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Prada e il comunismo: un discorso sul superfluo, il necessario e il fattore culo

Redistribuire la ricchezza con il fine di rendere accessibile la cultura alla comunità: è l’atto più di sinistra da chiedere a chi ha di più, pur rimanendo nel perimetro del giuoco – giogo – capitalista  

Comunismo e Prada: uno statement milanese, l’identikit di chi vi si riconosce

Dovendo completare il suo profilo Grindr con una short bio, il mio amico Riccardo scrive: comunismo e Prada. La persona che si riconosce in questa dicotomia – contraddizione in termini – vive a Milano e ha una passione per gli ingressi borghesi. È di buona famiglia, ma sensibile ai temi civili: è volontario dell’ASA e raccoglie firme per per chiedere il referendum sull’eutanasia legale. Preferisce la trattoria sincera al ristorante in voga. Prende la metro sentendosi Carolyn Bessette Kennedy. Frequenta i mercati vintage con regolarità: la domenica è a Bovisa o a Piazzale Cuoco, che il sistema considera pericoloso. Sorride e si intrattiene in conversazioni, senza badare a nazionalità. Contratta come a Marrakech per portarsi a casa quel capo anni Ottanta che lo renderà unico. 

L’uomo ideale è Nanni Moretti. Il soggetto comunismo e Prada vuole andare a vedere il sequel di Ferie d’agosto. Parenti Serpenti a Natale (ma era meglio prima che sbarcasse su Prime). Il Salone del mobile? Più bello quello dell’anno scorso. L’appartamento – un esercizio di stile tra il moderno e la casa della nonna – sa di fiori e tabacco. Tappeti ovunque. Conosce le regole della mise en place, e a cena si diverte a invitare una mescola di personaggi meneghini. Indossa la pelliccia, ma protesta contro la sperequazione sociale. In tema di politica, è convinto che l’Italia non abbia ancora fatto i conti con il passato fascista. Vota radicale, che a stento arriva al 4 percento. Civati è il sogno erotico, votato alle primarie del 2013.

Il superfluo, il necessario e il fattore culo

Comunisti col Rolex, Radical chic, Gauche caviar – sono solo alcuni degli appellativi che i facoltosi di sinistra sentono cucirsi addosso, a voler rimarcare la contraddizione che intercorre tra ideale politico e ceto sociale. Contraddizione che esiste, e che tuttavia viene sublimata dai ricchi progressisti in un sentimento di debito verso la società. Sono i mecenati: i munifici protettori e benefattori di poeti e artisti di augustea memoria. Coloro che si impegnano a ridistribuire i loro danari alla comunità in bonus cultura. 

In fondo è questo l’atto più di sinistra che si possa chiedere a chi ha di più, consentendodi rimanere dentro il perimetro del giuoco – o giogo – capitalista: sobbarcarsi il dovere della redistribuzione della ricchezza rendendo accessibile la cultura al consorzio comune. Rimane un punto cardine: l’abbandono del materialismo. Da sempre il tema del “superfluo” è al centro del compromesso comunista, che propone alternativamente la sua sostituzione con il “necessario”. Una semplificazione pseudo-socialista, una pace light tra capitalismo e comunismo, che svincola la borghesia dalla gogna bolscevica. Accontentarsi del “necessario” sgrava i ricchi dal proprio peso sulla società, a patto che esista una sensibilità.

Sensibilità e consapevolezza dell’impatto che il proprio patrimonio ha sul resto della popolazione. Anche perché, è giusto ricordarlo, la massa monetaria è limitata, e il fatto che una parte della popolazione ne abbia più accesso o comunque più disponibilità, sfavorisce il resto della popolazione – che difatti ha da spartirsi tutto il resto della torta. A scudo di tutto questo le destre aggiungono il “merito”, come se le proprie ricchezze dipendessero esclusivamente dalle proprie capacità, scientemente ignorando il famigerato “fattore culo”.

Una società che ha tempo ha in mano il potere dell’immaginazione e il tempo per la riflessione

Jacques Rancière scriveva: «L’idea del comunismo è quella di realizzare un mondo sensibile, dove tutte le capacità umane raggiungono il pieno sviluppo. Il comunismo è lo stato nel quale l’esercizio dei sensi umani – materiali e spirituali – è fine a sé stesso, non più soggetto alla volgarità dei bisogni». 

