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James Bradburne - Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano
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L’imborghesimento milanese, l’arte e la moda. In conversazione con James Bradburne

Il punto sulla Pinacoteca di Brera con James Bradburne a otto anni dalla nomina e a poche settimane dal termine del mandato: Milano, l’imborghesimento della città, l’arte e la moda

Trasformare la Pinacoteca di Brera in una biblioteca per una forma di alfabetismo visivo. Il progetto del Direttore James Bradburne

Al momento della sua nomina a Direttore, si temeva che James Bradburne avrebbe trasformato la Biblioteca Braidense in un museo dei libri. Il progetto di Bradburne è andato in direzione contraria: «Non si va nelle biblioteche per guardare i libri, ma per approfondire, scoprire e leggere. Nei musei lo sguardo è considerato sufficiente. Per chi non sa leggere un quadro, l’osservazione è abbastanza, almeno in apparenza. Come suggerito dall’aggettivo che la completa, l’arte visiva dovrebbe avere, e spesso ha, una componente visiva che può essere apprezzata da chiunque. Non sarebbe tuttavia meglio conoscere la storia dei soggetti ritratti? Sapere perché quella veste è blu e non rossa? Perché proprio quel blu, e non un altro?» 

«Parlo di una forma di alfabetismo visivo, di un approfondimento della lettura dei quadri che vada oltre il semplice impatto. Parlo del far entrare il quadro nel mio vissuto, come quando leggo un romanzo e i suoi testi diventano pagine della mia storia personale. Non è da escludere la bellezza in sé: l’impatto emotivo di un colore o di un ritratto bello-in-sé resta. A questo va aggiunta una componente di approfondimento, una lettura sotto traccia. Altrimenti, il potenziale di cui l’artista è consapevole al momento della creazione dell’opera – egli sa perché ha scelto quel blu e non un altro – rimane inespresso».

Aprire gli spazi storici e museali alla moda. Il caso di Giada

Fernanda Wittgens, prima donna a dirigere la Pinacoteca di Brera, nel suo progetto di «museo vivente» aveva incluso le sfilate di moda. Era il 1956, nel pieno del Rinascimento post-bellico, e la Wittgens introdusse fiori, abiti e musica negli spazi della Pinacoteca. 

«Io non vedo contraddizione nell’essere umano vestito da artisti della moda che si profilano nel contesto di un patrimonio storico culturale. Non bisogna svalorizzare il luogo banalizzandolo a semplice scenografia. Giada ha sempre sostenuto le attività della biblioteca, rispettandone il ruolo e il patrimonio. Con Giada è iniziato tutto cinque anni fa. Condividiamo l’idea di costruire una nuova via della seta, un ponte Italia-Cina. Tutte le altre ragioni sono secondarie. Se, come in questo caso, entrambe le parti sono valorizzate, il ritorno è positivo».

Esistono confini tra le professioni dell’arte e della moda?

«Credo che dovremmo invertire la domanda e chiederci: quando le arti visive sono state separate dalle altre arti? Benvenuto Cellini era un argentario, Botticelli realizzava cassoni, Leonardo da Vinci era ingegnere. Questa secessione delle arti visive dalle altre espressioni artistiche è molto recente. Io credo che la moda appartenga al medesimo spettro di attività legate al binomio manualità-creatività. La moda, poi, è un’arte difficile che offre opportunità diverse: se la pittura e la scultura sono fisse, la moda reagisce al movimento. Quel che di negativo posso dire è che il tratto effimero del capitalismo contemporaneo, che richiede alle mode di rinnovarsi continuamente, si ritrova nel succedersi repentino delle collezioni. Non si tratta di un elemento della moda in sé, quanto di un meccanismo del mercato che contamina ogni cosa» (possiamo chiamarlo consumismo ndr).

La moda può farsi veicolo di rappresentazione di un contesto socio-culturale? 

«Il tema non riguarda solo la moda ma anche i suoi manichini, i suoi modelli. Forme, stereotipi e modelli della moda sono il punto critico. Il focus dovrebbe essere sul «per chi» la moda è intesa. Questo negli ultimi anni ha sollevato, giustamente, un dibattito. Io vedo con occhio positivo le diversità del corpo, dell’essere umano e delle culture. La diversità richiede uno sguardo sensibile. Esistono delle domande che un artista della moda deve porsi quando decide di spaziare in un territorio culturale che non gli è proprio perché non corra il rischio che gli si dica di aver rubato dalla tradizione per venderla al mercato: quando un omaggio diventa una forma di appropriazione culturale? qual è il confine tra citazione e appropriazione illegittima?».

