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I crimini sotto la pioggia di Milano: ‘Il trattamento del silenzio’ di Gian Andrea Cerone

La seconda prova dell’autore ha il sapore del romanzo gotico e del feuilleton poliziesco – ma dentro c’è anche il carattere della ‘multi-Italia’ che è il capoluogo lombardo

‘Il trattamento del silenzio’ di Gian Andrea Cerone, edito da Guanda

A Milano in autunno piove spesso. Ci sono giorni in cui l’acqua scende dal cielo violenta. Altri in cui è più gentile, sottilissima e nebulizzata. Qualsiasi forma prenda, è sempre lì. Sopra la città e i suoi abitanti, come una sorta di cappa che controlla il territorio e ne protegge i segreti, nascondendoli. È quasi una condizione esistenziale quella dell’«autunno piscioso» milanese in cui Gian Andrea Cerone costruisce il suo secondo romanzo, ‘Il trattamento del silenzio’. Meno di un anno dopo Le notti senza sonno, debutto editoriale arrivato in finale per il Premio Scerbanenco. Se lo sfondo è sempre lo stesso – Milano, appunto – lo sono anche i due personaggi principali. Il commissario Mandelli e l’ispettore Casalegno, insieme ai colleghi dell’Unità di Analisi del Crimine Violento, questa volta si trovano a inseguire la presenza inquietante del ‘Cacciatore’, ‘lo Spettro’ e ‘il Maestro’, figure a cui Cerone affida la rappresentazione di alcune tra le diverse sfumature del mondo criminale. Si parte dal raccapricciante omicidio – in una piovosissima notte – di un collezionista d’arte ben noto alla borghesia lombarda. Lo si trova inchiodato alla sua libreria, senza più qualche parte di corpo. Non sarà l’unico a morire, ça va sans dire.

Il trattamento del silenzio in psicologia

Nel titolo è racchiuso uno dei concetti principali del romanzo. In psicologia, si parla di ‘trattamento del silenzio’ come di una forma di coercizione che può assumere diversi gradi di intensità. In termini più semplici, «è quello che accade tra due persone che stanno insieme, litigano e iniziano a non comunicare più, né verbalmente né gestualmente», spiega Cerone. Portato agli estremi, è quello riservato a «persone tenute in condizioni di particolare sottomissione, come può succedere a una donna abusata o a un detenuto in carcere. Molto praticato nell’800, ancora prima era legato a pratiche inquisitorie, usate per estorcere confessioni ai reclusi». Cosa ha a che fare con un misterioso libro esoterico che sembra sparito nel nulla e con il rapporto di Mandelli con la moglie, lo si lascia alla curiosità dei lettori.

Gian Andrea Cerone, dalla comunicazione istituzionale a Storielibere.fm ai romanzi

Prima che uscisse ‘Le notti senza sonno’, Cerone non aveva mai scritto. O meglio, non aveva mai scritto un romanzo. Savonese di sangue, milanese d’adozione da 28 anni, alle spalle aveva tutta una vita nella comunicazione. Nato nel 1964, negli anni Novanta fonda la casa editrice Dogma, dedicata a temi tecnici come optometria, medicina e architettura. Dopo aver conosciuto anche la televisione, è stato responsabile delle relazioni istituzionali per il Ministero dello Sviluppo Economico e poi per EXPO 2015. Nel 2018, insieme a Rossana de Michele, fonda Storielibere.fm, piattaforma editoriale di podcast, quando questi non avevano ancora invaso le playlist dei servizi di streaming e anche i media tradizionali non ci si erano buttati sopra. Ma la narrativa, riconosce lui stesso, è un’altra cosa: «non è che se sai fare i rally allora vai anche in Formula Uno». Come è successo a molte persone, a spingerlo a provare a fare qualcosa di nuovo è stata l’atmosfera ovattata dei mesi più bui della pandemia, che sono diventati anche il periodo storico in cui è ambientato il suo esordio.  

