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Francesco Jodice, What We Want, Tokyo, 2008
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Francesco Jodice: la metodologia e l’elaborazione della cultura americana

L’esplorazione di un Occidente sulla via del tramonto: l’ultimo progetto di Francesco Jodice indaga la fine del sogno americano, dalla Gold Rush al fallimento della Lehman Brothers

Il lavoro di antropometria di Francesco Jodice, concentrato negli ultimi 8 anni sull’Occidente e sul sogno americano: WEST. Rise and Fall of the American Century (2014-2022)

La critica d’arte Lea Vergine anni fa ha definito il suo un lavoro di ‘antropometria’, parola che all’epoca dell’uscita del libro che la conteneva fece arrabbiare Francesco Jodice, ma che tempo dopo l’artista ha riconosciuto come una definizione in grado di mettere a sistema il suo lavoro, ancora caotico. 

Negli ultimi anni Jodice ha concentrato il suo sguardo sull’analisi e l’esplorazione di un Occidente sulla via del tramonto, in particolare attraverso WEST. Rise and Fall of the American Century (2014-2022), il suo ultimo progetto sulla fine del secolo americano, dalla Gold Rush (1848) al fallimento della Lehman Brothers (2008), frutto di tre viaggi negli Stati Uniti (più uno precedente al 2014), con otto mesi nei deserti e 100mila chilometri lungo 12 stati, dal Messico fino al confine con il Canada, ma soprattutto di una lunga fase di studio che appartiene alla metodologia rigorosa dell’autore, come ci racconta. 

«Dopo una mostra – e il relativo catalogo – a Tolosa, le cui opere sono state acquisite dal MuFoCo di Cinisello Balsamo e un seminario a Bordeaux, l’obiettivo è di pubblicare con i curatori Francesco Zanot e Matteo Balduzzi un libro che contenga anche altre parti del progetto, compresi i reperti culturali e concettuali che hanno nutrito il lavoro, affinché entrino in relazione con le opere, e «tutto sia parte della grande festa per la fine di questa cosa meravigliosa che è stata l’Occidente». 

La chimica della camera oscura del padre, il primo ricordo olfattivo di Francesco Jodice

«Il mio primo ricordo fotografico è in realtà olfattivo: sono gli odori, le esalazioni della chimica della camera oscura di mio padre [ndr. Mimmo Jodice] quando ero bambino. Non potendo permettersi uno studio, lo aveva allestito nel bagnetto di servizio della loro camera da letto, il cui accesso era a noi figli vietato per le sostanze infiammabili. Ricordo, quando la porta si apriva, quest’odore molto forte e caratteristico, pungente, e l’idea che lì dietro ci fosse “un altro buio”. Un posto a suo modo magico, alchemico, che mi affascinava.»  

Francesco Jodice: gli studi in architettura e il legame tra paesaggio urbano e umano: la cultura occidentale, influenza americana new media e land based arts

«È stata una scelta puerile, da ragazzo ero un cultore dei fumetti e amavo disegnare. Nella mia testa naïf avevo collegato l’architettura con il disegno, e poi mi sono appassionato: quasi mai all’architettura, ma abbastanza presto all’urbanistica, intesa non tanto come disciplina tecnica ma come cultura del pensiero che governa i modi di abitare delle collettività. La mia attenzione si era rivolta a un’antropologia dell’urbanesimo, al sistema di relazioni fra paesaggio urbano e umano. Ancor prima, avevo cominciato ad avvicinarmi all’arte, tra new media e land based arts». 

«Sono sempre stato legato all’idea di produrre una metodologia, che per me equivale all’opera finita, ed è la parte che mi diverte di più. Mi ossessiona per una questione di formazione: l’idea del progetto e del metodo per un architetto è tutto, e l’estetica è la conseguenza di una funzione. Senza una struttura del pensiero e della proceduralità l’opera sarà effimera, estetizzante anziché estetica. La metodologia è un modo per leggere, affrontare e poi restituire il cambiamento del reale, deve apprendere, ascoltare, adattarsi: se è immobile diventa manierismo, nel senso più volgare e avvilente del termine, una tecnica appresa e ripetuta».

