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Il passato come un abbraccio collettivo: Ciao! Discoteca Italiana si racconta

Il progetto nato solo due anni fa a Torino è già diventato culto grazie ad una ricerca artistica che unisce grafica, musica e immagine e con il loro Ballabile Mediterranea sarà al Linecheck di Milano

Sono passati due anni da quando Andrea Nissim e Federico Baldi, hanno dato vita a Torino a Ciao! Discoteca Italiana, progetto inteso inizialmente come party che promuovesse la musica d’autore Italiana –tra Tenco, Dalla, Battisti e i grandi autori che hanno raccontato l’amore–, e poi diventato vera e propria fucina di format, idee, linguaggi. Dai manifesti rétro che si rifanno all’estetica anni Sessanta all’idea di esportare il dj set di San Salvario in giro per l’Italia, rimanendo sempre fedeli alla linea iniziale: parlare di musica Italiana che ci ricorda un grande abbraccio, che ci restituisce una memoria collettiva.

Saranno in lineup a Linecheck (22-26 Novembre a Milano) con il loro Ballabile Mediterranea, in occasione di una delle tre serate che esplora il prima, l’adesso e il futuro della musica e prova a indagare quello che è lo spirito del tempo —tra elettronica, avant-pop e ricerca esotica.

Un progetto fondato sulla  musica italiana d’autore

Il vostro progetto mira al passato in maniera consapevole, nel senso che dietro un impianto grafico così distintivo e una scelta musicale parecchio precisa tutto sembra molto ragionato, pur puntando su elementi che sono sempre stati lì: la musica italiana d’autore. Da dov’è nata l’idea e com’è stato possibile renderla tale?

È stato un processo abbastanza istintivo, che partiva dalla necessità di fotografare un momento storico ben preciso, condensato tra gli anni Sessanta e la metà dei Novanta– che reputiamo quelli d’oro per il cantautorato e la musica pop Italiana. Dall’idea iniziale di creare dei party a tema a Torino, dove il progetto nasce, la cosa si è poi estesa in un ragionamento ben più ampio: io stesso non ascoltavo moltissima di quella musica, da piccolo, ma è come se la memoria collettiva e il DNA dei tuoi genitori, che l’hanno vista nascere, riprendesse vita.

Da Torino all’interesse del resto d’Italia come si è espanso il progetto?

Ci piaceva molto il contrasto tra il club di Torino che gestivamo, ovvero una realtà molto contemporanea e uno spazio musicale perlopiù per giovani, e questo repertorio di ricordi che loro non avevano mai vissuto, ma che in qualche modo–come dicevo prima, dal DNA del nostro passato familiare–sentivano comunque proprio.. Questo è stato reso possibile grazie al recupero di cultura pop vera e propria, non solo –e non necessariamente–italo-disco o icone del linguaggio ballabile del passato Italiano. Questo ha aiutato sicuramente a rendere tutto molto facilmente esportabile nel resto del Paese, chiaramente.

Musica, linguaggio grafico e retromania

Musica e immagine come connubio molto preciso: i poster-manifesto di Ciao sono diventati un cult nel giro di pochissimo. Che idea c’era dietro quel binomio, quando siete partiti?

Un’idea nata sempre in maniera molto naturale: abbiamo associato il comparto grafico e l’arte urbana dei nostri manifesti, che puntavano molto sull’intramontabilità che il linguaggio di quel cantautorato aveva. La cosa che ha giocato molto a nostro favore è stata far rivivere il linguaggio grafico anni Sessanta sotto veste nuova, far immergere le persone in quell’estetica ormai sbiadita ma dal fascino intatto.

Una retromania di stampo del tutto nostrano che si è trasformata in necessità sociale. Si può dire che sia questo che rende l’accezione retromaniaca positiva?

