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Lily Stockman, photography Laure Joliet
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Minotaur: l’amore ruvido tra Lily Stockman e Le Corbusier a Parigi

Lily Stockman è la prima artista americana donna a esporre alla Maison La Roche. Lo fa con una mostra che segue la sua «ossessione» per l’architetto, tra mitologia greca e un passato comune in India

Minotaur di Lily Stockman alla Maison La Roche di Parigi

Alla Maison La Roche di Le Corbusier a Parigi è arrivato un Minotauro. È quello di Lily Stockman, prima artista donna e americana a esporre negli spazi della villa nel 16esimo arrondissement che ospitano Fondation Le Corbusier. La mostra – Minotaur, appunto – in collaborazione con MASSIMODECARLO, resta aperta fino al 29 giugno 2024. È un dialogo tra gli spazi della Maison e gli undici dipinti di Stockman, concepiti per unire i puntini a volte invisibili che legano la pittura francese a quella americana. Non solo: è un omaggio a Le Corbusier, è la celebrazione di forme e colori finora sconosciuti al pennello di Stockman, è un tentativo di replicare su tela la partizione architettonica della stessa Maison.

Stockman e Le Corbusier – gli studi al Carpenter Center di Harvard

Stockman, nata a Providence nel 1982 ma da anni trapiantata a Los Angeles, ha una lunga storia alle spalle con «Corbu», come chiama con affetto Le Corbusier: «Mi sembra di avergli dato la caccia per tutta la vita, un po’ come se fosse il mio fidanzato immaginario che però non sa che io esisto». L’influenza del maestro modernista su di lei è iniziata per caso, quando ancora ragazza studiava ad Harvard, negli spazi dell’unico edificio da lui progettato negli Stati Uniti, il Carpenter Center. Ancora non aveva idea di chi fosse Le Corbusier. «Ho imparato a dipingere in questo palazzo brutalista, austero e mascolino. Quando fu costruito scatenò un sacco di proteste dei puristi snob di Harvard, era visto come una parodia dell’architettura, una perversione per lo stile georgiano del campus. Ovviamente adesso è il preferito di tutti», dice Stockman.

«Il Carpenter Center – continua – fu progettato per dissolvere le classiche divisioni degli spazi interni. C’è un grande laboratorio a pianta aperta, che è del tutto antitetico alla natura gerarchica di Harvard. Così, questo edificio di cemento è diventato la casa di tutti gli studenti d’arte del campus. Noi stavamo al terzo piano, un classico spazio a la Corbusier: pareti curve, una trentina di piccole finestre. Ho imparato che cos’è il volume, lo spazio, come la luce influenza i dipinti. C’è una grande rampa all’ingresso: Le Corbusier diceva che voleva annullare la forza percussiva del corpo e degli organi interni mentre si va in discesa. Nei rigidi inverni bostoniani era tutta ghiacciata. Noi ci sedevamo sui vassoi della caffetteria e scivolavamo giù. Questo palazzone così austero e serioso era il nostro parco giochi».

Minotaur – tra architettura, purismo e mitologia greca

Stockman ritrovò Le Corbusier, ancora una volta per caso, a Chandigarh, in India, Paese dove è stata «almeno 18 volte» da quanto ci atterò la prima volta per un praticantato. «Dopo la partizione del Punjab, la città di Lahore andò al Pakistan. Le Corbusier fu ingaggiato per costruire il piano di un nuovo centro che doveva un po’ essere come la bandiera della democrazia in quest’area dell’Asia. Intorno agli edifici governativi ricordo delle piscine riflettenti. Mi sono ritrovata a pensarci quando preparavo Minotaur: alcuni piani di Maison La Roche hanno un cemento molto lucido o piastrelle riflettenti. Ho lavorato non solo pensando a rispecchiare le simmetrie del palazzo nei miei dipinti, ma anche quelle tra i pavimenti e le mura». È questo il terzo capitolo della sua storia d’amore con «Corbu», che fu anche pittore oltre che architetto. Minotaur vuole mettere al centro i dipinti e i loro colori, un po’ come «il pinnacolo della breve esperienza del purismo in contrapposizione al cubismo», teorizzato proprio da Le Corbusier, insieme a Ozenfant, verso la fine del primo decennio del 1900.

Cosa c’entra il Minotauro in tutta questa storia? Anche qui c’è un filo che lega Stockman e Le Corbusier, che parte sempre dall’India ma finisce nell’antica Grecia. Anche questo scoperto un po’ per caso. Stockman: «Mentre stavo facendo le mie ricerche per la mostra mi sono imbattuta in una serie di collage di che non conoscevo. Al suo ritorno dall’India, Le Corbusier ha iniziato a incorporare l’immaginario del toro nei suoi disegni. Lo ha fatto anche per la sua competizione con Picasso, che aveva fatto sua l’iconografia del toro spagnolo. Solo che Le Corbusier era ossessionato dalla mitologia greca. Quindi ha utilizzato l’animale in modo diverso: nei collage c’è un elemento umoristico che è del tutto antitetico alla sua architettura dogmatica. Mi piace molto pensare che avanti con gli anni si sia sciolto e sia diventato più libero, per quanto si tratti di piccoli collage».

