Busti di marmo dopo la caduta nel ravaneto parte della performance Root'la, Fabio Viale
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Fabio Viale: tatuare il marmo, dal Neoclassico al Maori

In conversazione con lo scultore Fabio Viale, «la metamorfosi dei materiali è alla chiave del nostro progresso. Trasformazione genera energia perché simula le forze più ancestrali della natura».

Luoghi per vivere, luoghi per creare di Fabio Viale: tra Torino e Pietrasanta 

Fabio Viale, cuneese d’origine, vive tra Torino e Pietrasanta. La valenza di questi due luoghi nella carriera e ricerca artistica dello scultore appare scissa tra il vivere quotidiano e partecipare a una teofania che conserva un qualche cosa di primordiale, naturale e senza fine quando si trova nella Piccola Atene della Versilia. «Sono forse due posti all’antitesi l’uno dall’altro. Spesso quando torno da Pietrasanta a Torino, mi sorprendo di tutto quell’asfalto e marciapiedi. Mi pare innaturale, come forse lo è. Ci sono luoghi fatti per creare, e altri semplicemente per vivere». 

Lo scultore Fabio Viale: fisicità e nuove tecnologie 

Le prime fasi del processo creativo. Come si traduce concretamente la visionarietà artistica in opera materica? Che relazione si ha con il più consueto disegno preparatorio e le nuove tecnologie, considerando anche l’approccio fisico che contraddistingue lo scolpire? 

«Inizio nel momento in cui vedo l’immagine nella mia testa. Utilizzo la tecnologia che ho a disposizione per riuscire a materializzare anche solo virtualmente la forma. Poi vado a Carrara a scegliere il marmo. Da quel momento, inizia la fase più faticosa che si interrompe a lavoro concluso. Ogni scultura in marmo è frutto di intelligenza, sudore e sangue. Pochi si rendono conto di che cosa significhi scolpire. Negli ultimi anni la tecnologia ha alleviato un po’ la fatica della sbozzatura, ma la finitura di una scultura sarà sempre quella fase in cui l’artista riesce a dare la vita all’opera. E questo momento è il più faticoso: senti che una parte di te e delle tue energie stanno andando altrove». 

La funzionale tridimensionalità del marmo 

Con le sue opere, Viale ha valicato i ‘classici’ confini estetici legati a una delle materie ritenute più pure e pregiate. Il concetto di funzionalità sembra ancora essere alla base della sua ricerca e la cala anche in una dimensione quotidiana, di segno fruibile, comunicativamente diretto. Il lascito estetico, si fonda su un’azione pratica e millenaria, la quale non vuol essere criptica – a differenza di certe tendenze dell’arte di oggi. Viale si costella di atti palesi nella misura in cui rende conoscibile e riconoscibile la sua opera. Manifesta è la sua cifra artistica che abbraccia la virtù della chiarezza, che può alimentare gioco e illusione.

Nell’arte di Viale la separazione qualitativa del momento teoretico da quello pratico cessa di esistere e si consegna così, coerente, all’osservatore in una dimensione che privilegia la lievità concettuale. La forza qui sta altrove: se l’artista sa rendere il marmo ‘leggero’, levigato o letteralmente galleggiante, così l’idea non è esasperata ma facile. Aggettivo che nella sua accezione più consona si lega al latino facĕre: fare, agire, creare. Facile, eseguibile, perché Viale riesce appunto a renderlo tale, conservando capacità tecnico-manuali che a partire dall’umanità in loro insita – il gesto – riescono a rendere fattuale e comprensibile l’opera, anche se nella sua ontologia ideativa può contemplare cortocircuiti dicotomici. 

«Ritengo ogni mia opera funzionale, perché utilizza un dialogo con il pubblico comprensibile e contemporaneo. Ho sempre cercato con il mio lavoro la dialettica facile per comunicare dei contenuti che abbiano una coerenza temporale. Molte opere sono infatti delle fotografie di un presente, che tradotte in scultura, divengono simboli tridimensionali». 

La marmorea performance di Fabio Viale, Root’la

Artisticamente, Fabio Viale ha messo più volte in scena il marmo – si pensi anche a In mare la Pietà (2018), presso il Porto di Lampedusa. Nel 2020, dal ‘ravaneto’ della Cava di Gioia a Colonnata, uno scivolo in pendenza da dove vengono scaricate a valle le pietre scartate durante la lavorazione, lo scultore ha lasciato precipitare alcune statue di grandi dimensioni, acquistate in negozi di souvenir. Sfracellate, rotte e lesionate, i loro resti sono stati recuperati dall’artista e riproposti in un allestimento presso la Galleria Poggiali a Firenze. Osservando la performance Root’la ci si domanda in che misura lo scultore avverta l’arte come scarto e il frammento, resistente alla distruzione, come testimonianza creativa. 