Sì, c’è un grande risvolto sociologico che crea un contrasto cercato, non casuale: il progetto nasce a metà degli anni Dieci e cioè in un periodo diametralmente opposto al boom economico degli anni Ottanta, al socialismo, a Craxi e ad un momento generalmente di grande successo per la pop culture nostrana –in senso buono e meno buono– dall’arte fino appunto alla musica: si può dire che il repertorio di Ciao! rievochi bei momenti. È, in qualche modo, musica che parla di quando il futuro faceva meno paura.

Riportare  nella memoria collettiva la bellezza del ricordo

A proposito dell’aspetto politico e culturale, sempre molto presente, e non solo tra le righe, del progetto: che peso hanno nella ricerca che fate?

Un peso senz’altro fondamentale: parlando di entrambi gli aspetti, credo che in un’atomizzazione della società contemporanea, dove l’individualismo ha preso il sopravvento, il Novantadue in Italia è stato il cursore per il prima e il dopo della memoria collettiva. Questo ha comportato anche una mancanza di ricordo comune e di ricordo bello, da quel momento in poi. E cos’è associabile a un ricordo bello se non la canzone d’amore italiana? 

Che è l’indiscussa protagonista di questa storia, la vostra

Sì, perché rispecchia il ricordo di tutti: ognuno ne ha uno legato alla canzone d’amore italiana propriamente detta. E il manifesto da appendere in salotto o in camera da letto ci sembra del tutto normale: Dalla si sentiva esattamente come noi, ci ricorda della nostra storia.

Si tratta in realtà di canzoni estremamente popolari, in un momento in cui la cultura pop era assolutamente pervasiva nella nostra società. Quindi questi singoli ‘atomi’ di ricordi personali sono la costellazione di ricordi di tutti, di una memoria condivisa. Esattamente il contrario del rapporto narcisista ed egoista che abbiamo con l’arte oggi.

Evoluzione e riscoperta di una cultura che non c’è più

La memoria collettiva rivista come qualcosa che difficilmente tornerà. Che peso ha avuto questo canone e  questa amara certezza nella crescita del progetto?

Un peso non indifferente, sicuramente, anche se ci sono delle eccezioni, come nel caso di Colapesce–con cui abbiamo fatto una collaborazione. Chiaramente il nostro linguaggio è cambiato e insieme a quello la musica, e questo è, di nuovo, un retaggio culturale di tipo prettamente sociologico. Se quelle canzoni, fatte anche per durare una sola estate, sono rimaste così impresse nella memoria collettiva è perché il livello del loro linguaggio era molto più alto. L’industria culturale del nostro Paese, in generale, lo era. Basti pensare che nei salotti televisivi una volta ci trovavi Pasolini e la gente poteva assimilare il suo, di linguaggio. Il vero problema culturale del berlusconismo e della nascita della tv commerciale, che noi prendiamo come riferimento come la caduta di una certa cultura, è che ha svilito quella potenza lì.

Quel linguaggio pre tv commerciale è una dimensione che torna spesso nel vostro identikit: nella parte grafica come nella dimensione musicale, che cambia i suoi interpreti nei dj set ma cerca sempre di lasciare immutata una certa identità.

Sì, come dj siamo ormai in cinque che girano per l’Italia, ciascuno con il suo filone e la sua identità, ma tutti con la stessa considerazione per il prodotto Ciao!. Giulio La Ferrara fa un lavoro pazzesco a livello grafico, il resto del team lo fa sulla scelta dei testi e anche sull’iter che c’è dietro, tra diritti e tutto il resto. Anche lì tra l’altro il lavoro si è articolato – e per fortuna – parecchio: se una volta bastava un grosso manifesto con su scritto ‘Ciao, Amore, Ciao’, adesso la ricerca di quella identità e di quel preciso passato è diventata molto più fitta.

La nostalgia è una cosa seria

La parte visual è fondamentale , durante i vostri dj set. Come siete arrivati a svilupparla?

