Cerca
Close this search box.
  • EDITORIAL TEAM
    STOCKLIST
    NEWSLETTER

    FAQ
    Q&A
    LAVORA CON NOI

    CONTATTI
    INFORMAZIONI LEGALI – PRIVACY POLICY 

    lampoon magazine dot com

Bianca Felicori negli spazi di Dopo, Milano Corvetto - Lampoon
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Non c’è più distinzione tra il tempo del lavoro e il tempo del piacere – che fare Dopo?

Nella periferia sud-est di Milano è nato uno spazio per ripensare il rapporto tra vita e lavoro. «Se si vuole portare avanti un cambiamento culturale bisogna ripartire dalla vita di quartiere», interviene Bianca Felicori

Bianca Felicori è promotrice, assieme a un gruppo di designer e architetti attivi da alcuni anni sul territorio meneghino, di Dopo space, meglio conosciuto come Dopo?

Dopo? è un progetto di innovazione sociale che ha preso forma concreta in un’ex officina abbandonata di Corvetto, situata vicino alla stazione metropolitana di Porto di Mare, grazie al bando del Comune di Milano La Scuola dei Quartieri, destinato alla riqualificazione delle periferie. Si caratterizza come un luogo ibrido: co-working per freelance che vogliono dare vita a progetti creativi condivisi, ma anche spazio per immaginare il lavoro in senso collettivo. 

Lampoon, Bianca Felicori – idee e progetti per la rigenerazione urbana e sociale di Corvetto

Il nome dello spazio rimanda alle Associazioni del Dopolavoro, le organizzazioni per le attività ricreative del mondo operaio nel Novecento. La scelta di usare Dopo?, l’abbreviazione con il punto interrogativo, nasconde una riflessione sulle nuove forme del lavoro contemporaneo. «Volevamo giocare con il nome, in modo da creare delle ambiguità» spiega Felicori. «Dopo? allude a una distinzione che non esiste più, quella tra il tempo del lavoro e quello del piacere. Di conseguenza non può nemmeno esistere un’architettura pensata per il benessere dell’uomo negli orari fuori dall’impiego, come invece teorizzava post boom economico Pierre Restany sulla rivista Domus»

Dopo? vuole lanciare un messaggio sulle condizioni precarie dei lavoratori e delle lavoratrici attivi nei campi del design e dell’architettura: «Per tanti freelance del nostro ambito che gravitano intorno a Milano, spesso vita privata e professione finiscono per coincidere. Non c’è una reale distanza tra chi sei e che lavoro fai. Questo è un principio già studiato negli anni Settanta, che noi traduciamo su una scala locale nella società attuale. Per esempio, organizziamo le iniziative che si tengono a Dopo? nel nostro tempo libero, ma in realtà in quei momenti lavoriamo. Oggi il tempo riservato alle attività lavorative non ha più orari definiti, è diventato liquido. Volevamo provare a recuperare un’esperienza orizzontale del lavoro, superando una prospettiva individualista».

L’innovazione urbana passa dagli spazi collettivi

Gli impegni per l’apertura di Dopo? sono durati un anno: «Durante questo periodo si è rafforzata l’idea di recuperare i luoghi fisici per creare una comunità. Abbiamo ristrutturato da soli un’ex officina dismessa dal 2019. Volevamo creare uno spazio di lavoro che avesse anche le caratteristiche di una casa. La sala dove si riparavano le macchine è diventata il nostro ufficio di co-working. Le altre stanze sono diventate studi che condividiamo con professionisti di altri settori, come artisti, scenografi, graphic designer. Nei cortili interni ci sono i giardini curati da Clinica Botanica. I ragazzi prendono le piante morenti da cantieri e case private, le portano nei nostri giardini per curarle, e infine le rivendono».

Il futuro di Corvetto 

La scelta di recuperare uno spazio in disuso a Corvetto non è casuale: «Questo quartiere è uno dei punti cardine del piano di espansione del Comune, che di recente ha spostato sei delle sue direzioni (tra le quali Urbanistica, Politiche sociali e Quartieri, ndr) proprio in Via Sile. È in programma la rigenerazione urbana di tutta l’area dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana e la nostra idea è che Dopo? diventi un polo di attrazione per questo territorio.  Allo stesso tempo vogliamo diventare un luogo familiare per chi abita da tempo a Corvetto».

L’importanza dei “posti sinceri”. Il Bar Lucio

Uno dei principi che guida Dopo? è quello di inserirsi all’interno del Corvetto rispettando la riconoscibilità degli spazi: «Vogliamo creare un rapporto di fiducia con gli attori del quartiere, che per noi sono diventati gli stakeholder numero uno. Prima di venire a Corvetto avevamo già mappato le associazioni presenti sul territorio, le scuole a cui fare riferimento, le istituzioni con cui collaborare». La costruzione della rete di relazioni è partita da Lucio, il proprietario del bar omonimo diventato popolare attraverso il progetto su Instagram @postisinceri.