Il terzo romanzo con Mandelli e Casalegno è in arrivo

Su ‘Le notti senza sonno’ ha puntato molto la casa editrice con cui sta lavorando Cerone, Guanda. Il romanzo è stato lanciato d’estate, il momento perfetto per mettere al mondo nuovi gialli da leggere sotto l’ombrellone. Che succeda a un debuttante è più raro. Una sorpresa? Sì e no. «Mi aspettavo che sarei stato pubblicato, lo dico senza arroganza. Se non credi nella tua storia non ci crede nessuno. Io ci credevo davvero», riconosce Cerone. Chiaro però che «il lancio estivo sia stato un azzardo, ma mi ha fatto capire quanto Guanda creda negli scrittori». Poi è arrivato il successo, «una soddisfazione personale, emotiva e professionale che mi ha dato la forza di scrivere ancora, di parlare con i miei personaggi». La stesura del secondo romanzo è partita subito dopo aver mandato il primo – «volevo capire anche io cosa sarebbe successo» – e ce n’è già un terzo in arrivo, sempre con Mandelli e Casalegno, sempre in giro per Milano. «Già dal primo libro – ricorda l’autore – avevo l’idea di scrivere un romanzo in continuità, con una squadra di personaggi. Dal secondo acquisisci più consapevolezza, c’è meno incidentalità. Forse diventi davvero uno scrittore».

‘Il trattamento del silenzio’: un romanzo gotico dalla metrica ampia con il sapore del feuilleton poliziesco

Nell’esperienza di Cerone, «quando ci si rivolge a lettori di un genere specifico, bisogna stare attenti: conoscono le sfumature di quell’ambito letterario e apprezzano ritrovarle sempre. Ci si appoggia ai cliché tradizionali – il commissario in crisi, la poliziotta ruvida – e si cerca di svilupparli in modo diverso, con una sorta di debito rispetto a chi è arrivato prima: Scerbanenco per le atmosfere, Camilleri per la costruzione di alcuni personaggi». Si cerca poi di trovare il proprio carattere. Nei suoi primi due libri, Cerone lo ha fatto ad esempio scegliendo di costruire il racconto in una sfera temporale di otto giorni. L’impalcatura del secondo romanzo non poteva però essere per filo e per segno uguale a quella del primo. L’autore ne parla come di un libro «più gotico, anche a livello semantico, con un impianto narrativo mutuato dai romanzi d’appendice e con una metrica ampia, dove si inseriscono tematiche di gruppo: il racconto dell’amicizia, della vendetta. Ha il sapore del feuilleton poliziesco, come il Conte di Montecristo».

Tre tipologie di crimine e la psicologia dei personaggi

Cerone scava nel Male per analizzarne le forme. «Forse parlerei più di tipologie di crimine. Tre, nello specifico», spiega «C’è quello legato a psicopatologie da traumi subiti durante la vita e l’infanzia: un crimine più violento ma forse più comprensibile, giustificato da una sofferenza che si restituisce al mondo. Poi c’è quello che si insinua tra le pieghe dei rapporti familiari, un crimine borghese, motivato da avidità e invidia. E poi quello che io chiamo crimine industriale, dall’approccio cinico: nel primo romanzo era il mercato degli organi, in questo è il mercato della droga». Allo stesso modo, l’autore si insinua nella psicologia dei suoi personaggi. Ne ‘Il trattamento del silenzio’, troviamo il commissario Mandelli, 55 anni, molti dei quali passati lavorando, sfiancato dal costante confronto con la violenza e dalla «puzza del crimine». Scarica così la fatica sulle passioni: «l’odore di pane fresco, le passeggiate per Milano, la moglie, Frank Sinatra»