«Root’la è un’opera colossale fatta di tonnellate di materia in cui l’opera torna alla sua radice, il marmo. Ho pensato di usare il ravaneto come uno strumento di scultura. Michelangelo si è sempre immaginato di prendere le sculture e farle rotolare dai ravaneti per purificarle dagli eccessi. Questo è stato lo stimolo che ad un certo punto della mia carriera mi ha convinto a fare questo tentativo, ma, ciò che mi ha davvero sorpreso durante la performance, è stata la passeggiata sul ravaneto per recuperare i frammenti delle opere: ad una certa distanza si perdevano i confini tra la scultura ed il sasso, come se divenissero un tutt’uno con la montagna. Ho trovato in questa visione l’opera, decidendo di portare in mostra le sculture ed il ravaneto. È una sorta di metamorfosi. Quando la materia si trasforma in scultura produce incanto, una suggestione in cui lo spettatore si cala provando una sorta di piacere quasi atavico che credo ci spieghi uno dei valori che ha portato l’uomo a pensare di creare Arte». 

Tutto è segno, o tatuaggio. Tatuare busti antichi con Fabio Viale per collegare culture millenarie

Ci sono il segno che lo scultore lascia sulla materia e il tatuaggio che si imprime sottopelle. Fabio Viale unisce queste tracce. ‘Tatuare’ busti, mani e volti di matrice antica può essere avvertita come una desacralizzazione del classico in scultura. Una trasgressione, ma anche una possibilità di mettere in relazione culture millenarie come, ad esempio, l’estetica greco-romana con quella polinesiana della cultura Māori o creare collassi creativi, sovrapponendo al gusto neoclassico segni che assumono significati ben precisi nella subcultura criminale. Alla luce di queste dicotomie, l’opera di Viale induce a credere che nella durezza del marmo possa coesistere un’apertura all’incontro. 

«Vedo nella materia una possibilità di cambiamento e trasformazione. Il marmo scolpito si trasforma da blocco informe a figura con la stessa metodologia che millenni fa portò il primo uomo a rappresentare un’immagine sulle rocce della caverna. La metamorfosi dei materiali è alla chiave di tutto il nostro progresso, non solo in campo artistico. La trasformazione genera energia e incanto perché simula le forze più ancestrali della natura, portando il manufatto inevitabilmente in un’altra dimensione facendogli perdere oggettività: un‘opera funziona se ha un’anima. Mi piace fare in modo che all’interno di una scultura convivano degli opposti. Da questo rapporto si genera energia e l’opera si carica di contenuti. Lo spettatore percependolo, ne viene attratto». 

La galleggiante leggerezza del marmo: l’opera Ahgalla di Fabio Viale

Se il marmo è per definizione metamorfico, Viale lo ha tramutato, apparentemente, in opere che ricordano materialmente il polistirolo, la plastica delle cassette per la frutta, sacchi di carta e bricole lagunari. Questa roccia è costituita di carbonato di calcio così come le conchiglie marine. A inizio Duemila, lo scultore opera una sorta di alchimia alla rovescia: riporta il marmo al suo primo stadio naturale quando con Ahgalla lo fa galleggiare e rende navigante nel Porto di Carrara. Un atto performativo che si è ripetuto negli anni anche sul Po, sul Tevere, nel triestino Canale di Ponte Rosso, sul Rio dell’Arsenale di Venezia e sul lago del Gorsky Park di Mosca. 

«Vent’anni anni fa realizzai Ahgalla, la prima barca di marmo in grado di galleggiare e navigare. L’idea di questo lavoro è nata dalla definizione di marmo sull’enciclopedia: la sedimentazione sul fondo del mare di centinaia di tonnellate di conchiglie. Quindi presi una conchiglia, provai a metterla nel lavandino a galleggiare e mi resi conto che lo faceva. Feci una copia identica (più grande di 30 cm) e feci poi l’esperimento. Allora mi resi conto che il marmo aveva anche questa caratteristica e quindi pensai di realizzare una barca in marmo in grado di galleggiare. Ahgalla mi fece capire che è possibile andare oltre i preconcetti che abbiamo delle cose. È l’opera che meglio mi rappresenta. È stata per me una grande emozione portare questa scultura in un lago ricavato dentro una cava di marmo in Toscana. Questo genere di opera credo che riesca, a livello concettuale, a chiudere un cerchio con la natura che spesso invece l’uomo apre e distrugge».

Progetti futuri 

Rispetto alla dimensione naturale, in Versilia Fabio Viale abita in collina, tra boschi e una ex cava. L’interazione tra marmo e natura può essere una cifra caratterizzanti dei futuri progetti dello scultore? «Sto lavorando per riuscire a realizzare dei lavori che possano avere un dialogo diretto con la natura. Questa necessità nasce dal luogo che ho iniziato ad abitare nei boschi in mezzo alle cave sopra a Pietrasanta. Lo scopo è quello di realizzare delle opere site specific, di modo che lo spettatore possa avvicinarsi alla scultura come fa con la natura».

Fabio Viale 

Scultore, nasce a Cuneo nel 1975 e studia all’Accademia di Belle Arti di Torino. La sua arte è stata oggetto di riconoscimenti e mostre internazionali. Nel 2019, ha partecipato alla 58esima Biennale di Venezia. 

Federico Jonathan Cusin

Busti gettati nel ravaneto della cava, performance Root'la, Fabio Viale
Busti gettati nel ravaneto della cava, performance Root’la, Fabio Viale

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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