Dettaglio della cover del libro di Douglas Stuart, edito da Mondadori, Il giovane mungo
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Douglas Stuart: alcolismo, omosessualità – Il giovane mungo in periferia a Glasgow

«Ho iniziato a scrivere per indagare il silenzio in cui è morta mia madre. Fino ai sedici anni volevo sembrare etero, dai libri mi tenevo lontano». Douglas Stuart si racconta

Douglas Stuart, autore di Il giovane mungo, Mondadori intervistato da Mattia Insolia

Mattia Insolia. Maureen, la madre, protagonista di Il giovane Mungo, nonostante sia un’alcolista, una figura tossica, Mungo cerca sempre di proteggerla e aiutarla. 

Douglas Stuart. «I miei romanzi sono sull’amore filiale. La prima forma d’amore di cui facciamo esperienza. Per un giovane gay, quale sono stato e qual è Mungo, c’è qualcosa nel legame madre figlio che scende più profondo. Un’adorazione congenita al rapporto».

Da cosa crede derivi questa adorazione? 

«I ragazzi gay sono capaci di realizzare a un’età molto giovane che il mondo, la società patriarcale che abitiamo può essere crudele, specie con le donne. Abbiamo una sensibilità diversa, una sfera emotiva in grado di cogliere il peso della sofferenza cui devono sottostare».

Dipende dalla sessualità, quindi? 

«In parte sì. I giovani gay riescono a riconoscere il dolore che gli altri si portano addosso con facilità, proprio perché hanno fatto la stessa esperienza, e fin da piccoli».

Nel caso di Mungo, il ragazzo scorge questo dolore nella madre?

«Riconosce una persona che è stata discriminata, marginalizzata proprio per la sua natura, in quanto donna. Ed è capace di farlo perché egli stesso, sulla sua pelle, ha sentito una sofferenza simile – la discriminazione in quanto diverso, in quanto gay».

Douglas Stuart, il rapporto con la madre alcolista

So che anche sua madre era alcolista. Scrivere un personaggio con i suoi stessi problemi l’ha aiutata?

«Sì. Se ho impiegato dieci anni a scrivere Storia di Shuggie Bain, il mio romanzo d’esordio, è proprio perché facendolo ho interrogato me stesso e la mia infanzia, mia madre e il suo alcolismo. Scriverlo, questo romanzo, è stato un tentativo di dare una risposta alla domanda che mi assilla da sempre, dacché ricordi: perché beveva, mia madre – perché si è uccisa con l’alcol?»

L’ha trovata, la risposta?

«Dopo due romanzi, scritti anche con questo intento, mi sento dire no. L’assenza di una ragione, è il dolore della mia vita».

Sua madre quando ha cominciato a bere?

«Io ci sono nato, nella dipendenza di mia madre: quando sono venuto al mondo, beveva già. Morì quando avevo sedici anni. Era un mercoledì d’ottobre. Io sono tornato da scuola, facendo la strada di sempre, con indosso i vestiti di sempre, attorno a me c’erano le persone e gli edifici di sempre – ogni cosa era uguale al giorno prima e a quello prima. Quel giorno è cambiato tutto. Negli anni aveva già tentato il suicidio diverse volte e sempre in modi molto eclatanti, ma quel pomeriggio, mi sono reso conto quando sono entrato in casa, c’era silenzio attorno a lei. Ho cominciato a scrivere per questo, per indagare il silenzio in cui è morta mia madre e l’alcolismo in cui ha vissuto».

Alcolismo in Scozia tra donne e uomini, le ragioni secondo Douglas Stuart

Perché l’alcolismo è un problema così grande in Scozia?

«Credo abbia a che vedere con la quasi totale assenza di speranza in certi ambienti sociali. Per quanto riguarda le donne, una delle cause è il modo in cui la generazione di mia madre è stata cresciuta, educata: gli è stato inculcato che non dovessero investire su loro stesse e che non dovessero pensare ad altro che a far figli, occuparsi della casa, accudire i mariti che erano deputati al lavoro. Per gli uomini, penso piuttosto alla classe operaia di cui scrivo nei miei romanzi, una delle ragioni risiede nel fatto che gli impieghi fossero pericolosi e sottopagati. Una mancanza di prospettive future – anche se declinata in modi diversi. Se pensi che niente possa cambiare, lasciarti andare all’alcol è facile».

