Scena del film The Walk di Robert Zemeckis, 2015
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Vita da architetto: sfruttamento, precariato e finte partite IVA

L’Italia è il paese con più architetti in attività d’Europa: il disagio delle loro condizioni di lavoro sono la rappresentazione del precariato endemico in Italia

Studi e società di architettura in Italia: pochi soci, zero dipendenti e tante finte partite IVA

«La finta partita IVA lavora a tempo pieno, ha un’e-mail aziendale, una sede fissa e un compenso su base mensile. Assomiglia a un dipendente ma non ha le sue garanzie: compensi minimi, contributi, ferie, malattia, straordinari sono termini che non esistono o che non hanno regole chiare in questo contesto. La stragrande maggioranza degli studi e delle società di progettazione, in Italia, conta pochissimi soci, zero dipendenti e un numero, più o meno alto, di finte partite IVA». Così Bruno – autore che vuole rimanere anonimo – inizia il suo Manuale di autodifesa per le finte partite IVA negli studi di architettura, descrivendo in 17 punti una condizione di precarietà che non riguarda solo gli architetti ma può essere estesa a molte altre categorie. 

Florencia Andreola, ricercatrice e Angela Gigliotti, autrice di The Labourification of Work

Lo stato di molti giovani architetti in Italia è paradigmatico rispetto a una situazione lavorativa sempre più selvaggia, iniqua e priva di tutele. Abbiamo discusso di questi temi con Florencia Andreola, ricercatrice indipendente che si occupa di temi sociali legati all’architettura e con Angela Gigliotti, architetta e autrice della ricerca The Labourification of Work: the contemporary modes of architectural production under the Danish Welfare State.

In Italia ci sono 150.000 architetti, uno per ogni 414 persone: il dato più alto d’Europa

All’ingresso della Biennale Architettura 2014 lo studio OMA raccontava con un grafico d’impatto un dato utile per inquadrare la condizione degli architetti in Italia: nel Belpaese ce ne sono circa 150.000, cioè uno per ogni 414 persone. Se si guarda al contesto europeo, l’Italia è il paese con il più alto numero di progettisti in attività, sia in termini assoluti sia in termini relativi. Secondo i dati raccolti dal Consiglio Europeo degli Architetti (ACE), quelli italiani rappresentavano nel 2020 più del 27% del totale comunitario. Questo dato implica che gli architetti italiani hanno bassissime porzioni di mercato potenziale, ossia la dimensione della domanda interna di servizi di progettazione.

Il rapporto del CNAPPC, il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori

Un dato rilevante rispetto alle condizioni lavorative degli architetti lo dà l’ultimo rapporto annuale del CNAPPC – Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, secondo cui «quasi il 50% dei laureati di secondo livello in architettura, ingegneria edile e paesaggio dopo cinque anni dalla laurea svolge la sua professione in forma autonoma, una percentuale decisamente superiore alla media generale, che si aggira intorno al 15%». Un’altra statistica di cui tenere conto dice che «passati cinque anni dal titolo accademico, il reddito mensile netto dei giovani architetti laureati nella, nella media del triennio 2018-2020, è stato di circa 1.420 euro, circa 400 euro in più rispetto al salario percepito a un anno dalla laurea».

Oltre i dati, la rabbia: la pagina social Riordine degli Architetti

Per descrivere la condizione di alienazione, sfruttamento e iper-competizione che affligge una parte significativa dei giovani architetti i dati non bastano. La pagina Instagram Riordine degli Architetti dà voce a questo disagio raccogliendo testimonianze di irregolarità sul fronte del lavoro negli studi di architettura. «Ci arrivano segnalazioni di ogni tipo, dalle discriminazioni sessiste alle molestie, dai mancati pagamenti di uno stipendio, alle richieste del datore di lavoro di un aiuto nel fine settimana per fare un trasloco», spiegano gli amministratori della pagina – che vogliono restare anonimi. Quella delle finte partite IVA è una condizione che favorisce abusi e pratiche scorrette da parte dei datori di lavoro. Caso che ha suscitato clamore, evidenziato in questi mesi, è quello di uno studio di architettura milanese – tra i primi 50 studi in Italia in termini di fatturato – che durante il lockdown ha chiesto ai propri collaboratori di decurtarsi lo stipendio di 600 euro, cioè la cifra che avrebbero potuto ricevere grazie ai sussidi statali disposti durante la crisi pandemica. Il cosiddetto ‘bonus 600 euro’, infatti, era stato offerto ai vari liberi professionisti ma in molti casi sono stati gli studi a beneficiare del sostegno economico.

Archleaks, il dietro le quinte dei più famosi studi di architettura

Oltre alle denunce di simili comportamenti di alcuni studi di architettura servono anche iniziative che diano strumenti di comprensione della realtà. Angela Gigliotti commenta così la questione: «Ricordo un caso simile a quello raccontato sulla pagina Il Riordine degli Architetti, circa dieci anni fa. Si chiamava Archleaks e voleva rivelare il dietro le quinte dei più famosi studi di architettura. Il meccanismo era simile ma gli strumenti diversi – quello era un blog, oggi si usa Instagram. Il problema a distanza di anni si ripete immutato, per questo oltre a continuare a fare shitstorm dovremmo parlare di solidarietà tra lavoratori».