Francesco Jodice sull’interazione tra diverse discipline

«La mia metodologia si è accresciuta nel tempo: dopo la laurea con Stefano Boeri co-relatore, ho accettato il suo invito a insegnare con lui in Olanda. Lì abbiamo fondato il collettivo Multiplicity: avevamo l’impressione che nei nostri diversi ambiti procedure e strumenti fossero diventati irrilevanti e singolarmente non riuscissero più a setacciare e a restituire un’immagine coerente del reale, e volevamo costruire una grande macchina della visione che fosse la forzatura sghemba di una serie di codici differenti: arte, fotografia, architettura, urbanistica, cartografia, giornalismo, film-making. 

Questa collisione di pensieri e metodi ha cambiato il mio metodo, facendomi capire che i lavori evolvono in base alla capacità di ciascuno di apprendere e assimilare altri disciplinari. Da qui la mia curiosità per altri linguaggi e sistemi come sociologia, antropologia, etnologica, e i miei studi di fisica, astronomia, meccanica quantistica. La mia metodologia è rimasta quella originaria, ma si è deformata con diversi innesti. Non è cambiato invece il mio desiderio di portarla sempre in scena, insieme all’opera compiuta, per permettere allo spettatore di confrontarsi con essa».

L’arte come divertimento – Francesco Jodice 

«C’è una poesia di Palazzeschi che alla domanda “Cos’è l’arte?”, risponde: “Lasciatemi divertire”. Cosa c’è di più bello che fare arte, quando si viene pagati per produrre isterie e follie? E se l’artista non si diverte tanto vale che faccia qualcosa di più semplice, come il presidente del Consiglio o il Sindaco di Milano. 

C’è un’altra motivazione egoista per fare arte: l’incapacità di accettare certe forme della realtà, che generano una domanda assillante. Dico sempre che il lavoro dell’artista è quello di un traslocatore che affronta i propri dubbi e li trasferisce sui pubblici per costuire una dialettica e condividere la propria opinione sulla irricevibilità della realtà, per scoprire se questa lettura sia unica, o se tutti stiamo fraintendendo la direzione in cui la storia contemporanea sta andando».

L’artista non può predire il futuro, ma percepisce il cambiamento 

«Gli scenari futuri li anticipano fattucchiere, veggenti, astrologi, papi… Siccome non sono superstizioso, né credo nell’esistenza di Dio o nell’astrologia, non penso gli artisti prevedano nulla. In “Aspettando i barbari” di J. M. Coetzee il protagonista, in preda all’angoscia, dice: “Qualcosa mi ha guardato dritto in faccia e io ancora non la vedo”. Per me è una bellissima definizione dello stato dell’artista, che percepisce che qualcosa sta cambiando, pur senza comprendere cosa: come certi animali che percepiscono i primi movimenti tellurici di un terremoto, lui intravede quel sisma che porterà a uno scenario futuro. 

Sono un inguaribile ottimista, forse per stupidità, per cui l’idea che una scena cambi mi affascina. Come con l’AI: tutto il mondo è terrorizzato dal fatto che programmi come Chatbot e Midjourney porteranno alla scomparsa di decine di milioni di posti di lavoro, ma è anche vero che porteranno una scena nuova. Non mi spaventa quello che sta per sparire, è l’evoluzione: mi terrorizzano invece le persone che si spaventano».

WEST, il progetto sulla fine dell’impero Americano, tra progetto e verifica sul territorio

«Ho iniziato il lavoro su WEST nel 2014, anche se l’idea risale al 2008. Mi sono documentato moltissimo, quindi è un progetto molto algido e schematico, poco empatico, come tutti i miei lavori. Ogni fotografia è la trasposizione di un concetto trovato in un libro, in un film, un videogioco, un fumetto, un immaginario preesistente, ed è stata progettata a tavolino durante la fase di studio, dai luoghi agli orari in cui scattare, tranne in rarissime occasioni in cui mi sono imbattuto in immagini casuali, che mi hanno colpito perché semioticamente appartenevano a caselle che già progettavo di riempire. Non credo nella spiritualità dell’arte.