È un’altra chiave che abbiamo studiato per portare il progetto a livelli più identificativi possibili. C’è un archivio di immagini televisive che studiamo e veicoliamo durante le canzoni, più ovviamente i testi delle canzoni. È stata un’idea cardine dall’inizio, e la cosa che salta sempre all’occhio è che nonostante siano parole che conosci a memoria e che ti risuonano in testa da sempre, le vedi come sotto una nuova luce. Da quando eri in macchina coi genitori hai quelle melodie e quei testi in mente, specie per le canzoni d’amore. Ma quando li vedi lì, con quei caratteri così grandi e durante la canzone, l’effetto è amplificato: ci trovi dentro anche significati che non avevi mai colto a fondo.

Tutti segnali che ci fanno in qualche modo capire che la nostalgia è una cosa seria.

Esatto, l’effetto è l’opposto di quello karaoke, se vogliamo: si innesca qualcosa di molto più speciale, che si collega all’emblematico concetto di memoria collettiva.

Un futuro non da ‘italiani per italiani’ 

Parlando dell’evoluzione del collettivo, per diversi festival—così come per Linecheck, dove a fine novembre tornerà il vostro Ballabile Italiana—avete portato avanti l’idea di uno o più format identificativi. Come muta la vostra natura in questi casi?

L’idea dei format specifici nasce per trovare dei filoni molto precisi e in qualche modo potenziare la coerenza del nostro progetto, dal momento che l’ondata di recupero passatista ha coinvolto molto, anche al di fuori di noi, anche altre realtà. Come per Ballabile Mediterranea che andrà in scena a Linecheck, la nostra identità rimane sempre abbastanza chiara: tra di noi facciamo anche cose molto diverse, durante i dj set, tra i più lenti ai più romantici, ma dietro c’è sempre un concept forte e sentito.

È qualcosa che diventerà esportabile anche all’estero? Ci sono idee per il futuro, in questo senso?

Siamo sicuri di sì, l’idea c’è sempre stata, forse prima di cominciare in Italia e con una sola serata a Torino, direi. Ma sarebbe una cosa da realizzare non da ‘italiani per italiani’, uscire fuori dal trend del momento. In qualche modo il COVID aveva stoppato questo processo, ma stiamo aspettando l’occasione giusta e il contesto giusto per farlo: senz’altro è un obiettivo.

Cosa c’è nel futuro di Ciao! Discoteca Italiana?

L’idea cardine è appunto esportare il progetto: sia come dj set che come linguaggio visivo. Stiamo lavorando anche ad alcuni edit e lavori musicali, produzioni nostre. Bolle qualcosa in pentola anche dal punto di vista editoriale, che creerà un altro strato e una dimensione ancora nuova al progetto. Ne parleremo meglio più avanti, ma è un altro aspetto su cui stiamo lavorando da parecchio.

Andrea Nissim 

Classe 1985, Romano di nascita trapiantato a Torino. Dopo gli studi umanistici affianca all’attività di imprenditore esperienze da filmmaker, graphic designer e dj. Negli anni ha dato vita e diretto alcune delle più significative attività legate al panorama di eventi del capoluogo piemontese. Dal 2017 è responsabile musicale e direttore creativo, insieme a Federico Baldi, di Ciao Discoteca Italiana. È ossessionato dall’analisi semiologica del videogioco e dal calcio speculativo. Vive nel quartiere San Salvario con il suo formidabile cane Arturo. 

Federico Baldi 

Nasce a Moncalieri nel 1989, ha lavorato negli anni come direttore artistico nel club Astoria e come responsabile di biglietteria e marketing per l’Ass. Culturale Situaz. Xplosiva. Dal 2017 membro fondatore del direttivo CIAO. Ha una compagna e una gatta.

Giulio La Ferrara

Classe ’89, è un architetto e graphic designer torinese. La sua esperienza lavorativa vanta collaborazioni con numerose realtà artistiche e musicali. Lavora con Ciao! Discoteca Italiana dal 2017. Oltre all’architettura si occupa di design, branding e direzione artistica.

Germano Centorbi

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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