Fair Work: l’Ordine degli Architetti di Milano fornisce strumenti legali e critici 

Secondo Florencia Andreola «la questione è che da una parte gli studi devono essere in grado di offrire condizioni più corrette per le collaborazioni e dall’altra le persone che lavorano devono capire quali sono i propri diritti, come muoversi all’interno del mercato, cosa chiedere e cosa pretendere». La ricercatrice parla della sua collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Milano, che ha recentemente istituito un gruppo di lavoro chiamato Fair Work. L’iniziativa ha l’obiettivo di dare risposte alle problematiche ricorrenti e più significative degli iscritti, con particolare riferimento alle collaborazioni di lavoro tra professionisti. Va ricordato che l’Ordine degli Architetti non è un sindacato, e quindi non sempre avrà la possibilità di offrire soluzioni concrete alla questione. È però rilevante il fatto che metta a disposizione una piattaforma di discussione ai suoi iscritti.

«Il progetto Fair Work prevede dei focus group con i diversi stakeholder: il primo ha coinvolto professionisti under 35 per discutere della loro condizione lavorativa, le prospettive, i desideri e le aspettative. Gli altri incontri saranno dedicati ai datori di lavoro, cioè a coloro che hanno aperto il proprio studio – spiega Andreola. «Poi sarà il turno di tecnici, avvocati e professionisti che possono offrire strumenti di comprensione della legislazione. Obiettivo finale sarà quello di fornire un vademecum con tanto di modelli di contratti per collaboratori, supporto legislativo, regole per la misurazione del proprio lavoro e un armamento teorico».

L’articolo 2, comma 2 del D.Lgs. 81/2015, detto Jobs act: l’inizio della pratica delle finte partite IVA

La conoscenza degli aspetti tecnici e legali non è secondaria, perché è la cornice all’interno di cui ci si può muovere. «In teoria, lo Stato punisce queste forme di occultamento del lavoro subordinato. I liberi professionisti non possono inviare più del 90% delle loro fatture allo stesso cliente – continua Andreola. «Ma una legge promulgata dal Governo Renzi dice che chi è iscritto all’Ordine degli Architetti può non sottostare a questa norma [cfr. art. 2, comma 2 del D.Lgs. 81/2015, detto Jobs act, ndr]. È così che si è dato il via libera alla legalizzazione delle finte partite IVA. Questo è senza dubbio uno dei nodi che deve essere messo in discussione».

L’esempio statunitense di The Architecture Lobby 

Per rivendicare questi diritti bisogna che ci sia anche un’attivazione dal basso della categoria, superando il paradigma dell’ego del libero professionista in competizione con gli altri. Quella del freelance è una condizione ormai diffusa, anche fuori dall’ambito dell’architettura, e il fatto che si parli raramente di questi temi è preoccupante.

Come spiega infatti Angela Gigliotti: «Dobbiamo imparare a riconoscerci e a discutere delle condizioni condivise, che sono a beneficio e tutela di entrambe le parti. Dovremmo partire da azioni di base come un power mapping dell’industria edilizia, e identificare quali possono essere le figure con cui si possono instaurare alleanze. Creare un network di architetti virtuosi non è la soluzione, non è tra architetti che il problema si risolve. Dobbiamo parlarne anche con chi definisce l’apparato normativo. Negli Stati Uniti, l’organizzazione di progettisti The Architecture Lobby lavora su questi punti da anni, cercando di far emergere le diverse questioni critiche legate alla condizione dell’architetto come lavoratore».

Verso un sindacato degli architetti? Art Workers Italia e l’Associazione Consulenti Del Terziario Avanzato

In Italia i casi recenti di associazioni di lavoratori, proto-sindacati e movimenti di solidarietà tra professionisti indipendenti non mancano. Nel 2020 è nata Art Workers Italia (AWI), la prima associazione, autonoma e apartitica, nata con l’obiettivo di dare voce a lavoratori e lavoratrici dell’arte contemporanea in Italia, non solo artisti ma tutte le figure coinvolte nel settore. AWI collabora con esperti del settore legale, fiscale e amministrativo, enti di ricerca e università, istituzioni del mondo dell’arte e della cultura per costruire strumenti di tipo etico, contrattuale e giuridico a tutela degli art workers. L’ Associazione Consulenti Del Terziario Avanzato (ACTA) nasce invece nel 2004 con l’intento di connettere trasversalmente tutto il lavoro indipendente, fare rete, costruire solidarietà. ACTA ambisce a trasformare i tanti, differenti, dispersi lavoratori in un unico soggetto sociale capace di far valere il suo peso economico, sociale, culturale.

Se si guarda ad AWI e ACTA in Italia, e The Architecture Lobby negli Stati Uniti possiamo notare molte similitudini in termini di tattiche, azioni, relazioni e comprensione del lavoro contemporaneo. Questi possono essere modelli di ispirazione per gli architetti. Il punto di partenza può però essere solo uno: iniziare a percepirsi e organizzarsi come una comunità.

Salvatore Peluso

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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