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Daniela Santanchè alla Prima della Scala
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Il caso Daniela Santanchè imbarazza Giorgia Meloni – l’underdog e la Pitonessa

Dal Twiga al vittimismo di nostalgica matrice berlusconiana – la premier intransigente che punta sull’autorevolezza e la ministra del Turismo che rischia di sgretolarla

Giorgia Meloni e l’informativa al Senato di Daniela Santanchè sulle sue società

«Per ora resta al governo». Imbarazzo e agitazione si aggirano per i palazzi romani. Giorgia Meloni è nervosa: l’informativa del 5 luglio della ministra del Turismo Daniela Santanchè al Senato non le è piaciuta. Così si dice. Lei non c’era mentre la Pitonessa in giacchetta beige e camicetta bianca prendeva parola davanti a banchi di opposizioni fameliche. Era la sua occasione per difendersi in merito alle inchieste sulla gestione disinvolta delle sue società, le quattro Visibilia e Ki Group, di cui ha avuto il controllo fino allo scorso anno. Meloni era di ritorno da Varsavia, dove ha incontrato il premier polacco Morawiecki. Hanno discusso di un dossier che va ben oltre le mura di Palazzo Madama. Quello sui migranti. Tra Mes, Pnrr e altre grane, c’è poco tempo per una polemica tutta interna alla politica italiana. Che non doveva arrivare in questo momento. L’underdog, come si è sempre definita Meloni, è arrivato al potere. E non ha tempo di farsi imbarazzare dalla Pitonessa.

Il caso Santanchè e l’impatto sul governo Meloni

Non che – tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia – le beghe legali siano sconosciute. Un po’ come per tutti i partiti, a dire il vero. Ma l’Italia ha la memoria a breve termine. E al momento la maggioranza del Paese e Meloni sono in luna di miele. L’ultimo sondaggio di SWG per La7, diffuso il 3 luglio, dava Fratelli d’Italia al 28,3%, +8,2 punti percentuali sul Pd, stabile al secondo posto. 

Tra i vari dossier che potrebbero spezzare i sonni felici, il caso Santanchè è quello che a breve termine può far più male a Palazzo Chigi. Perché non su tutti gli elettori fanno breccia le polemiche sul Meccanismo europeo di stabilità, più tecnico e difficile da comprendere. Ma le accuse da cui si è dovuta – dovrà – smarcarsi Santanchè sono ben più chiare. Si parla di falso in bilancio, bancarotta, Tfr non pagati ai dipendenti. Malagestione dei fondi per la cassa integrazione a zero ore, aiuti Covid non restituiti (2,7 milioni di euro). 

Il silenzio di Giorgia Meloni e le indiscrezioni sull’allontanamento di Santanchè dal governo

Non sono tanto la – scontata – mozione di sfiducia presentata dai Cinque Stelle o le richieste di dimissioni del Pd a fare rumore. Quello che fa echeggia a Roma adesso è il silenzio post-informativa di Meloni. In quanto capo del governo, ma anche del partito in cui Santanchè è confluita nel 2017 dopo la fine del suo cammino con Forza Italia. La linea della premier era stata illustrata prima del discorso della ministra. È sempre la stessa: garantismo a oltranza (per i suoi). Per ora. Fino a un eventuale rinvio a giudizio. E la possibilità che la sua ministra finisca davanti ai giudici è sempre più vicina. 

Certo, la presunzione d’innocenza scalfita dalla Costituzione parla chiaro. Non si è colpevoli fino a sentenza passata in giudicato. Però la polvere è già stata sollevata. E sporcarsi la faccia per gli scivoloni di uno dei membri più esposti del proprio governo non può piacere a una leader che da quando è arrivata a Chigi si è impegnata per dare a Roma l’autorevolezza più forte possibile. In Italia, tra il popolo, e nel mondo, tra i leader. Tanto che, nonostante il quadrato che sulla carta la maggioranza ha stretto intorno alla Santanchè, c’è già il nome di chi potrebbe sostituirla. È da giorni che a Roma il vento sussurra il nome del forzista Valentino Valentini come piano B per il Turismo. Retroscena, indiscrezioni. Come sempre. Però da qualche parte sarà pure uscito. 

È anche vero che è stata la stessa Meloni a dare l’avvallo all’informativa di Santanchè. «Penso che non ci sia nessun problema a riferire. È una richiesta legittima del Parlamento, sono contenta che la ministra si sia detta disponibile», aveva detto la premier qualche settimana fa. Dimostrandosi ben più abbottonata di molte altre volte in cui per difendere i suoi ministri aveva alzato la voce. Vedi le polemiche per la riforma delle intercettazioni voluta da Carlo Nordio, a fronte di una stampa che lamentava il rischio ‘bavaglio’. Ma lì la questione era appunto tutta politica. Qui non lo è: in mezzo c’è la credibilità della maggioranza.

