming: ha lanciato la piattaforma Vault.fm – come funziona

James Blake non è il primo artista che si lamenta delle condizioni svantaggiose che l’era dello streaming ha causato agli artisti. Il cantante e produttore inglese, finora è stato uno dei pochi a essere passati dalle parole ai fatti. In pochissimo tempo, oltretutto: alcuni suoi tweet sono diventati virali e, dopo nemmeno dieci giorni, ha annunciato il lancio di Vault.fm, una piattaforma streaming dove il pubblico può sostenere direttamente, senza intermediari, il proprio artista del cuore. In cambio, riceve musica inedita da ascoltare quando vuole. 

Perché James Blake ha inveito contro il sistema di streaming: cosa non funziona nella musica di Tik Tok

Facciamo qualche passo indietro. Tutto è iniziato nei primi di marzo con l’ennesimo sfogo dell’artista britannico su X (conosciuto precedentemente come Twitter). Qualcuno lo ha taggato in un post che citava una sua precedente dichiarazione sul fatto che né lui né Frank Ocean “abbiano fatto neanche un centesimo” dal successo di Godspeed. In effetti, il pezzo in questione, prodotto da Blake e tratto dal disco del 2016 di Ocean, Blonde, nel 2023 è diventato uno dei colossi virali onnipresenti su TikTok. 

Non è quasi mai apparso il nome della traccia sotto i milioni di video di cui faceva da colonna sonora, per il semplice fatto che il suono risultava come “originale”, come se l’autore del video fosse anche l’autore del suono. Oltretutto, il tema iniziale riguardava anche le diverse versioni, tra cui quelle accelerate, rallentate o “a cappella”, che ormai bisogna pubblicare per cercare di rincorrere disperatamente i trend del gigante cinese dei social media. 

James Blake ha suonato l’ultima volta in Italia a gennaio, in veste di DJ a una serata organizzata da C2C Festival al Teatro Principe di Milano

Vale la pena notare che questo è soltanto un esempio che ho usato in un post sull’effetto più ampio di TikTok sulla musica ha commentato l’artista, che ha suonato l’ultima volta in Italia a gennaio, in veste di DJ a una serata organizzata da C2C Festival al Teatro Principe di Milano. Evidenziare solo questo episodio lo fa sembrare egoistico, ma in realtà parlo di qualcosa che sta intaccando gli artisti di tutto il mondo

Da qui in poi i toni si sono giustamente accesi, forse liberando un po’ di frustrazione accumulata da tempo. L’industria è più che sputtanata e i musicisti se la sono presa in culo più di chiunque. Sono molto fortunato a esserci entrato prima che lo streaming prendesse il sopravvento, prima che tutti questi contratti nebulosi venissero stipulati alle nostre spalle. Continuo a vedere cose tipo: ‘Se sei abbastanza fortunato da diventare virale, sfrutta la visibilità per generare guadagno in qualche altro modo’ ha continuato post dopo post. I musicisti dovrebbero guadagnare grazie alla loro musica. Volete buona musica o ciò per cui avete pagato?

Vita digitale vs vita reale – James Blake dai tweet a Vault

Se vogliamo musica di qualità, qualcuno dovrà pur pagare. I servizi di streaming non pagano abbastanza, le etichette vogliono una fetta più grande che mai. Se invece aspetti di diventare virale, TikTok non paga abbastanza e ormai andare in tour è diventato proibitivo per la maggior parte degli artisti. Non poteva mancare anche la stilettata alla questione sull’intelligenza artificiale, che Blake ha commentato così: Visto che è più facile produrre musica facile e artificiale da pubblicare in streaming ogni settimana per monetizzare sui punti di forza dell’algoritmo, prepariamoci ad assistere al modello di musica generata dall’AI che non paga proprio i musicisti”. Dopodiché, lo sfogo digitale si è concluso con un tweet che è forse stato il più tagliente, riassuntivo, e quindi ricondiviso di tutta la faccenda: Il lavaggio del cervello ha funzionato e ora la gente pensa che la musica sia gratis. 

Da Ye (Kanye West), Tyler, The Creator, JME, Bood Orange: artisti contro i giganti dello streaming e dei social media

Da qui in poi si è innescato un effetto domino di ricondivisioni che ha coinvolto anche artisti molto famosi, con cui Blake ha avuto modo di collaborare o comunque avere a che fare. Da Ye (Kanye West) a Tyler, The Creator, da JME a Bood Orange, si sono aggiunte diverse voci al coro, tutte rivolte contro i giganti dello streaming e dei social media. Dopo il famoso picchetto che ha infiammato i sindacati degli screenwriter di Hollywood negli ultimi mesi del 2023, ora anche i musicisti si sono ribellati-OK, forse in maniera un po’ meno organizzata e coesa-contro AI e streaming.

Non ci è dato sapere se gli sviluppatori di Vault abbiano contattato James Blake dopo il suo sfogo (come pare sia effettivamente successo) oppure se il tutto sia stato pianificato con un pochino di metodo in più. Fatto sta che, una settimana abbondante dopo i tweet, il nostro è tornato su Internet per annunciare la sua partecipazione all’iniziativa Vault. “Una settimana fa sono diventato virale con un post sugli effetti dello streaming e di TikTok sulla capacità di sostentamento degli artisti” ha esordito il produttore. Proseguendo, ha definito la sua affiliazione a Vault un “esperimento” in cui sostanzialmente chiederà ai propri fan una quota d’iscrizione di cinque dollari al mese per godersi le sue tracce inedite, che per il momento sono tre.