Mandelli all’Università: i giovani e l’analisi dei loro pregi e difetti

A queste si aggiunge l’amore per la storia. Cerone decide così di rispedire il suo commissario all’Università. Una scelta che, più di una fuga, alla fine si rivela un confronto con la realtà: «lo fa sentire più vecchio». Rimettere Mandelli sui banchi non è solo l’espediente per raccontarne meglio lati finora rimasti sfumati, ma anche un modo per introdurre nella narrazione personaggi giovani. Da qui, nuove indagini che riportano Mandelli al lavoro: giovani ragazze stanno sparendo. Tutto parte da Alba Locatelli, studentessa di cui il commissario sembra invaghirsi, salvo poi scoprire che è attratto più dall’idea di lei che dalla persona stessa. «Mi interessava scrivere dei giovani senza supponenza. Non da vecchio cinquantanovenne, ma in modo obiettivo. O almeno analitico. Nel romanzo ci sono i loro pregi e i loro difetti. C’è la ragazza di buona famiglia con l’amica spregiudicata, ci sono i giovani criminali che però agiscono in modo ragionato e non istintivo: ‘Guadagniamo da attività sporche per tre-quattro anni, poi reinvestiamo in imprese green o hi-tech’, pensano». 

Milano, una ‘multi-Italia’ dove le regioni si incontrano sul posto di lavoro

Poi c’è Milano, di cui Cerone si dice «innamorato», perché «ti giudica non per chi sei o da dove vieni ma per quello che dimostri di saper fare». Una città da percorrere a piedi, che si svela con calma, nel tempo, solo a chi la osserva davvero. Se ci riesce, perché Milano cambia in fretta, di mese in mese, sotto il peso di una «bulimia» di idee e di tendenze Eppure, conserva quella che Cerone definisce la sua «forte identità di quartiere». È un aspetto che lo porta a «pensarla non solo come luogo multietnico ma come una sorta di ‘multi-Italia’, composta da persone di molte regioni diverse che interagiscono nell’ambiente di lavoro». Stilisticamente, questo tratto di Milano appare attraverso l’uso di dialoghi in dialetto: milanese, toscano, siciliano, romagnolo. Umanamente, è incarnato ad esempio dall’arrivo di Caterina – «una poliziotta valtellinese, dura e affascinante, che lascia Palermo dopo aver subito molestie» – e da Marcello Giulio, maggiore dei Carabinieri che fa da contraltare a Mantelli. Viene dalla costiera amalfitana, «ha stazza robusta e la risata di Cannavacciuolo».

La credibilità del processo investigativo in un romanzo da Camilleri a Biondillo

Marcello Giulio fa capolino nel romanzo anche come «ponte operativo tra Polizia e Carabinieri, che per leggenda non si amano ma nei fatti devono collaborare». Prova che Cerone, prima di buttarsi sulla scrittura, ha studiato bene gli aspetti anche tecnici delle indagini penali. «Il processo d’investigazione in un giallo deve essere credibile. La difficoltà è restituirlo in forma narrativa», spiega. Per farlo, oltre ad essersi messo sui libri, si è appoggiato a un conoscente nella DIGOS, a cui «ogni tanto gli sottoponevo gli snodi tecnici. Quando mi rispondeva ‘affermativo’, sapevo di aver fatto un buon lavoro». E infatti, già ‘Le notti senza sonno’ lo scorso anno ha vinto il Premio Franco Fedeli, dedicato alla narrativa poliziesca e organizzato dal Siulp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia), con una giuria composta anche da magistrati e poliziotti. In passato lo hanno vinto Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Marco Vichi, Marcello Fois, Gianni Biondillo, Maurizio de Giovanni e Piergiorgio Pulixi.

Gian Andrea Cerone

Savonese di nascita ma milanese d’adozione, ha una lun­ga esperienza nell’ambito della comuni­cazione, dell’editoria tradizionale, tele­visiva e digitale. Tra i numerosi incarichi svolti, è stato responsabile delle relazio­ni istituzionali presso il ministero del­lo Sviluppo Economico e presso EXPO 2015. Nel 2018 ha fondato la piattafor­ma editoriale di podcast Storielibere. Nel 2022 ha pubblicato con Guanda il suo libro d’esordio, Le notti senza sonno, finalista al Premio Scerbanenco e vincitore del Premio Franco Fe­deli dedicato alla narrativa poliziesca.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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