Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
Dario Pasqualini, cantante degli Iside
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Siamo tutti provinciali e siamo tutti a sperare di farcela – Iside al Mi Ami

Al Mi Ami con gli Iside «La mia ambizione è che le cose che facciamo siano minimamente memorabili. Anche a costo che qualcuno dica: ‘questa roba a me fa schifo’»

Gli Iside, quattro ragazzi della provincia di Bergamo al MI AMI Festival

Dario Pasqualini e Daniele Capoferri sono amici dai tempi dell’infanzia, fanno musica e si esibiscono insieme da quando avevano dodici anni. Dopo progetti in lingua inglese e sperimentazioni adolescenziali, hanno fondato tra il 2018 e il 2019 gli ‘Iside’, primo progetto in italiano in cui unire il background rock di provenienza a influenze pop ed elettronica.  A scrivere e a dare voce ai testi oggi è Dario, frontman che prima di allora aveva sempre fatto il chitarrista. Nelle dodici tracce di ‘In memoria’, uscito lo scorso 19 maggio e anticipato dai singoli ‘Funerale’ e ‘Dna’, racconta paure, frustrazioni, sensazioni in cui si può riconoscere una generazione allargata, tra ansia di vivere e senso di alienazione tipici della provincia italiana, secondo il percorso del ciclo di vita di ogni essere umano, tra nascita e fine. «La famiglia, la casa, il senso di appartenenza ad una terra, la condizione provinciale che ogni giorno mi ricorda che tutto questo vivere un giorno non esisterà più».

«Non è l’album che ti ascolteresti prima di andare in discoteca, è piuttosto un ascolto da lunedì sera», dicono i ragazzi, che immaginano la fruizione di queste dodici tracce con un paio di cuffie, in camera o sul divano, in solitaria. 

In memoria: il nuovo album degli Iside, uscito lo scorso 19 maggio

Nei testi del nuovo album, uno sfogo in prima persona, supportato da sonorità pop, rock ed elettroniche, traspare la sfida della generazione di cui questi ragazzi classe 1996 fanno parte, in collegamento tra quelle che Daniele definisce una generazione molto chiusa e un’altra molto aperta, in cui «noi non sappiamo da che parte stare, come lasciarci andare, siamo in un limbo». Una consapevolezza che traspare dalle parole scritte e cantate da Dario. Viene spontaneo chiedersi se abbia raggiunto queste conclusioni grazie alla psicoterapia. «No, non ci sono mai andato», risponde. 

«Ultimamente ho pensato che mi potrebbe fare bene, ma è un percorso che anche per questioni economiche ho sempre rimandato, un po’ come i tatuaggi, investendo in altro. Il procedimento di scrittura però a modo suo è terapeutico, posso dire che la mia terapia sia proprio scrivere. Non sono una persona estremamente espansiva, raramente mi sfogo con i miei amici o la mia famiglia, perché odio sentirmi una vittima, odio chiedere aiuto e non mi piace essere un peso per gli altri, voglio che siano sempre a loro agio. Ho sonno perché non ho dormito per giorni oppure ho fame? Non verrò certo a dirtelo, prima o poi arriverà l’occasione di mangiare e dormire senza che ci sia bisogno di gravare su nessuno. La musica è il mio spazio, in cui non devo sentirmi come se stessi rompendo le scatole o chiedendo niente, lì posso fare e dire quello che voglio, senza paura e in quel senso è terapeutico, è uno sfogo. Mia madre dopo aver ascoltato alcuni brani era seriamente preoccupata.  Nella vita normale per esempio non dico nemmeno tante parolacce: sul palco del Primo Maggio ne ho dette nove in sette minuti, cantando».

Fare musica dalla provincia con gli Iside

«Nel nostro rapporto e nella nostra musica molto dipende da una questione geografica e dal fatto che viviamo e siamo cresciuti a Treviolo, in provincia di Bergamo, un paesino diverso da una città come Milano, che ti permette settimanalmente di conoscere persone nuove. Io preferisco conoscere tanto di poche persone, piuttosto che poco o niente di tante: ho trovato qui una serenità e dei rapporti reali, oltre a tutta la natura che ci serve per fare sport, a cui siamo tutti molto legati. Se facessimo rap stare a Milano in un quartiere specifico potrebbe essere un vantaggio, ma per il nostro genere non pesa essere lontani. E poi Milano non è così distante, con meno di un’ora di treno ci arrivi. Possiamo godere di tutte le cose belle, senza vivere affacciati sulle rotaie dei tram e senza la sensazione di non poterti prendere del tempo per te».