L’imborghesimento milanese: il bar Jamaica e il mercato immobiliare

«Nel contesto italiano, Milano è l’unica città capace di reggere una tale diversità. Come tutte le grandi città che negli anni Cinquanta avevano un volto diverso, più democratico – penso a New York, per esempio – è diventata una realtà borghese. Negli anni Cinquanta il Bar Jamaica era un luogo di incontro e discussione per artisti e letterati. Oggi i prezzi degli affitti rendono impossibile immaginare che qualcuno possa vivere qui, a meno che non si collochi a un certo livello di una scala sociale che pare non muoversi più. Milano è cambiata insieme al mercato immobiliare, tagliando fuori una parte dei lavoratori e degli studenti. Rimane una città con quartieri che ne conservano il tratto di diversità. Mi riferisco, per esempio, a Isola, Greco e Rho: non sono poi così lontani dal centro, basta imboccare la metropolitana».

Una critica alla professionalizzazione del mestiere – il percorso da studi non museali

«Ho diretto cinque istituti museali in cinque paesi diversi, eppure è difficile esprimersi su questo punto. Un aspetto emerso è la professionalizzazione del mestiere: un cambiamento cui guardo con occhio critico. Considero più interessante il percorso di chi, partendo da studi non museali – come la biologia, la sociologia o la fisica – entra nel mondo della valorizzazione del patrimonio. In Italia il discorso si fa ancora più complesso, in quanto la burocrazia è così pesante da impedire il giusto utilizzo delle risorse umane e la valorizzazione del discorso culturale. In questi ingranaggi i giovani si perdono».

I compromessi e i traguardi del mestiere 

«I compromessi sono di diverso tipo. Lavorare all’interno di un istituto gestito da Roma, in cui non possiamo collocare autonomamente le risorse umane è un primo compromesso, oltre che una grande fatica. Ci sono anche compromessi storici: se avessi dovuto pensare a un museo ex novo non avrei certo introdotto determinate pratiche che oggi sono radicate. Invece che applicare piccoli cambiamenti, ho pensato ad una visione più ampia sul futuro, basata sul passato. E qui passo alle soddisfazioni. Didascalie delle opere a parte – questo è stato per me semplice lavoro di routine – insieme alla mia squadra ho restituito a Brera le sue origini. La Pinacoteca di Brera è nata con la Rivoluzione Francese, con i valori dell’Illuminismo. Noi siamo qui grazie all’educazione popolare, ai diritti umani e ai valori della tolleranza. Quella di Brera non è la collezione di un re o di un qualche borghese: è una collezione figlia della rivoluzione. E questo informa e ha informato ogni direttore che è passato da qui».

«Tutto è stato dimenticato nel 1974, quando fu istituito il Ministero per i Beni Culturali e AmbientaliPrima di allora gli istituti museali italiani facevano riferimento al Ministero dell’Istruzione, il MIUR – il che era corretto, in quanto l’educazione fa parte della nostra missione. Con il 1974 il nostro passato è stato lasciato indietro, perché non corrispondeva più a una missione rivoluzionaria. Quel che mi ha dato maggiore soddisfazione è stato recuperare questa memoria storica e, con essa, i direttori del passato».

Quello che rimane da fare: trasformare Brera in un verbo 

«Rimane ancora molto da fare. Per il nuovo direttore sarà il momento giusto per rinnovare le sale, ripensare l’allestimento, dare una rinfrescata. A mio avviso due sono gli aspetti su cui più bisogna lavorare: ridurre le barriere e andare verso l’inclusione alla città. L’obiettivo è ritrovare nelle sale lo stesso profilo di pubblico che vedo nelle metropolitane. Vorrei che Brera fosse di tutti, che fosse un verbo, non un sostantivo. Una parte di questa ambizione è Brera Plus, un luogo online dove Brera resta aperta 24h/24»

James M. Bradburne

James M. Bradburne è un architetto, designer e museologo anglo-canadese. Nel corso della sua carriera ha progettato padiglioni espositivi, parchi scientifici e mostre d’arte internazionali. Negli ultimi trent’anni ha prodotto mostre e organizzato progetti di ricerca e conferenze per l’UNESCO, governi nazionali, fondazioni private e musei in molte parti del mondo. Dal 2015 Bradburne è Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.

Stella Manferdini

James Bradburne - Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano
James Bradburne – Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano
James Bradburne, Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano
James Bradburne, Direttore Generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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