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Particolare di una foto di Robert Capa
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Desiderio erotico e disparità di genere: la modernità de La Storia di Elsa Morante

Cinquant’anni dalla pubblicazione de La Storia di Elsa Morante, che suscitò polemiche ideologiche ed economiche uscendo in versione tascabile e sfidando il concetto di letteratura popolare

Elsa Morante e il desiderio: questioni di genere in La Storia – a cinquant’anni dalla pubblicazione

Romanzo corale e rapsodico, La Storia di Elsa Morante – pubblicato nel 1974 – rientrava in una strategia editoriale che rispecchiava una politica culturale avviata nel secondo dopoguerra, nell’orizzonte di una democratizzazione e popolarizzazione della lettura. Da Bur di Rizzoli alla Piccola Biblioteca Einaudi, fino agli Oscar Mondadori, anche al livello del best seller mediano si consumava la frattura tra una cultura cosiddetta alta e una popolare. La proposta di Morante, che aveva mosso i suoi primi passi nella scrittura scrivendo racconti sui rotocalchi sotto pseudonimo (spesso maschile), fece piovere critiche da ogni lato: si vendeva “disperazione”, dicevano i grossi partiti, mancava il lirismo e l’immaginifico, dicevano gli intellettuali. Finanche, il biasimo di un’ideologia personale che connette Storia e Potere, “banalizzata e volgarizzata” dentro il romanzo popolare, quindi, si deduce sbrigativamente, populista.

Oggi, a cinquant’anni dalla pubblicazione, se ne può apprezzare ancora di più la modernità imperitura: oltre al conflitto che deflagra nelle vite di tutti, Morante celebrava la vita nella sua euforia che, spesso, passa per un desiderio vitalistico altrettanto distruttivo. Negli stralci de La Storia, una riflessione che travalica i confini di genere, e che racconta moltissimo non solo degli anni in cui il romanzo fu scritto, ma dei giorni nostri.

Mascolinità, solitudine e violenza ne La Storia di Elsa Morante

Cesare Garboli, nell’introduzione a La Storia, riconosce all’autrice una dimestichezza nell’assumere il punto di vista degli infanti, delle donne, degli animali persino, ma di non saper trattare gli adulti maturi, relegandoli sempre a uno stadio di immaturità.

C’è in questa descrizione del giovane soldato tedesco, però, una consapevolezza della banalità con cui l’impulso sessuale, anche quando si radica in un sentimento di disperante solitudine, può convertirsi in violenza. Perché il Soldato incontrerà Ida che, sprovvista – per le ragioni del tempo – di consapevolezza sui propri impulsi e privata dell’esercizio della libertà sessuale (faticosamente e parzialmente conquistata solo a partire dal decennio in cui Morante scrive), viene travolta da un abbraccio prepotente. 

La Storia di Elsa Morante: il desiderio maschile non è solo appassionato ma maldestro

Il confine è sottilissimo, impalpabile, e sta tutto nel consenso. Non si condanni quindi la ricerca del sesso da parte del Soldato giovane che esige capriccio ed esuberanza, direbbe Bataille: piuttosto l’inconsapevolezza – da cui derivano enormi responsabilità – con cui da questo erotismo ha origine un rapace atto di dominazione, tanto che colei però, al vedersi affrontata da lui, lo fissò con occhio assolutamente disumano, come davanti all’apparizione propria e riconoscibile dell’orrore.

Anche in seguito, nella figura di Davide, nei suoi moti turbolenti con Santina, il desiderio maschile non è solo appassionato ma maldestro: necessita di bere, il giovane uomo, per poter stare con Santina, e nel letto la massacra, però è bravo, giacché poi le riversa ogni volta fino agli ultimi soldi delle sue tasche

Al nucleo della mascolinità tossica, c’è nei personaggi maschili un fondale di insopportabile dolore, un senso di inadeguatezza nel misurare il proprio corpo rispetto all’altro, l’incapacità di gestire emotivamente la fragilità e la ricerca perversa di una via di salvezza nell’erotizzazione ossessiva del corpo femminile: in particolare, di quello di una donna che deve usarlo per emanciparsi e provvedere da sola al proprio sostentamento. 

Elsa Morante
Elsa Morante

Isteria, corporeità e desiderio ne La Storia di Elsa Morante

Travolta dall’abbraccio prepotente è Ida Ramundo, che in seguito allo stupro darà alla luce Useppe. Morante è maestra dei ritratti del femminile: Menzogna e Sortilegio, ad esempio, è il romanzo familiare per eccellenza in cui una storia di seduzione, a tratti venata di sadismo, attraversa la linea materna. Diversi tratti di Ida potrebbero risuonare oggi in giovani donne alle prese con il giudizio sul proprio corpo e con il controllo della propria emotività, in una società che tende ad anestetizzare, intimorita, qualsiasi manifestazione di eccesso, narrata o incarnata. 

(Ida) non aveva mai avuto confidenza col proprio corpo al punto che non lo guardava nemmeno quando si lavava. Il suo corpo era cresciuto in lei come un estraneo; e neppure nella sua prima giovinezza non era mai stato bello, grosso alle caviglie, con le spalle esili e il petto precocemente sfiorito. [..] Con quella sua eccessiva gravezza dei fianchi, e patito nel resto delle membra, esso le era diventato solo un peso di fatica.

Anche in questo caso, Ida non ha ricevuto nessuna educazione rispetto alla maturazione sessuale, che è invece costretta a censurare anche in una relazione convenzionale come il matrimonio. Il pudore e l’introversione non sono solo tratti del carattere, ma sovrastrutture sociali e imposte: queste inquietudini inespresse, rodendole i nervi, le si sfogavano fra le mura di casa, in forme inconsulte e vessatorie. Con le categorie proprie di un freudismo novecentesco, Morante la definisce senza mezze misure “isterica”. 

Probabilmente, dopo la «violenza fulminea simile a uno stupro» che subisce, Ida è affetta da disturbo post-traumatico da stress, diremmo oggi con maggiore coscienza clinica

Precedentemente al trauma, come in tutta la letteratura novecentesca la donna introietta il dominio maschile e si fa oggetto, mai soggetto, di desiderio: sembra un destino connaturato alla condizione socio-strutturale, la sottomissione a un Dio – uomo appunto – esigente e spietato, verso cui la donna prova una soggezione spaurita che connota la sua relazione con sé stessa e con il mondo intero. La bambina, la ragazza, la donna vive un mondo che ha ricusato la congiuntura tra mente e corpo, che ha scisso la percezione sensoriale dalla conoscenza. Fin dall’infanzia, Ida coltiva:

[..] l’idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, sanno il passato e il futuro di ogni destino. Chiamerei quel senso – che in loro è comune, e confuso negli altri sensi corporei – il senso del sacro: intendendosi, da loro, per sacro, il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati.

Guidata da precognizioni viscerali, eppur capace di esercitare il raziocinio, Ida vive il mondo nel suo senso più puramente fenomenologico: le vengono però sottratti degli strumenti (creativi, espressivi, dialogici, fisici) per esprimere tutto quanto la sovrasta e la attraversa. È il male innominato di Dora, quello oscuro di Berto, la nevrosi che si situa tra attrazione e repulsione. E mentre nell’uomo si traduce quasi immediatamente in furibonda prevaricazione, l’isterica viene invece sedata; si teme la femminilità inconciliata e stravolta dell’Ida di turno, che camminando e lavorando incessantemente (la dromìa) sublima la libidine compressa. La donna che, nel fervore mistico e nel narcisismo della madre, smette di desiderare per sé e vive per, negli e degli altri. 

Ludovica Taurisano

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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