A stupirmi è stata la distanza tra tutto quello che ho letto e l’esperienza fisica dei luoghi, soprattutto quando sono uscito dai percorsi più convenzionali e non ero distratto dal rumore del turismo di massa: la potenza leggendaria del paesaggio e la sovrascrittura che la storia americana è riuscita a fare. In nessun luogo come nel deserto americano si notano questi due layer: la natura dei luoghi con la loro storia originaria e la capacità del potere di inventarci sopra una storia infinitamente più affascinante, calandola nel territorio e dandola a bere a chiunque, come in un film. Non è un caso che il cinema holliwoodiano nasca lì».

Il sogno americano: La conclusione di un progetto e la sensazione di aver detto tutto – WEST. Rise and Fall of the American Century (2014-2022)

«Ho dedicato al West nove anni di fotografia e tre film – “Atlante” per la Biennale di Venezia, “American Recordings” per il castello di Rivoli e “Rivoluzioni” per il Festival di Fotografia Europea. Quello che dovevo dire l’ho detto. Che l’Occidente stia finendo lo hanno detto prima di me Eric Hobsbawm ne “Il secolo breve”, Francis Fukuyama in “La fine della storia” e Jonathan Franzen ne “Le correzioni”. Un progetto si conclude quando sento di aver detto tutto quello che avevo da dire – tra i motivi del mio insuccesso come artista: faccio una fatica enorme a promuovere i miei lavori. Anche perché generalmente ho già in mente quello successivo, e quindi trasloco tutta la mia curiosità e desiderio su un’altra storia. Sono pigro e lento, faccio pochi progetti di cui mi innamoro. Li riguardo sempre con piacere, ma non più come su qualcosa su cui tornerei a lavorare».

Francesco Jodice e il rapporto con i curatori, un’occasione di conflitto e di rilettura del proprio lavoro

«Non sono una persona particolarmente democratica dal punto di vista artistico: in studio parliamo e discutiamo, ma sul progetto devo sempre avere l’ultima parola. Nel dialogo con un curatore, un critico o un intervistatore – che sia per un volume, una mostra o altro – va rimesso tutto in gioco, e il controllo totale si perde. Alcuni curatori si adatteranno, ma con uno bravo si creerà anche un rapporto conflittuale, strutturato e violento, in senso positivo, in cui verrà. Contraddetta non solo la selezione, ma anche il senso che il progetto esprime attraverso di essa. 

Lavorare con curatori decisi e di levatura come Francesco Zanot, Matteo Balduzzi, Thomas Seelig, Marco Scotini o Okwui Enwezor, può essere disturbante, ma fondamentale. Una delle curatrici che ho più stimato è stata Lea Vergine, che scrisse un testo su di me che non volle condividere in anteprima e che vidi stampato direttamente sul catalogo del libro. Diceva una cosa feroce equando la lessi mi fece arrabbiare molto, definendo il mio un lavoro di “antropometria”. Ora è un termine al quale sono affezionato, perché ha sistematizzato alcuni anni del mio lavoro che avevo fatto senza questa consapevolezza». 

L’arte per come la conosciamo è finita, e quella contemporanea si nasconde altrove 

«Non c’è mai stata così tanta arte bella e carina come oggi: i mercanti sono contenti, gli artisti sono ricchi, le case sono piene di cose fantasiose. Tutti sono felici, ma il 99% di ciò che vediamo circolare nelle fiere e nelle aste è bigiotteria e ciò che finisce su Instagram come arte è manierismo. La quasi totalità dei giovani artisti è rimasta intrappolata in questo meccanismo estetizzante, edulcorante, simpatizzante. L’arte non serve più a niente e per come come l’abbiamo immaginata durante l’epoca moderna e post-moderna è finita, per fortuna. Con le AI cambierà tutto radicalmente nell’arco dei prossimi 5 anni.