La parte più difficile della sua infanzia – in relazione all’alcolismo di sua madre?

«Il terrore che mi pervadeva quando, tornando a casa da scuola o ovunque fossi stato, mi domandavo che tipo di ubriaca sarebbe stata quel giorno. Gli alcolisti possono trasformarsi in tante cose – ed è imprevedibile: a volte tornavo a casa e la trovavo invasa di persone, conosciute ma anche mai viste prima, ubriache e che facevano festa con mia madre, al centro, a bere e ballare e divertirsi. Altre volte tornavo e con mia madre non potevo neanche parlare, ché era arrabbiata e urlava, piangeva, mi insultava – in quei casi, non era raro che mi cacciasse e che fossi costretto a passare la notte fuori».

I figli degli alcolisti si portano dentro uno stato di perenne allerta

«L’unica certezza era che l’avrei trovata ubriaca ma su quale versione di sé stessa sarebbe stata, su quale forma le avrebbe comandato l’alcol, non avevo mai indizi ed era una sorpresa. I figli degli alcolisti si portano dentro uno stato come di perenne allerta, di continua paura che possa succedere loro qualcosa di brutto».

Quali conseguenze sente di portarsi dentro?

«Oltre a questa, il desiderio di compiacere gli altri è stato per un lungo periodo un grosso problema per me. Da bambino, per paura che mia madre si potesse arrabbiare, cercavo di fare quel che credevo, speravo potesse, per una ragione o per un’altra, farle piacere. Questa smania me la sono portata appresso per molto tempo – e sono riuscito a liberarmene solo in parte, mi rendo conto. Tra l’altro, questa necessità di compiacere gli altri è qualcosa d’invalidante perché ti fa sentire un’ansia feroce, perenne e senza vie di fuga: rendere sempre felici gli altri è impossibile. L’impressione che hai è, pian piano, d’essere all’inseguimento di qualcosa che non prenderai mai».

Douglas Stuart, la vita dopo la morte della madre

Cos’è successo dopo la morte di sua madre?

«La mia vita è cambiata. Mio padre era già morto: aveva lasciato la famiglia che io avevo quattro anni ed è morto che ne avevo undici. Non l’ho visto, in quei sette anni, ed è stato come se fosse morto quando è andato via da casa. Mia madre era appena morta, mio fratello viveva per conto suo: ero solo al mondo, non avevo nessuno. L’affitto della casa in cui avevo abitato fino ad allora con mia madre non potevo pagarlo. Così mi hanno messo alla porta, sono stato cacciato. Ho preso poche cose, con me non potevo portar altro che quel che riuscivo a mettere in alcuni scatoloni»

«Sono andato a vivere in un dormitorio. Avevo perso tutto: i punti di riferimento della mia comunità, la scuola che avevo frequentato fino ad allora, i miei sparuti amici, la casa in cui ero cresciuto, mia madre. Non avevo più nulla. Tra le cose che non avevo c’era pure l’aspettativa altrui su chi dovessi essere, su cosa dovessi diventare, su come dovessi comportarmi. A sedici anni non avevo più quella identità che per tutta la mia vita mi era stata imposta dalla società in cui vivevo, e potevo, finalmente, riscrivermi. Ho cominciato a leggere, a studiare, a lavorare, e alla fine mi sono laureato – il primo della mia famiglia non solo a laurearsi, anche a finire il liceo».

Douglas Stuart, i libri, la lettura, lo studio

Ha iniziato a leggere in quel periodo?

«Sì. Nella casa in cui vivevo con mia madre c’era solo un libro: Fiori senza sole, di Virginia Andrews. Nel Regno Unito è stato un successo editoriale. Il punto è che nel quartiere in cui vivevamo i libri non erano ben visti, soprattutto se a leggerli era un ragazzo – erano per le ragazze o le donne, tuttalpiù. Se ti beccavano a leggere potevano pestarti. Io, che fino ai sedici anni facevo tutto ciò che potesse farmi sembrare etero, dai libri mi tenevo ben lontano. È cambiato tutto poi quand’è morta mia madre e allora ho cominciato a leggere, a frequentare la scuola in modo più serio».