Sembra una profezia, quella del filosofo francese, che nasconde una promessa liberatoria – un’ancora cui aggrapparsi per evitare l’inesorabile sprofondamento capitalistico, che ci vede ingranaggi di un sistema senza scrupoli. La sinistra ha – o meglio, avrebbe – questa carta da giocarsi: reinterpretare la tecnologia non come sostituzione del lavoro umano, ma come liberazione dalle incombenze che la società impone. La tecnologia è l’unica uscita di emergenza che il capitalismo offre.

 Un cambiamento mentale e filosofico, che intende ripensare i bisogni materiali e sostituire il lavoro manuale con quello delle macchine. La ricompensa? Il beneficio degli individui, i quali possono tornare in contatto con i propri bisogni biologici a vantaggio della collettività. Una società che ha tempo è una società che ha in mano il potere dell’immaginazione e il tempo per la riflessione. 

Nelle ultime collezioni Prada sembra voler muovere una critica al mondo del lavoro

Il ‘comunismo sensibile’ è nel DNA di Prada. Merito della Signora della moda milanese, la comunista miliardaria che, consapevole del proprio debito comunitario, redistribuisce la ricchezza con la cultura – colmando le lacune di amministrazioni comunali spesso poco ispirate.

Nelle ultime collezioni Prada sembra voler muovere una critica al mondo del lavoro. I set diventano visioni macchiettistiche di uffici polverosi. Poltrone con le ruote, pareti mobili, scrivanie di compensato. A questa plastica rappresentazione dell’incubo del lavoratore medio, AMO – lo studio di architettura guidato da Rem Khoolas, che cura le scenografie degli show di Prada –, contrappone un paesaggio naturale. «Svelando la paradossale dicotomia tra questi due mondi coesistenti, la sfilata esplora le verità fondamentali dell’umanità, i nostri istinti naturali, i nostri bisogni emotivi», esplicita il comunicato.

Uno sprofondamento inaccessibile ma calpestabile. Gli spettatori vedono la natura, ma non la sentono, perché al di là del vetro. Un bisogno primordiale che viene loro interdetto, imprigionati nella tetra cornice delle loro vite, affogati nel ricatto di un sistema che non offre alcuna evasione possibile. Alla base di questo gioco di arredi, c’è una semplice affermazione: il bisogno umano di riappropriarsi del mondo circostante. 

Miuccia Prada, cenni biografici – dall’attivismo alla moda

Miuccia Prada, studia al liceo classico Giovanni Berchet di Milano, per poi laurearsi, nel 1971, in Scienze Politiche. Sono gli anni della contestazione politica e la futura stilista si iscrive al Partito Comunista, alternando le manifestazioni studentesche con le prove al Piccolo Teatro di Milano. Fin da giovane ha dovuto conciliare la sua estetica sofisticata con un animo dal marcato orientamento politico; marcia in piazza per i diritti delle donne, partecipa a cortei e manifestazioni. Il suo attivismo deve dialogare con l’amore per la moda, mentre i suoi coetanei scendevano in piazza indossando jeans, Miuccia Prada era in Saint Laurent.

Ho sempre pensato che ci fossero solo due professioni nobili: la politica e la medicina. Fare vestiti era come un incubo, per me. Mi vergognavo tanto, ma l’ho fatto comunque. L’amore per le cose belle ha prevalso, rivelava Miuccia Prada a Vogue Italia. Da giovane facevo politica e l’argomento continua a interessarmi. Mi hanno offerto di candidarmi, ma non mi piace l’idea della stilista prestata alla politica, che invece va fatta a tempo pieno. Potrei magari cambiare professione nella vecchiaia. Oggi per me lavorare nella Fondazione è fare attività politica, perché è fare cultura – dichiarava intervistata dalla Stampa nel 2008.

Ugly Chic: un concetto introdotto da Prada nei primi Duemila – elogio dell’imperfezione ruvida 

Già nei primi anni Duemila Prada connotava l’Ugly Chic: rifiutava gli standard tradizionali di bellezza, optando per modelli volutamente non convenzionali e persino brutti per gli standard comuni. Un’estetica che celebrava l’imperfezione ruvida e sfidava l’idea che la moda dovesse sempre essere pulita e immacolata. 