È difficile fare previsioni, ma l’arte contemporanea credo sia stata rimpiazzata da altri linguaggi, come quello dei videogiochi. Per me la più grande opera d’arte della fine del Ventesimo secolo è Metal Gear Solid 3 del giapponese Hideo Kojima: devo andare a confrontarmi con Caravaggio o Guido Reni per sentirmi altrettanto emozionato. Ovviamente l’arte non può morire, deve evolvere, e la mia impressione di docente è che l’arte stia benissimo e stia altrove, che abbia fatto di tutto per rendersi introvabile: se c’è un aspetto sano e vivo dell’arte, in questo momento non credo sia rintracciabile all’interno del sistema. Probabilmente oggi l’arte è realizzata da persone che non si considerano artisti o non sanno di esserlo e che non resteranno assoggettate né alle meccaniche del vecchio mercato dell’arte, né a quelle degli NFT». 

L’utopia dei falansteri, in cui fornire a ogni bambino dagli 0 ai 18 anni la possibilità di essere educato

«Bisognerebbe costruire giganteschi falansteri e chiudere in queste enormi prigione tutti i bambini del pianeta, sottratti alla nascita ai genitori, che siano i figli dell’upper class o delle classi più umili. Dovremmo costringerli a leggere fino ai 18 anni, liberi da superstizioni, religioni, convinzioni culturali o sociali, sotto una classe infinita di educatori straordinari  – per dirla con Giovenale “Quis custodiet ipsos custodes?”, ripreso anche da Alan Moore in Watchmen, “Who watches the watchmen?”. Una costrizione dittatoriale ma democratica, affinché abbiano tutti le stesse possibilità, a differenza di quello che accade oggi. Superati i 18 anni saranno liberi di scegliere se vogliono ancora guardare i programmi di Barbara D’Urso, i video su  TikTok o le brutte mostre d’arte». 

Tutta l’arte dovrebbe essere pubblica, e se non lo è, è un hobby

«Tutta l’arte dovrebbe essere pubblica, e se non lo è, è un hobby. Forse dovremmo sostituirla con l’arte partecipata, intendendo con questo termine che le opere debbano essere incompiute affinché sia il pubblico a completarne il senso, cercando le risposte al dubbio suscitato dall’artista. Il motivo per cui si continua a fare arte è che ci saranno sempre almeno una, dieci, cento o mille persone incuriosite, anche in modo negativo, che avranno voglia di confrontarsi, pur odiando un’opera. L’odio è un sentimento meraviglioso nell’arte: significa che un’opera è stata compresa, anche se si mantiene una posizione culturalmente opposta. 

Il problema è che mentre si costruisce una dialettica con una o più decine di persone, nel frattempo altri 100 milioni vengono lobotomizzati da social o tv, il cui potere esercitato è imbattibile. Lavorando con Midjourney e ChatBot io e i miei collaboratori ci siamo accorti le AI sono in grado di produrre un’immagine nello stile di Wes Anderson o di Sebastiao Salgado in modo perfetto. Con autori bravi come Egglestone o Ghirri, invece, non sono in grado, perché non sono abbastanza famosi. Le macchina parlano la lingua della gente.»

Francesco Jodice

Nato a Napoli nel 1967 e ormai di stanza a Milano da moltissimi anni, Jodice indaga attraverso la sua ricerca i mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, con particolare attenzione ai fenomeni di antropologia urbana e alla produzione di nuovi processi di partecipazione e attraverso progetti articolati che coinvolgono la fotografia e il filmaking e sviluppati all’interno di lunghi archi temporali. Ad esempio, l’atlante fotografico What We Want, osservatorio sulle modificazioni del paesaggio in quanto proiezione dei desideri collettivi, o Citytellers, trilogia di film sulle nuove forma di urbanesimo.

Alessandra Lanza

Francesco Jodice, What We Want, Punta del Este, 2001
Francesco Jodice, What We Want, Punta del Este, 2001
Francesco Jodice, The Room, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Guarene, 2009
Francesco Jodice, The Room, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Guarene, 2009

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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