«Ho preso a studiare davvero – cosa poco comune tra i miei coetanei. Al liceo che frequentavo c’erano circa trecento ragazzi del mio anno, e tutti vivevano situazioni difficili: alcuni non avevano il cibo in tavola, alcuni l’elettricità, a molti mancava un genitore. Alla fine del percorso scolastico ero l’unico rimasto. In Scozia a sedici anni sei adulto, il che significa che puoi lasciare la scuola senza alcun tipo di permesso: compi sedici anni e puoi andartene, mollare. Cosa che facevano tutti perché avevano bisogno di lavorare, di portar dei soldi in casa. Alle lezioni di letteratura inglese c’ero solo io – una cosa triste che però al tempo stesso mi ha aiutato. Potevo seguire i corsi senza grane, i professori procedevano secondo i miei ritmi ed è stato allora che ho iniziato a leggere uno, due libri a settimana, scoprendo Thomas Hardy, Daphne du Maurier, Shakespeare.  Ho scoperto che c’erano mondi diversi dai miei, mondi che avrei potuto abitare e in cui mi sarei sentito libero».

Douglas Stuart: l’omosessualità e le prime esperienze sessuali

In un’intervista al The Guardian ha detto che da ragazzo tutto quel che avrebbe voluto era essere etero. 

«Credevo non ci fossero altre vite possibili. Sono nato e cresciuto in una comunità omofoba, e quel che sentivo d’essere mi spaventava. Credevo non potessero esistere degli adulti gay e con una vita felice, pensavo non fosse proprio previsto, e desideravo solo essere etero. Da ragazzo in quel periodo uscivo spesso con le ragazze del quartiere, andavo con loro allo stesso parco in cui andavano i miei coetanei e le baciavo, a lungo, come nella speranza che facendolo ancora e ancora potessi cambiare, potessi provare un piacere che era la norma lì e che però io non scorgevo».

Ricorda il momento in cui si è detto ‘sono gay, fine delle bugie’?

«Vivevo in questo dormitorio tremendo, uno stanzone che condividevo con altri uomini, tutti sui sessant’anni. Pagavo trentadue pounds a settimana, per farlo lavoravo la sera, dopo scuola: ero un addetto alle pulizie. Insomma, eccomi lì: un sedicenne tra sessantenni, che vivevano una miseria simile alla mia, senza nessuno al mondo. Potevo essere chi volevo, così decisi di capire chi fossi davvero, di scoprirmi e di conseguenza vivermi – e vivere. È stato in quel periodo che ho cominciato a rispondere agli annunci sui giornali di altri uomini gay. La gran parte di loro era più avanti d’età e da un ragazzino di sedici anni non cercava altro che sesso. Io volevo un amico, un confidente, qualcuno che fosse simile a me. È stato allora che ho cominciato a darmi, concedermi la libertà d’essere come mi sentissi».

«Mia madre è morta prima che capissi la mia sessualità. Non saprei dire esattamente chi considero il mio primo fidanzato, però posso raccontare la prima volta in cui ho fatto sesso, quella la ricordo bene. Era uno chef di dieci anni più grande di me, lavorava in centro a Glasgow, me ne innamorai immediatamente. Era bello, libero, indipendente. Più io me ne invaghivo più lui si allontanava, e alla fine è sparito».

