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Anish-Kapoor, To Reflect An Intimate Part of Red 1981. Tecnica mista e pigmento
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Il vuoto è ruvido: godersi la vertigine con Untrue Unreal di Anish Kapoor

Tra colori ruvidi, cartilagini e specchi, l’immanenza profuma di cera e vernice nelle opere di Anish Kapoor, artista sacerdos dalla creatività femminile. A Firenze, Untrue Unreal è la nuova mostra di Fondazione Palazzo Strozzi

Anish Kapoor. Untrue Unreal il titolo della mostra a cura di Arturo Galansino a Fondazione Palazzo Strozzi. Il colore è ruvido, l’artista è sacerdos

Germano Celant definì Anish Kapoor artista sacerdos, donatore del sacro. Era il 1995, e l’occasione era la mostra in Fondazione Prada. Anish Kapoor è un tramite dell’ordine cosmico, demiurgo in quanto artista materico. La nuova mostra a Firenze lo conferma: Anish Kapoor. Untrue Unreal a cura di Arturo Galansino a Fondazione Palazzo Strozzi, fino al 4 febbraio 2024. Anish Kapoor è cultore della metamorfosi, architetto di processi generativi in grado di dar nuova forma a ciò che è intriso di sacralità e misticismo atemporale. Lo sono tanto le emozioni, quanto i colori che abitano e scuotono il mondo dal principio. Pigmenti ruvidi di colori primari attraverso cui Kapoor collega il celeste con il terrestre e attinge a quella dimensione di senso che è l’atavico. La radice è sempre primordiale e si riverbera sull’osservatore, inglobandolo per magnetismo. Nell’ arte di Kapoor scorre energia. 

Questo vigore è ruvidamente fluido perché, come osserva Celant, «il pigmento, polvere di colore, significa la forza creatrice: è segno di vita, comparabile al seme o al polline dei fiori. Implica la nascita e la crescita di un frutto, che può assumere tutte le forme le personalità. Riconduce la mobilità della vita che costringe i soggetti, spirituali e fisici, a incarnarsi in qualcosa d’altro» (Edizioni Charta, 1995). 

Letteralmente non-vero, non-reale. Irreale e inverosimile hanno il profumo di cera e vernice a base d’olio che si diffonde nella prima sala di impianto rinascimentale del palazzo. Si parte con l’installazione Svayambhu (2007) – epiteto sanscrito che sta per nato da sé stesso. Poi torri di pigmento (Endless Column, 1992), silicone, vernici, Vantablack (Non-Object Black, 2015) che è un’ode a Malevič, forme organiche e viscerali, superfici riflettenti e monoliti di ardesia intrisi di cobalto blu (Angel, 1990). Strozzi punta sulla monumentalità delle opere di Kapoor. 

Le opere di Kapoor sono un monumentale e ruvido tentativo di conoscere il sé e l’umanità – 

L’arte di Anish Kapoor,  nato a Bombay nel 1954, rappresenta una ricerca di scoperta del sé. Comprendere il suo bagaglio culturale, unito all’interesse per la psicoanalisi, è necessario per qualsiasi discussione sulle sue opere. Manifestazione del desiderio di introspezione, l’arte di Kapoor è monumentale nel tentativo di conoscere il sé e l’umanità in generale. In un’epoca materialista, in cui la religione è stata emarginata o svalutata, Kapoor realizza un’arte che è allo stesso tempo terrena e spirituale, utilizzando un vocabolario di immagini archetipiche. La montagna, il vaso, l’albero, il fuoco, l’acqua, il vuoto.

L’arte della diversità umana: il femminile nell’uomo

Durante un’intervista di fine anni Novanta con Marjorie Allthorpe-Guyton, Kapoor ha suggerito che la parte creativa del suo essere è femminile. Sebbene sia regolarmente riconosciuto che gran parte del suo immaginario riguardi il corpo di donna, ciò di per sé non è sufficiente a spiegare quella che, a prima vista, potrebbe sembrare un’affermazione piuttosto straordinaria. In realtà sonda in profondità l’etica del suo lavoro. Una poetica della diversità umana che si fa complementare. Già nella cultura indù la divinità femminile – śakti, ovvero energia, potenza – è percepita come la controparte femminile energizzante del dio maschile. La donna è forza che stimola il potenziale maschile dormiente. 

L’impegno umano nel nutrire una creatività spirituale 

Non c’è dubbio che l’ affermazione di Kapoor debba essere interpretata alla luce dell’anima junghiana, ovvero le caratteristiche femminili inconsce dell’uomo. Ne La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili (1981), Erich Neumann, uno dei più fedeli discepoli di Jung, esamina gli archetipi femminili rappresentati nell’arte, in particolare in quella primitiva, ed equipara l’anima, o «carattere trasformativo», alla creatività. La Grande Madre, spesso simboleggiata dal vaso, «è partenogenetica e richiede l’uomo solo come apritore, aratore e spargitore del seme che ha origine nella terra femminile». La donna è la fonte di tutta la creazione nelle sue varie vesti di vaso, montagna, madre e mondo. Le immagini care a Kapoor. La fede dell’artista verso la natura femminile è quindi informata dalla nozione psicoanalitica di donna come creatrice e trova espressione visiva nelle stesse opere.