Maison La Roche – il design labirintico della casa e i tigli di Parigi

Stockman ha cercato di evocare il labirinto del Minotauro nel pensare la mostra che poi ha preso questo nome. «Per Maison La Roche, Le Corbusier parlava di dissolvere gli spazi nella forma più elementare possibile. L’idea era ottenere un punto in una stanza da cui potevi vedere dentro anche le altre stanze. Che è più o meno lo stesso principio alla base del labirinto greco. Tutti sappiamo che alla fine al Minotauro è saltata la testa e quindi mi sono immaginata lì dentro, con la testa del Minotauro addosso, al centro dell’edificio. Mentre da una parte decoravo i suoi spazi interni, dall’altro aprivo un confronto critico con la planimetria stessa».

Lei non era però mai stata a Maison La Roche. Per immaginarsi il Minotauro della villa ha dovuto contare sulla tecnologia. Da un lato, spiega, ogni giorno guardava i video pubblicati su TikTok da chi lavora lì per studiare gli spazi nei dettagli, a partire dalla luce, e creare delle piccole repliche dei dipinti che poi sarebbero andati sui muri. Dall’altro, ha fatto sua un’altra lezione di Le Corbusier: «Mi ha insegnato a portare quello che sta fuori negli interni. È un po’ la chiave di tutta la mostra. Da Google Street View guardavo gli alberi che circondano Maison la Roche, perché ogni specie crea condizioni di luci diverse. Lì ci sono molti tigli, che hanno le foglie a forma di cuore, e attraverso di loro passa molta luce. Essendo giugno, ne entra un sacco in qualsiasi parte dell’edificio. Poi ho usato le forme delle finestre e dell’architettura come un leit motiv nei dipinti». C’è quindi una sorta di «mimica e rima visiva» all’origine dell’esibizione, che rende le opere «musicali» nel loro rapporto con la Maison: in alcuni casi la luce delle piastrelle si riflette sugli stessi quadri.

Fondation Le Corbusier and Massimo DeCarlo Gallery, Photography Laure Joliet
Fondation Le Corbusier and Massimo DeCarlo Gallery, Photography Laure Joliet
Minotaur by Lily Stockman at Maison La Roche, Le Corbusier design in 1924, photography Laure Joliet
Minotaur by Lily Stockman at Maison La Roche, Le Corbusier design in 1924, photography Laure Joliet

I colori di Lily Stockman

Tra astrattismo e geometria, punto centrale nell’arte di Stockman è il colore che dà vita alla forma. Solitamente sceglie tonalità che le ricordano quello che ha intorno in un preciso momento. Fa un esempio: «D’inverno a Los Angeles ci sono un sacco di camelie, quindi i miei dipinti tendono al rosso e al rosa». Questa volta ha seguito la policromia della villa. Terra di Siena, blu ceruleo, blu oltremare, verde di Parigi. È andata a completarla: «Non ho mai usato colori così aggressivi, dal blu all’arancione, dal marrone al giallo, dal verde al rosso fiammante». Per riuscire a catturare la luce ha utilizzato un misto di lavanda spica, per rendere la pittura opaca, e olio di noce, che invece la rende brillante. In questo modo i dipinti «catturano la luce in modi diversi, dipende anche da dove li guardi, come se ci fosse un altro dipinto segreto al suo interno». Sparsi tra le tele di Stockman ci sono omaggi che vanno al di là di Le Corbusier. A volte sono per il cubismo di Apollinaire, altre per i paesaggi di Monet. In Minotaur ci sono petali e cuori, ma anche suggestioni che rimandano a Chandigarh e a passaggi mentali più complessi. Tra questi Metronome, dove contrafforti arancioni suggeriscono l’effetto di una meridiana.

Il mondo floreale di Lily Stockman, dalla fattoria in New Jersey al giardino di Derek Jarman nel Kent

Spesso le opere di Stockman sembrano un riferimento alla vagina e al corpo femminile. Non è esattamente così, precisa lei: si tratta più che altro di forme floreali. Il mondo vegetale è ovunque nel suo lessico. Non solo perché ad Harvard ha studiato anche botanica e silvicoltura. Si parte dall’infanzia: «Sono cresciuta in una fattoria di fieno. Passavo i pomeriggi estivi facendo giri continui sul carro. Mi sono accorta crescendo che allo stesso modo utilizzo il pennello. Mi approccio alla superficie di un dipinto come a un paesaggio piatto. Quando ho messo la pittura sulla tela poi la spingo con una vecchia spazzolina grezza. Si formano delle linee che mi ricordano molto le andane – le file di fieno tagliate lasciate ad asciugare sul campo, ndr».