Daniela Santanchè indagata per bancarotta e frode fiscale

A stonare è soprattutto quel «non c’è nessun procedimento nei miei confronti» che la ministra e senatrice ha sottolineato più volte, giurando di aver chiesto ai suoi avvocati di sincerarsene prima di parlare. Per essere poi smentita in serata da fonti della Procura di Milano, dovendo correre ai ripari. Per Santanchè si tratta soltanto di un caso di «una campagna d’odio» verso di lei, di «pratiche sporche e schifose» della stampa. Di Report di Rai3, che ha dato il via a tutto con un servizio dello scorso 19 giugno. Ma anche del quotidiano Domani, colpevole di aver scritto, come già fatto da altri in precedenza, che Santanchè è a tutti gli effetti indagata. E lei lo avrebbe scoperto «leggendo i giornali», che scrivono informazioni «secretate»

Codice di procedura penale alla mano: il segreto dura soltanto tre mesi e non è rinnovabile. E le indagini erano partite ben prima di tre mesi fa. L’iscrizione nel registro degli indagati non era più secretata. «Daniela Garnero Santanchè apprende, da comunicati stampa diffusi in data odierna che farebbero riferimento ad informazioni ricevute da fonti interne dalla Procura della Repubblica di Milano, che risulterebbe iscritta nel registro degli indagati (sebbene ciò non risultasse dal certificato a suo tempo estratto nel mese di dicembre 2022)», ha dovuto comunicare lei stessa con una nota del Ministero del Turismo. Eppure, è proprio su questo che si è giocata buona parte dei 40 minuti di discorso davanti ai colleghi senatori. «E dire che aveva sei avvocat è la frase che circola a Palazzo Chigi in serata, secondo fonti de La Stampa.

Il discorso di Daniela Santanchè al Senato: madre, imprenditrice, vittima

Perché ha detto di aver chiesto ai suoi avvocati di controllare di non essere indagata prima di parlare, se poi era indagata già da mesi prima di parlare? A dare contorni ancora più dubbi alla vicenda è lo stesso personaggio di Santanchè, soprattutto se affiancato a quello dell’intransigente Meloni. La ministra si è lanciata in una sorta di arringa dove, più che di politica, ha indossati le vesti dell’imprenditrice venuta dal basso: «Faccio impresa da quando ho 25 anni, sono partita da Cuneo con la forza del lavoro contando solo su me stessa». Poi si è giocata la carta della madre: «Sono qui per difendere il mio onore e quello di mio figlio». La figura ideale, per il centrodestra e per i suoi elettori. 

C’è anche chi nelle sue parole – «Non può essere un articolo di giornale a determinare scelte drastiche» – ha letto un nostalgico omaggio a Silvio Berlusconi. Il riferimento sarebbe all’avviso di garanzia arrivato nel 1994 all’allora premier, durante il G7 di Napoli, dopo che la notizia era già stampata sul Corriere della sera. Solo che non è più il 1994 e Daniela Santanchè non è Silvio Berlusconi. 

Santanchè e il Twiga

Le arringhe di Giorgia Meloni possono non piacere a tutti gli italiani che non la pensano come lei. Però va detto che i contenuti che espone escono sempre limpidamente. Dai passaggi sulle operazioni societarie dell’informativa di Santanchè non si è invece capito granché. A parte il fatto che si è smarcata da tutte le indiscrezioni trapelate. Ha sempre agito nel rispetto della legge, per risanare i conti disastrati delle sue aziende ha usato il suo patrimonio, in alcuni casi non aveva nemmeno il controllo delle società. Tutto questo, se sarà rinviata a giudizio, lo deciderà la magistratura. 

Sono rimasti più impressi altri passaggi. La Pitonessa si è avvicinata alla conclusione dell’informativa così: «Mi fa sorridere che le critiche più feroci vengono da molti che in privato hanno tutto un altro atteggiamento nei miei confronti a cui a volte fa anche piacere magari chiamarmi per prenotare nei locali di intrattenimento che io ho fondato. Ma io sono felice di farlo, e mi fermo qui per carità di patria». Parlava del Twiga di Forte dei Marmi, fondato insieme all’amico fraterno Flavio Briatore. Il 6 luglio è ancora una volta Domani a scrivere che le carte in mano ai giudici parlano anche del Twiga. 

Nella domanda di ristrutturazione del debito di Visibilia si citano gli incassi del Twiga come mezzo per ripagare quanto dovuto al Fisco. Solo che, essendo ministra del Turismo, Santanchè aveva venduto le sue quote per evitare uno scomodo conflitto di interesse. Anche perché ha mantenuto le deleghe alle concessioni balneari. E il Twiga è uno stabilimento balneare. Le quote erano passate quindi al compagno, Dimitri Kuntz D’Asburgo, anche lui dentro Visibilia, e allo stesso Briatore. Tutto in famiglia. Ma la domanda che adesso circola è: come può Santanchè ripagare il proprio debito con gli incassi del Twiga se non ha più alcuna quota? 

Cosa rischia il governo Meloni per il caso Santanchè

Può darsi che tutto finisca con un nulla di fatto, nessun rinvio a giudizio. Oppure con un’archiviazione o un proscioglimento. Solo i prossimi mesi ce lo diranno. Certo è che Meloni non sembra aver voglia di essere trascinata nel mentre nella stessa palude di Santanchè. Soprattutto dopo tutti gli sforzi per essersi ritagliata un ruolo nello scenario politico internazionale. E in questo momento politico l’immagine è sempre più contenuto. Basta pensare alla sterile querelle che ha dovuto affrontare solo qualche mese fa la leder Pd Elly Schlein, colpevole di aver detto a Vogue Italia di affidarsi a un’armocromista per la scelta degli outfit da indossare in pubblico. Una bufera sul nulla. Meloni rischierebbe ben di più, se le accuse a Santanchè venissero confermate.

Daniela Santanchè

Daniela Garnero Santanchè è nata a Cuneo, il 7 aprile 1961. Imprenditrice di lungo corso, dal 22 ottobre 2022 è ministra del Turismo nel governo di Giorgia Meloni. È entrata in Parlamento la prima volta nel 2001, eletta tra le file di Alleanza Nazionale.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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