Fare musica da anni insieme: non un limite ma un punto di forza 

«Io ho tre amici», dice Dario, «e sono quelli che suonano nel mio gruppo. Sappiamo tutto l’uno dell’altro, forse ognuno di noi conosce più degli altri che di se stesso. La musica è in grado di creare un legame fortissimo, anche con i suoi difetti, certo: dopo una settimana passata in studio, il venerdì e il sabato sera spesso non abbiamo voglia di stare ancora insieme. E più va avanti la scrittura di un album, più smaltita l’adrenalina iniziale nascono le discussioni, perché ognuno a un certo punto vorrebbe che si facesse a modo suo. Gli scontri nascono soprattutto perché ogni volta non vogliamo replicare quello che abbiamo gi fatto prima, ci mettiamo molto a definire la direzione, tenendo insieme opinioni diverse, quattro teste ognuna delle quali vuole metterci del proprio, per ottenere qualcosa che le contenga e le rispetti tutte, poi ci arriviamo, soprattutto quando il tempo sta per scadere e ci dobbiamo per forza trovare d’accordo. Quando sei un emergente non puoi aspettare tutto il tempo che vuoi per far uscire nuova musica, dall’album precedente erano trascorsi due anni ed eravamo al limite: la musica oggi è molto veloce, la gente dimentica facilmente e non possiamo permettercelo, dobbiamo sempre riuscire a coinvolgere».

Gli Iside: controllo e cura su ogni brano

Gli Iside lavorano su ogni singolo dettaglio dei propri brani e album, senza interventi esterni: dalla scrittura alla registrazione, dalla produzione al mix, dalla prima all’ultima nota. 

«Non c’è spazio per l’improvvisazione. Questo ci permette di portare a casa un prodotto su cui non abbiamo pentimenti e di cui approviamo tutte le scelte fatte, anche quelle su cui all’inizio potevamo essere più in dubbio: alcune forse non saranno le migliori, ma siamo sicuri riflettano sempre il massimo che abbiamo potuto fare. Oggi in studio per esempio è stata una giornata disastrosa: a me piacerebbe che nel prossimo album ci fossero pezzi attivi, con una batteria incalzante dal secondo uno fino al minuto tre, che attiri subito l’attenzione, vorrei restare incollato a quello che sento, mi deve sbalordire, come mi accade per esempio ascoltando Slowthai, Frank Ocean, Travis Scott, Drake. Visto che oggi la musica è così veloce, la mia ambizione è che le cose che facciamo siano minimamente memorabili. Anche a costo che qualcuno dica: ‘questa roba a me fa schifo’, ma non deve passare inosservata».

L’importanza dell’immagine all’interno di un progetto musicale

«Tutta la mia cultura è molto esterofila ed è stata condizionata da internet. La questione dell’estetica mi interessa dal punto di vista comunicativo: credo sia fondamentale a supporto del linguaggio musicale, dal giorno zero di qualsiasi progetto. Da sola non basta, anche se ci sono molti progetti basati esclusivamente su questo che funzionano. Io ammetto che alcune volte mi sono precluso degli ascolti perché le foto di copertina dell’album mi respingevano. Abbiamo cercato collaborazioni che ci permettessero di aumentare la forza del messaggio, coinvolgendo brand di moda come Vitelli o Marco De Vincenzo per i nostri shooting, e fotografi con cui condividessimo la visione artistica. Insieme, li abbiamo portati sempre entro i confini del nostro paese, per raccontare la nostra terra e la nostra dimensione, e presentarci nella nostra totalità. Non sempre tutto rispecchia le aspettative, ci è capitato anche di sentirci delusi, succede».

 L’esibizione al MI AMI il 26 maggio

«Il MI AMI è una magia ed è stata la prima data dall’uscita disco nuovo. Il nostro album era fuori da esattamente una settimana, era un po’ un rischio. Con piacere abbiamo scoperto che c’era già chi aveva imparato le parole dei brani – che nemmeno io mi ricordavo del tutto. Al netto di tutti i numeri che uno può fare in streaming o sui social, sono superflui rispetto a un live. Per noi questo è l’unico vero festival italiano, nel senso più largo del termine: l’unico con così tanti palchi, e con una selezione musicale che parte già di pomeriggio, analizzando ad ampio raggio la scena musicale italiana, di cui fanno parte fuoriclasse come Ginevra, Rondo da Sosa o Levante, che non hanno avuto nulla da invidiare agli ospiti internazionali. Già a partire dal pomeriggio c’era un sacco di gente ed esibizioni di alto livello, che permettono di intercettare musica nuova. È una vetrina. Sarebbe bello avere ogni anno 100 MI AMI e 100 concertoni del primo maggio dove poter suonare, e che anche altri concerti potessero ricevere la stessa attenzione da parte del pubblico. Io vorrei suonare tanto e spero che ci sia un riconoscimento per questo disco. Che qualcuno dica ‘sono bravi e fanno una cosa molto personale’ sarebbe il complimento migliore che potrebbero farci, senza cercare la gloria la cosa che vorrei sarebbe suonarlo il più possibile».

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X
Miu Miu Upcycle denim

Denim e storie di upcycling: da Miu Miu a Vitelli

Un jeans upcycled emette fino all’83% di CO2 in meno rispetto a uno nuovo – l’ultima collezione Upcycled di Miu Miu e altri tentativi per esplorare il potenziale del denim vintage e altri tessuti storici