Il luogo bucolico dove è cresciuta Stockman è il New Jersey. Può soprendere, ma è così: «Non è solo I Soprano o Jersey Shore». A casa sua c’era un giardino per frutta e verdure recintato, che nel tempo ha assunto il valore di un luogo primordiale: «Fuori c’era il mondo esterno, dentro uno spazio magico fatto di angurie e fiori. Mi ha sempre interessato anche quella sorta di caos ordinato che è il giardino. Alcuni dei miei artisti preferiti avevano la stessa passione». Fa l’esempio di Derek Jarman, regista, sceneggiatore e scrittore britannico morto per AIDS nel 1994. «È il mio eroe, il mio oracolo di Delfi. Quanto la malattia diventava sempre più grave si spostò sulla costa del Kent e comprò un piccolo cottage di pescatori. In un posto continuamente battuto dal vento, dove è difficile far crescere qualsiasi cosa, ha messo su un giardino studiando le specie del luogo. Sono andata a visitarlo qualche tempo fa. Adesso ci sono papaveri selvatici nei dintorni. Ha fatto uno sforzo enorme, per ottenere risultati che all’inizio era minimi ma che adesso tutti possono vedere».

Gli apprendistati tra la pittura femminile thangka in Mongolia e la tradizione Mughal in India

Altro luogo chiave per il percorso di Stockman è la Mongolia, dove per cinque mesi, durante gli anni ad Harvard, ha studiato tecniche di pittura buddista thangka. «Ho dovuto rincorrere il dipartimento di arte per lasciarmi partire. Non erano molto contenti che gli studenti andassero all’estero e ottenessero dei crediti. Ma ce l’ho fatta: ho vissuto con famiglie nomade nel mezzo della steppa. Sono cresciuta in un mondo magico ma chiuso, non ho viaggiato molto da piccola. Ad Harvard ho capito però che i miei riferimenti in pittura erano del tutto eurocentrici e volevo capire cosa c’era altrove. Dopo la steppa sono andata nella capitale Ulaanbaatar, dove c’era un’unica galleria d’arte. Lì ho incontrato una pittrice e le ho chiesto se potevo farle da assistente. All’inizio pulivo le spazzole e i pennelli, poi facevo la pittura di fondo e lei sopra disegnava iconografie buddiste. Mi sono portata dietro una sorta di paesaggio immaginario, un po’ flamboyant»

Poi, nel 2010 – prima di spostarsi alla New York University – Stockman approda a Jaipur, in India. Studia i pigmenti e la tecnica miniaturista tradizionale Mughal. «Ho imparato a usare il pennello a pelo di scoiattolo e a eseguire movimenti minuscoli, la precisione, il controllo, le linee pulite. Lì gli artisti sono molto contenuti e concisi, poi con un colpo di polso lavorano ad alcuni dettagli, come possono essere le piume di un uccello, ed è come un’esplosione di felicità». Dall’India e la Mongolia Stockman è tornata a casa con un bagaglio di abilità tecniche che poi negli anni ha abbandonato verso una pittura che, dice, preferisce risultare «un po’ imprecisa».

Lily Stockman, la ragazza della costa orientale degli Stati Uniti che non vuole lasciare Los Angeles

C’è poi tutta la luce di Los Angeles e della California nella poetica di Stockman. Non è intenzionata a lasciare la città, scelta comune a molti nativi della costa Est che hanno deciso di spostarsi a Ovest. Racconta: «Sono arrivata a Los Angeles per lavorare con una galleria. Vivevo a Joshua Tree, giù nel Deserto del Mojave. Sentivo New York come casa e, come tutti i newyorkesi, avevo un’idea antica e provinciale di cosa fosse Los Angeles. E invece mi è sembrata il giardino del paradiso. Ora è costosissima, ma quando sono arrivata ho visto quante opportunità offre. Era come se avessi una storia d’amore clandestina con la città: mi sono innamorata dell’architettura, della cultura, delle piante che conquistano ogni cosa. Ho deciso di crescere qui la mia famiglia. Adesso ho tre figli». 

Più di ogni altra cosa è la mentalità losangelina ad averla convinta: «Ho un bel gruppo di amici artisti. Moltissime donne con una grande carriera sono anche madri. Qui non è un problema, ma a New York si tende ancora a tenere separata la carriera artistica è la famiglia, è più difficile». Fino all’anno scorso Stockman ha condiviso uno studio con altre quattro donne, le scultrici Ruby Neri e Megan Red e le pittrici Hilary Pecis e Austin Weiner. Si erano impossessato di un magazzino in disuso a Frogtown, sulle rive del Los Angeles River. Adesso si è spostata poco più in là, ma sempre con «altri amici artisti: siamo una comunità molto stretta».

Lily Stockman

Lily Stockman è nata a Providence, Rhode Island, nel 1982. Ha studiato ad Harvard e alla New York University e ha eseguito due apprendistati in Mongolia e in India. Oggi vive e lavora a Los Angeles e nella Yucca Valley. Le sue opere figurano nelle collezioni permanenti dell’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, dell’Institute of Contemporary Art di Miami, LA MOCA, del Phoenix Art Museum e dell’Orange County Museum of Art, dove è attualmente inclusa nella California Biennial 2022: Pacific Gold.

Photography Laure Joliet from Lily’s studio
Photography Laure Joliet from Lily’s studio

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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