Il corpo in Anish Kapoor. Custode di polarità e tempio del vuoto

Nelle stanze di Palazzo Strozzi, si passano in rassegna i principi alchemici di cui Anish Kapoor è conoscitore. Per un’arte che confina con lo sciamanico, il rituale. L’artista, ai tempi in cui frequentava il dipartimento di scultura della Chelsea School of Art, guardava alle cromie di Rothko, a Duchamp del Grande Vetro e Paul Neàgu, seguace di Joseph Beuys. Kapoor ingloba in sé più ricerche che sfociano in una sua peculiare legata al mito delle origini. Dicotomie apparenti che l’artista risolve inglobando nel suo gesto creativo le diverse polarità. Il corpo come elemento da superare, ma da cui partire. Corpo come pelle e membrana. Cartilagini inviluppate. Corpo come luogo energetico, pulsante, sanguigno.

L’alchimia nell’arte di Anish Kapoor 

Sempre riguardo alla corporeità, è necessario tornare al giovane Kapoor che legge testi di Carl Gustav Jung. Lo psicanalista parla di corpo come «materia animata», unione di spirito e carne. L’enfasi sulle opposizioni binarie, fondamentale per l’arte e la cultura indiana, così come il rapporto di complementarità, è anche alla base dell’alchimia, un argomento a cui anche Kapoor si interessa. Jung scrive in Psicologia e Alchimia (1944), «senza l’esperienza degli opposti non c’è esperienza dell’interezza e quindi non c’è approccio interiore alle figure sacre». L’interezza è unione delle polarità. 

Il vuoto è serbatoio di vita

Kapoor sembra che abbia proceduto in questa direzione. Unisce le parti in opposizione; una diventa specchio dell’altra. Così il pieno diventa vuoto, il finito – la carne, il rosso coagulante – si trasforma in eterno, la forma diventa amorfa. Ecco che il tema dell’oscuro, il senza forma, diviene primario nella poetica di Kapoor. Come affermò nel 1990 durante la 44ª Biennale d’Arte di Venezia, «lo spazio dentro è spazio mentale e corporeo. Un santuario per una persona […]. Il vuoto è una condizione interna. Ha a che fare con la paura […]. Non c’è niente di più nero del nero interno». Così le oscure forme concave di Kapoor promettono l’inabissamento, la vertigine che spinge in avanti, in un altrove che buca lo spazio. Torniamo al 1958 con la mostra Le Vide di Yves Klein a Galerie Iris Clert, a cui Kapoor, che gli piaccia o meno, è molto debitore. Un luogo fagocitante e vivificante, che conduce al al centro, all’origine uterina del mondo. Un serbatoio amniotico. Il vuoto seduce.  

Davanti alle opere di Anish Kapoor. Allenare una sensibilità altra 

La Luce Sul Sentiero fu scritto in sanscrito su foglie di palma in età preistorica, poi tradotto in greco dal Maestro Veneziano per i suoi allievi alessandrini. Infine, attraverso Mabel Collins, è giunto sino a noi. Teosofa, scrittrice inglese e attivista, Collins nel 1855 trascrisse questa guida alle filosofie orientali. 

L’incipit è composto da quattro aforismi: «prima che gli occhi possano vedere, devono essere incapaci di lacrime. Prima che l’orecchio possa udire, deve aver perduta la sua sensibilità. Prima che la voce possa parlare in presenza dei Maestri, deve aver perduto il potere di ferire. Prima che l’anima possa stare alla presenza dei Maestri, i suoi piedi devono esser lavati nel sangue del cuore». 

Le quattro verità scritte sulla prima pagina de La Luce Sul Sentiero si riferiscono alla prova d’iniziazione dell’aspirante Occultista. Oggi potrebbero rappresentare chiavi di lettura per l’osservatore che si trova di fronte alle opere di Anish Kapoor. Un invito a trascendere i sensi. La direzione è l’atarassia, l’imperturbabilità conclamata dagli antichi filosofi? Una sequenza di esperienze purificanti che possono relazionarsi alla necessità di allenare una sensibilità altra per comprendere la produzione dell’artista. 

Anish Kapoor 

Nato a Mumbai nel 1954, vive e lavora a Londra e Venezia. Anish Kapoor. Untrue Unreal è la nuova mostra di Fondazione Palazzo Strozzi, fino al 4 febbraio 2024.

Federico Jonathan Cusin 

Anish Kapoor, Newborn, 2019
Anish Kapoor, Newborn, 2019

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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