Miuccia Prada mette in discussione i desideri inconsci attraverso una glorificazione dell’anti, del contro e del brutto. Ha preso ciò che sarebbe stato considerato “out” e lo ha reso “in”. Gli abiti di Miuccia Prada non sono sempre chic. Non sono asettici, né eleganti, né necessariamente attraenti. Eppure creano un desiderio. I suoi abiti parlano di disagio – estetico, ideologico, in qualche modo effimero. Effimero perché la bruttezza che Prada provoca in questa stagione diventa la nuova bellezza. La sua estetica mutevole e le sue zone erogene influenzano i colleghi stilisti e la grande distribuzione, e a volte hanno un impatto sul più ampio regno della cultura popolare.

Miuccia Prada attraverso Fondazione Prada colma le lacune in materia di arte contemporanea a Milano

Milano continua a godere di una vivace scena artistica sostenuta da gallerie private e collezionisti, ma sembra non riuscire a consolidare la sua posizione come capitale dell’arte contemporanea. Complice una politica culturale accusata di essere inefficace, Milano difficilmente riesce a competere con altre capitali europee dell’arte – Berlino, Londra, Parigi – che sembrano godere di maggiori investimenti e supporto istituzionale nel settore; ma anche con altre città italiane, Torino e Roma. Fondazione Prada è un tentativo, riuscito, di supplire alla mancanza di un museo d’arte contemporanea di rilevanza internazionale a Milano. 

Miuccia Prada restituisce alla società attraverso la cultura, istituendo Fondazione Prada nel 1993. Dalla riqualificazione di Largo Isarco, nel 2015 è stata inaugurata la sede principale della Fondazione: un  progetto, guidato da Rem Koolhaas di OMA, che comprende il recupero di magazzini, laboratori e silos di fermentazione, parte di un’antica distilleria di gin dell’Ottocento, insieme a tre nuovi edifici. L’intero complesso si estende su una superficie di 19.000 m2, di cui 11.000 m2 sono destinati alle esposizioni. La sede di Milano comprende sette edifici pre-esistenti e tre nuove strutture: Podium, uno spazio per mostre temporanee; Cinema, un auditorium multimediale; e la Torre, aggiunta nel 2018, alta 60 metri e realizzata in cemento bianco strutturale a vista. Le altre due sedi di Fondazione Prada sono l’Osservatorio di Fondazione Prada in Galleria Vittorio Emanuele II, spazio dedicato alla fotografia, e Ca’ Corner della Regina a Venezia.

Fondazione Prada, la collaborazione con Germano Celant 

La proposta culturale di Fondazione Prada è in linea con la dimensione alternativa di Miuccia Prada. Germano Celant è stato dal 1995 al 2014 Direttore artistico e dal 2015 Soprintendente artistico e scientifico di Fondazione Prada, per la quale ha concepito e curato più di quaranta progetti espositivi, dalla personale di Michael Heizer nel 1996 alla retrospettiva dedicata a Jannis Kounellis nel 2019. Promotore dell’Arte Povera, movimento artistico degli anni Sessanta e Settanta, Germano Celant ha sperimentato con materiali e processi non convenzionali, mettendo in discussione le tradizionali concezioni di arte e materialità. 

Miuccia Prada ha formalizzato il proprio ruolo di Direttrice della Fondazione Prada

Lo scorso settembre 2023 Miuccia Prada ha formalizzato il proprio ruolo di Direttrice della Fondazione, ribadendo il suo diretto impegno nei progetti presenti e futuri, così come avvenuto per quelli passati. Come dichiarato da Miuccia Prada, fin dall’inizio attraverso le attività della Fondazione ho voluto affrontare l’indagine della cultura umana nella sua varietà e complessità. Nel corso di questi trent’anni mi sono interrogata in varie forme su come la ricerca artistica e intellettuale possa incidere sulla vita delle persone. Cercare risposte sempre più attuali a questa domanda è lo scopo fondamentale che mi sono proposta con la Fondazione.

Un Comitato di indirizzo, che opererà a stretto contatto con la Presidente e Direttrice Miuccia Prada, e il gruppo di lavoro interno della Fondazione, sarà integrato nella struttura istituzionale, con lo scopo di approfondire con maggiore intensità i temi più rilevanti del presente ed esplorare questioni emergenti del nostro futuro.

Ario Mezzolani & Matteo Mammoli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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