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Da Rembrandt Bugatti a Gaza: la guerra annienta anche gli animali e l’arte

Tutto il mondo ha paura della guerra, anche i gatti – a Gaza muoiono esseri umani, iene, lupi e rare specie di volpi – torna alla mente la strage di animali dello zoo di Anversa, che segnò Rembrandt Bugatti 

Rembrandt Bugatti: la fine della scultura animalista dopo la prima guerra mondiale e la strage di animali allo zoo di Anversa

Durante il primo conflitto mondiale, il governatore provinciale di Anversa ordina che gli animali dello zoo siano abbattuti, affinché non creino problemi durante i bombardamenti. Il milanese Rembrandt Bugatti abita in quel momento nella città belga. Gli animali sono le sue muse, li osserva, studia e traduce in opere d’arte. Cinquanta soldati in alta uniforme uccidono in meno di ventiquattr’ore tutti gli animali dello zoo. 

L’evento è traumatico, e la salute di Bugatti, che già soffre di una malattia polmonare, ne risulta peggiorata. Prende poi parte alle attività umanitarie della Croce Rossa, aiuta i feriti, assiste sul campo alle atrocità belliche. Smetterà di dedicarsi alla scultura animalista, rifugiandosi nella preghiera. 

A Gaza la Sulala Animal Rescue opera per salvare animali feriti e in fuga – la tragedia che affisse Rembrandt Bugatti si ripete

Il nuovo campus della National Library of Israel a Gerusalemme, fondata nel 1892 su impulso del movimento sionista, avrebbe dovuto aprire il 17 ottobre. Il conflitto israelo-palestinese ne ha bloccato l’apertura. I luoghi depositari del sapere, della creatività umana chiudono. Così come Rembrandt Bugatti fu costretto a vedere interrompersi la sua attività artistica. 

Sempre a Gaza, il dramma umano si lega a quello animale. La Sulala Animal Rescue opera per salvare ogni giorno centinaia di animali feriti e in fuga come cani, cavalli e asini. In un video, pubblicato pochi giorni prima della morte a seguito di un attacco aereo, il fotoreporter Montaser Al-Sawaf sfama i randagi in mezzo alle macerie. Un altro mostra un bambino che tiene in braccio il suo gatto e dice: «tutto il mondo ha paura della guerra, anche i gatti». Anche lo zoo di Gaza, che ospitava circa cento specie animali, non è stato risparmiato. Muoiono essere umani e anche iene, lupi e rare specie di volpi. La tragedia che affisse Rembrandt Bugatti si ripete. 

Rembrandt Bugatti. Quasi trentadue anni di vita 

Tra gli artisti europei morti poco più che trentenni durante il secolo scorso ci sono Yves Klein e Piero Manzoni – scomparsi nei primi anni Sessanta. Basta retrocedere di qualche decennio e incontriamo Rembrandt Bugatti. Milanese, borghese, nasce sotto una costellazione di stimoli culturali: il padre Carlo è designer ed ebanista, oltre che politico. Lo zio è Giovanni Segantini. Il giovane Bugatti trascorre l’infanzia ascoltando, e frequentando, Leoncavallo e Puccini. È fratello di Ettore, fondatore della casa automobilistica – fu lui a creare l’iconico Elefantino per il tappo della Bugatti Royale. 

Il nome di Bugatti, scelto da Ercole Rosa, porta il peso del pittore olandese: una sorta di nomen omen che il gallerista Adrian Aurelien Hébrard ritiene concausa della iniziale tiepida ricezione dei suoi bronzi zoomorfi da parte del mercato dell’arte. Nel libro Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini (Adelphi, 2015), un senso di gravosità aleggia attorno all’artista durante il suo trentennio di vita.

Gli animali per Rembrandt Bugatti: ruvida predilezione 

Rembrandt Bugatti trova interesse e confronto negli animali. Mentre la dimensione schiavizzante delle attività circensi lo repelle, il Jardin des plantes, zoo parigino, assieme a quello di Anversa, sono i luoghi prediletti. Qui arricchisce il suo patrimonio di esperienze selvatiche. Bugatti osserva. Le sue opere nascono non tanto da studi anatomici bensì dalla pazienza dello sguardo. Un ruvido disincanto generatore di piacere nell’osservare i movimenti di esseri viventi privi di inibizioni. In un certo senso, liberati. Lontani da consuetudini imposte, stili di vita e aspettative sociali. Senza alcun intento proto-performativo, anche se il pensiero va a I Like America and America Likes Me di Joseph Beuys, Bugatti per un periodo convive con due antilopi del Senegal inviategli da Michel L’Hoest, direttore dello zoo di Anversa. In quei mesi di convivenza non dà loro un nome.