«Lucio è un mito a Corvetto» conferma Felicori. «Ci ha introdotto al quartiere per poterne capire le potenzialità e le criticità da una prospettiva locale. Grazie a lui abbiamo conosciuto alcune persone con cui collaboriamo, come i ragazzi di Palestra Circense. Anche Andrea Venturini dell’Istituto di Fotografia, che ci è molto vicino, lo abbiamo conosciuto durante un pranzo da Lucio. Per noi la convivialità è un modo per creare comunità e senso di appartenenza. Per esempio, abbiamo intervistato per Zero Hyperlocal alcuni abitanti del quartiere e poi abbiamo organizzato una spaghettata con tutti loro al bar. Cerchiamo di coinvolgere le persone in quello che facciamo. Dall’organizzazione degli eventi al catering, vogliamo che tutti si sentano partecipi del processo di innovazione urbana in corso. In un certo senso possiamo dire che chi collabora ai nostri progetti è a chilometro zero».

Anche la ricerca di uno spazio fisico per Dopo? rispecchia la volontà di inserirsi all’interno della comunità del territorio: «Abbiamo scelto di non usare Internet per trovare quella che è poi diventata la nostra sede. Anche qui siamo partiti dal bar di Lucio: abbiamo stampato un cartello e lo abbiamo appeso lì. Grazie al passaparola siamo riusciti a trovare l’oasi industriale in cui ci siamo collocati. È stata una scelta analogica, volevamo che ci contattasse qualcuno che fosse di casa a Corvetto».

Portare il principio della centralità della vita nell’architettura contemporanea

Dopo? ha una doppia anima. Da una parte c’è la riflessione accademica sull’uso degli spazi nella contemporaneità, dall’altra c’è l’interesse per la vita interiore di chi lo frequenta.
«Credo che questi due principi siano presenti in tutto quello che faccio» riflette Felicori. «Mi muovo lungo un binario, tra la formalità della produzione scientifica e l’orizzontalità di un progetto come Dopo?, nato dal basso. Lo si vede in un altro dei miei lavori, Forgotten Architecture, nato dalla condivisione online di architetture moderne dimenticate e diventato ora un libro. Anche lì unisco al rigore della riflessione accademica l’interesse per le relazioni umane. Al centro delle mie ricerche per il dottorato sull’architettura in Europa e in America negli anni Sessanta e Settanta c’è l’attenzione per le emozioni. All’interno dell’architettura ci deve essere uno sguardo umano a discapito dei tecnicismi».

Ettore Sottsass Jr., che ha progettato tra le altre cose la residenza Casa Lana a Milano, è uno dei punti di riferimento di Felicori: «Ettore Sottsass si è occupato di spazi privati. Sottsass raccontava del disagio provato verso gli architetti della sua generazione: mentre loro disegnavano uffici e salotti con un’impostazione classica, Sottsass voleva portare avanti gli studi sulle camere da letto. Non voleva pensare a come rendere funzionale uno spazio, ma a come portare l’amore nei luoghi in cui un essere umano deve vivere. Sottsass è stato uno dei primi a parlare di sentimenti all’interno di una disciplina così severa come la mia». 

Dopo? nasce sulla scia di questo tipo di riflessioni: «Con Dopo? vogliamo recuperare la centralità della vita delle persone nell’architettura contemporanea. Pur mantenendo la professionalità che ci contraddistingue, vogliamo seguire un principio di informalità. Chi partecipa alle attività di Dopo? capisce che sta entrando a far parte di una comunità. Si riesce a percepire l’idea che stiamo costruendo un progetto collettivo, portando avanti un discorso lasciato da parte per anni nel nostro settore».

È un modo di fare ricerca e innovazione culturale che può avere ricadute positive anche sul singolo: «A livello personale, da quando ho capito di poter portare una riflessione sulle emozioni all’interno dell’architettura mi sento più libera. Ho cambiato l’approccio a quello che faccio e la gestione dei sentimenti. Non c’è più l’ansia di intraprendere progetti incentrati sulla vita di chi abita uno spazio, perché mi sento me stessa». 

BIO 

DOPO? è uno spazio per il lavoro culturale e la ricreazione condivisa nel quartiere Corvetto di Milano. È un progetto a cura di Bianca Felicori/Forgotten Architecture, Carlotta Franco, Salvatore Peluso, Fosbury Architecture, Parasite 2.0 e PLSTCT.

Bianca Felicori è dottoranda presso la UCL louvain in Belgio con un progetto di ricerca sulle sperimentazioni in architettura in Europa e negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta. Si è laureata al Politecnico di Milano con una tesi sulla confluenza tra pensiero architettonico e quello artistico tra il 1965 e il 1976, in relazione alle pubblicazioni del critico Germano Celant sulla rivista Casabella. Ha scritto per Domus e Ad. Di recente ha pubblicato il libro Forgotten Architecture (Nero Editions 2022). 

Linda Terrafino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X

Gabbriette per Lampoon, the Boiling issue

Una dark lady gotica – oggi l’appellativo è ‘Succubus Chic’: Gabbriette, dalle ricette nella cucina di Los Angeles al contratto con l’agenzia IMG Models – Lampoon The Boiling issue, gli scatti di Coni Tarallo