Quanto guadagnano gli artisti per singolo stream sulle diverse piattaforme – Tik Tok, Spotify? Ecco le stime di Blake

È musica direttamente da me a voi, dove nessuno può limitare o posticipare quello che pubblico ha continuato nel video di presentazione. In più c’è una sezione chat dove chiunque può parlare di musica. La parte interessante arriva quando si parla di numeri o, meglio, di cifre. Secondo le stime di Blake, gli artisti guadagnano tra i 3 e i 5 millesimi di dollaro per singolo stream, “a seconda della piattaforma”. “Per cui un milione di stream paga 3mila dollari più o meno. Ora, se hai un contratto con un’etichetta, togli almeno il 50% di quella cifra. Se ci aggiungiamo le quote del management di un artista, che sono tra il 15 e il 20%, le tasse e le spese di registrazione, allora per un artista non è sostenibile concentrarsi sulla propria arte.

Soltanto il 19% degli artisti su Spotify ha più di mille ascoltatori mensili, aggiunge JB, e su TikTok non ci sono più i brani del catalogo Universal perché la major in questione li ha rimossi, sempre per lo stesso motivo di cui sopra. 

C’è da dire in tutto ciò che la questione Spotify è un po’ più complessa. È vero che la piattaforma viene inondata quotidianamente da brani spazzatura che sfruttano le cosiddette “streaming farms” per gonfiare gli ascolti. Già a novembre il colosso svedese dello streaming aveva sbandierato una serie di controincantesimi per limitare il mare di micro-artisti che popola il suo database. Da quest’anno, è stata fissata una soglia di mille riproduzioni a canzone per generare guadagno. Tutte le canzoni al di sotto non riceveranno compenso. Così facendo, si taglieranno le gambe a chi carica in massa tracce di “noise” o “nature sounds”, ma anche a chi in tutta onestà è un’artista piccolo e indipendente. La premessa iniziale con cui era nato Spotify, per cui tutte le tracce saranno uguali e trattate allo stesso modo, si è andata a far benedire.

Il problema di Spotify è molto più concreto

Guardando meglio i dati e i numeri, viene fuori che il problema di Spotify è molto più concreto. Nonostante i 28 milioni di utenti e i 10 milioni di abbonati paganti in più rispetto al 2022, l’azienda a inizio dicembre 2023 ha licenziato 1500 dipendenti, circa il 17% del suo personale. Questa mossa, insieme ad altre di contenimento, è mirata a recuperare il quasi miliardo e mezzo di dollari di debito che Spotify ha nei confronti dei suoi investitori. Sta cercando di ridurre il debito, altrimenti sarà difficile farsi rifinanziare. 

Chiaramente c’è già chi si è scagliato contro il piccolo James e il suo Vault. In un articolo sul Guardian, Tom Vek ha stroncato sul nascere l’iniziativa del suo collega e concittadino londinese. Alcune delle sue ragioni sono fondate, come quella dell’insostenibilità dei fan di pagare 5 dollari al mese per ogni artista che amano e di cui vogliono sentire musica inedita. Altre sembrano già meno solide, come il fatto che, una volta iscritti, ci sarebbe una trappola di sensi di colpa verso i tuoi artisti del cuore per cui non ti riesci più a disiscrivere. Della serie, che faccio, finisco i soldi in banca e muoio di fame perché non voglio deludere James Blake? Per cortesia.

Quanto all’intelligenza artificiale applicata alla musica, è vero che qualcuno ci sta già lucrando

Gerry Scotti (lol), dopo essere diventato uno dei meme più condivisi dell’anno scorso, a Natale ha preso la palla al balzo pubblicando per Warner Gerry Christmas, un disco dove canta i classici natalizi con il solo aiuto dell’AI. Minimo sforzo, massimo profitto. Ci sono già anche i corrispettivi musicali di Chat GPT, come Suno.ai, ma fossi in Blake non starei a preoccuparmi troppo. Finché Suno non mi restituirà una canzone credibile alla richiesta abbastanza complessa di “Un pezzo di Delta blues in dialetto napoletano”, allora anche la vera musica di qualità può dirsi al sicuro.

Comunque, nella mia filter bubble di addetti ai lavori del mondo della musica c’è addirittura chi si scaglia contro Blake accusandolo di aver inventato il Patreon della musica o di non godersi abbastanza i soldi che ha fatto producendo Kanye e Travis Scott. E così, come in ogni ambito contemporaneo che riguardi i soldi, anche nella musica  stiamo qui, con la calcolatrice in mano, a farci la guerra dei (sempre più) poveri. Nel frattempo, mentre ci puntavamo rispettivamente l’indice addosso per chi dovesse rimetterci tra artisti e ascoltatori, il CEO e cofondatore di Spotify, Daniel Ek, passava dai 3,5 milardi di dollari di patrimonio nel 2023 ai 4,2 nel 2024. Il tutto, lamentandosi pure che la sua azienda “è stata una pessima idea” e che gli ha causato la perdita di tutti i capelli “per colpa dello stress”. 

Claudio Biazzetti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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