Bugatti non sogna un confine sfumato tra umano e animale, se pur confessa di sentirsi vicino a un marabù. Non c’è ambizione di antropomorfizzare, ma piuttosto segnalare una possibilità di esistenza altra. La dicotomica alterità che l’essere umano riconosce al regno animale. Già il diaframma di Leopardi si ampliò all’immagine delle gregge erranti. Una natura più mansueta e non segnata dal mal de vivre. Ignare e ignoranti: O greggia mia […] Quanta invidia ti porto […] perché giammai tedio non provi

Rembrandt Bugatti. La fragilità umana attraverso il codice dall’abbigliamento 

Bugatti non è un naïf. È lontano dall’approccio primitivo che sarà la cifra di un altro artista amante degli animali, Antonio Ligabue. Rembrandt Bugatti è riflesso di civilizzazione. Abbraccia la sua umanità e nella ricostruzione biografica di Franzosini si evidenzia come il codice dell’abbigliamento sia garante di distinzione per Bugatti. Alto, magro, un po’ ricurvo, dal passo rigido e intimidito, nella sua rarefatta personalità caratterizzata dal sottrarsi il più possibile ai rapporti umani, sembra nutrire una passione per l’abbigliamento. 

Indossa un cappotto, lungo quasi fino a terra, che scosta un poco per prendere la chiave dell’appartamento dalla tasca della giacca a quadretti bianchi e neri, lasciando intravedere un paio di pantaloni di fustagno grigio, piuttosto larghi sui fianchi, quasi a sbuffo, che all’altezza delle ginocchia si restringono di colpo terminando a tubo in fondo alle caviglie; e ancora: in una tasca della giacca conserva l’ultima fattura di Guillemet et Fils: guanti 150 franchi, un cappello 450 franchi, due camicie 600 franchi, una cravatta 120 franchi, tre paia di calzini 180 franchi

Vestito e corpo. La fragile ricercatezza di Rembrandt Bugatti

Le descrizioni di Franzosini delineano un Bugatti attratto dalla cultura vestimentaria. Se, come sostiene Barthes ne Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento (Einaudi, 2006), il vestito è come il linguaggio per Saussure, allora al suo interno è possibile trovare quegli aspetti fisici, estetici, economici e psico-sociali che concorrono a definire la personalità di un artista pressoché sordo, fragile perciò prezioso, e riservato; di chi, come scrisse André Salmon, dà l’impressione che voglia schivare la gente, se non proprio tenersene alla larga. Identità e protezione, decenza e distacco. 

Se gli animali sono il soggetto principale della sua opera, al secondo posto Bugatti pone se stesso. Autoritratti a carboncino, posa per un gesso di Troubetzkoy, per un ritratto a olio di Max Kahn, un’acquaforte di Walter Vaes e due sculture modellate da Kathleen Bruce; in una di queste ultime è nudo.

Rembrandt Bugatti e il sistema dell’arte 

Quanto è stato dimenticato Bugatti? Potremmo definirlo divinità ctonia dell’arte. L’esiguo numero di retrospettive a lui dedicate, pressoché inesistenti negli ultimi anni, è controbilanciato dalla patinatura che il mercato e i collezionisti gli hanno continuato a garantire anche post-mortem. Le fiere di Bugatti – tra cui rinoceronti, antilopi, Petite Panthère, fenicotteri, scimpanzé, lama, ippopotami, leopardi e vacche – hanno trovato posto nella Collezione Rothschild, in quella di Ca’Pesaro, al Musée d’Orsay fino ad essere battue all’asta da Christie’s per volontà di Alain Delon.

La Milano di Rembrandt Bugatti nel testo di Franzosini, e una breve biografia dell’artista

Bugatti nasce a Milano nel 1884, studia a Brera e, dopo essersi trasferito a Parigi, vi fa ritorno nel 1915. Un anno dopo vi tornerà la sua salma per il funerale. Anche Milano è in guerra e Bugatti si lascia andare al vuoto e alla noia. In città non c’è uno zoo, ma solo alcune gabbie sparpagliate qua e là per i Giardini Pubblici di corso Venezia, dove sono rinchiusi una giraffa, un leopardo, qualche cervo, una scimmia, alcune vecchie gazzelle. Il solo amico che frequenta è Giulio Ulisse Arata. Rembrandt cerca di andarlo a trovare ogni mattina nel suo studio di via Mascheroni. Lo studio, che è anche la sua abitazione, è al primo piano di un edificio che Arata stesso ha progettato (un edificio signorile, simmetrico, con una sobria facciata scandita da lesene con foglie d’acanto e uno sfoggio moderato di elementi eclettici come il terrazzo a doppia campata del piano nobile). 

Rembrandt Bugatti: la causa della morte

Sarà Arata stesso a scrivere pochi giorni dopo la morte di Bugatti che l’artista «aveva vissuto nella vita come un estraneo, ed è morto come lo sconosciuto che cancella dietro di sé ogni traccia della sua esistenza». Bugatti si abbandona a una nuvola di gas nel suo appartamento parigino al numero 3 di rue Joseph Bara. 8 gennaio 1916. 

Federico Jonathan Cusin 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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