Douglas Stuart: il matrimonio e la storia di come ha conosciuto suo marito

«Ci siamo conosciuti quando avevo vent’anni. Studiavo a Philadelphia, avevo preso parte a un programma di scambio con Glasgow, e per il Ringraziamento un’amica mi chiese se mi andasse di andare con lei a casa dei genitori e, visto che non avevo nessuno lì, che gli altri studenti sarebbero partiti praticamente tutti e che i suoi vivevano a Chicago, città che volevo visitare, le dissi di sì. Così facemmo, andammo in macchina, guidammo per più di sei ore. Giunti a destinazione mi resi conto che non eravamo a Chicago ma a circa due ore e mezza dalla città: fossi rimasto con la mia amica e la sua famiglia per tutto il tempo, l’occasione di visitare la città non l’avrei avuta. Chiamai un’altra mia amica, Jena – con lei avevo legato molto. Mi lamentai della situazione al telefono e mi disse che suo fratello abitava lì, a Chicago, e che se ciò che volevo era visitare la città avrebbe potuto chiedere a lui di farmi fare un giro. L’incontro avvenne, io mi innamorai di lui appena lo vidi e ora stiamo assieme da ventisette anni: è la benedizione della mia vita».

Douglas Stuart, Storia di Shuggie Bain – il libro d’esordio premiato con il Booker Proze

Torniamo ai suoi romanzi, e parliamo di Storia di Shuggie Bain. Quando ha mandato il manoscritto agli editori ha ricevuto parecchi rifiuti, più di trenta, se non sbaglio. Poi, una volta pubblicato, il libro ha vinto il Booker Prize. 

«Ad alcuni il romanzo non era piaciuto. Ad altri, invece, era piaciuto ma non sapevano come piazzarlo sul mercato. Gli editori a cui l’ho mandato erano americani, quindi il romanzo sarebbe stato destinato ai lettori statunitensi: persone che non saprebbero nemmeno indicarla su una mappa, la Scozia. Poi è un romanzo duro, difficile da mandar giù. Mi hanno scritto che avevano adorato il romanzo, mi hanno addirittura detto che avrei vinto il Booker Prize, ma non potevano pubblicarlo perché non sapevano come piazzarlo in libreria».

A proposito del Booker Prize: cos’è cambiato nella sua vita dopo averlo vinto?

«Tutto».

Ho fatto la stessa domanda a Bernardine Evaristo, che mi ha risposto allo stesso modo.

«Non mi sarei mai aspettato di poter vincere un premio del genere con il mio esordio. È stato un riconoscimento, come un’approvazione, che mi ha fatto capire che posso scrivere, e andare avanti facendo qualcosa che mi piace. Il ragazzino che studiava inglese in una classe vuota e che lavorava la sera per pagarsi un dormitorio con una dozzina di uomini di mezz’età può fare lo scrittore. Secondo Ali Smith, a cui ho detto la stessa cosa, sbaglio: per lei questa approvazione devo darmela io».

Immagini di avere ottant’anni: è domenica mattina. Con chi è, dove si trova, che fa?

«Entrambi i miei genitori e mio fratello sono morti a un’età molto più giovane di quella che ho io oggi, e non passa giorno senza che ci pensi. Credo che arrivare a ottant’anni sia di per sé già un traguardo. Credo mi vedrei ancora sposato, con mio marito al mio fianco, in una bella casa con tanti libri e dei cani attorno a noi. Un po’ noioso, non è vero? Ecco, è solo che vorrei pace. Sì, mi immagino in pace».

Douglas Stuart

Nato a Glasgow, Scozia, e trasferitosi a New York a ventiquattro anni, dove ha lavorato e continua a lavorare come fashion designer – per Calvin Klein, Ralph Lauren e Banana Republic –, Douglas Stuart ha esordito alla narrativa a quarantaquattro anni con Storia di Shuggie Bain, Mondadori 2020, vincendo a sorpresa il Booker Prize. Il suo secondo romanzo è Il giovane Mungo, edito in Italia da Mondadori nel 2022. Stuart si concentra sulle periferie degradate di Glasgow, raccontando i quartieri operai degli anni Ottanta e Novanta, con i problemi che affliggono quelle comunità – povertà, rabbia, alcolismo –, e lo fa traverso lo sguardo di adolescenti gay, andando a scavare, a conti fatti, nel suo vissuto, nella sua storia personale.

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X
CCCP - Annarella

Abbiamo sempre frainteso i CCCP

Andrea Scanzi e i fischi: nessuno ha mai osato criticare Lindo Ferretti per le sue simpatie politiche di destra e per la Lega – abbiamo sempre frainteso i CCCP, forse ora è il caso di dirgli addio