Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
Fran Lebowitz, ritratto di Lucas Possiede, all'Emporio Armani Milano
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Cinismo e sarcasmo: Fran Lebowitz a Milano, gli Arcimboldi, una notte da Armani

Fran Lebowitz sale sul palco: 45 minuti di intervista e 45 minuti di domande da parte del pubblico – il suo sarcasmo nasconde il cinismo di cui abbiamo bisogno a Milano

Fran Lebowitz: cos’è il cinismo? Un atteggiamento che oltre a tralasciare valori civici e morali, liquida ogni emozione e sensibilità umana

Fran Lebowitz era in volo da Roma a Parigi – o viceversa, racconta, non è sicura, il dettaglio è irrilevante, dice. Durante il volo, all’altoparlante, il capo cabina chiede se a bordo sia presente un medico. Il medico si palesa e si mette a disposizione. L’equipaggio lo scorta presso il passeggero che ha bisogno di aiuto, ma il medico conferma che non c’è niente da fare: il passeggero è deceduto. L’aereo è in fase di atterraggio, per consueta procedura, dall’alto parlante arriva il richiamo a sedersi allacciando le cinture di sicurezza. Si alza un trambusto: chi dovrebbe, non vuole sedersi vicino alla salma in poltrona. Sempre all’altoparlante, il comandante chiede se qualcuno può occupare quel sedile – Fran Lebowitz alza il braccio offrendosi, dicendo che non potrebbe pensare a un vicino di posto più piacevole che un morto. 

Fran Lebowitz agli Arcimboldi: l’emotività umana

Molti di noi in aereo vorrebbero sedere vicino a chi se ne rimane fermo nel suo, senza emettere rumori o fiati se addormentato, senza aprire conversazioni o convenevoli, senza che muovendosi ci tocchi il gomito. Annientando ogni emotività, possiamo essere d’accordo: non c’è vicino di posto migliore, in aereo o in treno, che un morto. Il cinismo è l’osservazione dei fatti che esclude – come impegno o come atteggiamento – l’emotività umana e la consuetudine sociale.

Fran Lebowitz e le domande dal pubblico

Fran Lebowitz ha raccontato questa vicenda in aereo dovendo rispondere alla domanda di uno spettatore che dal pubblico aveva alzato la mano. La domanda era una di quelle che un alunno di terza media non si immaginerebbe di porre, ma non sapendo che altro chiedere, si rivolge alla maestra per avere aiuto, e la maestra svogliata gli passa la banalità: se tu potessi sederti affianco a un personaggio famoso, storico o attuale, chi sceglieresti? Lebowitz non risponde alle domande per logica, ma per reazione intellettuale sopra un reagente basico – risponde che si siederebbe affianco a un morto. Lascia intendere quanto poco sia affascinata dalla celebrità corrente e quanto umiliabile possa essere sia lo spettatore sia l’ipotetica maestra svogliata che tutti noi bambini abbiamo patito.

Fran Lebowitz sul palco degli Arcimboldi

Tutto questo andava in scena venerdì scorso agli Arcimboldi qui a Milano. Ebrea, newyorkese, settanta anni, lesbica – Lebowitz ha tenuto la sua prima, forse unica, data a Milano dal palco. Lebowitz si ricordava la prima volta che arrivò a Milano – negli anni Ottanta, maledicendo quei token necessari per telefonare da una cabina telefonica – ovvero i gettoni che costavano duecento lire – un’assurdità, le sembrò, non poter telefonare inserendo monete ma dovendo andare a cambiare monete con altre monete. 

Fran Lebowitz agli Arcimboldi – il pubblico in sala

A comporre il pubblico, la sala era quasi colma di due tipologie di persone. Le persone che vogliono darsi un tono, che ti ripetono ancora una volta quanto si sentano a casa quando capitano a New York, che sorridono guardando il palco come davanti al proprio specchio quando si sentono in forma – sono una tipologia. Le persone che ridono a ogni frase, soprattutto quelle che non fanno ridere, come se stessero rivedendo ancora una puntata di Friends con Jennifer Aniston – sono la seconda tipologia.

Lebowitz e la cultura americana – da Scorsese a Eminem, da Philip Roth a Friends

Avrei preferito unghie di acciaio su vetro vicino all’orecchio piuttosto che i versi da gufo di chi era seduto dietro di me: un ragazzo rideva a ogni frase della Lebowitz, procedendo in ululati orgasmatici quando, invece che una frase, la Lebowitz giungeva alla sua battuta. Alla quarta domanda retorica posta da uno spettatore tra il pubblico, ho capito il motivo per cui sto scrivendo queste righe. Tutti comprendevano il sarcasmo della Lebowitz: sia il riferimento culturale – dal più che citato Martin Scorsese a Philip Roth fin anche a Eminem – sia l’eleganza intellettuale democratica americana che in Europa diventa il radical chic del cachemire di Bertinotti. Nessuno comprendeva il cinismo. 

Fran Lebowitz intervistata da Grazia d’Annunzio

L’intervista – ma meglio sarebbe indicare, il monologo – è sospinta da una spalla, la giornalista Grazia d’Annunzio che detta una scaletta a Lebowitz con troppo omaggio e dedizione retorica: are you opinionated? le chiede per iniziare. Le risate del pubblico sono temi della stessa retorica. Il risultato è l’imbarazzo – ovvero, esattamente questo che Lebowitz vuole. L’imbarazzo di chi è li ad ascoltarla, avendo pagato un prezzo consistente per sedersi sotto di lei. Conclusa l’intervista, chi vuole porre una domanda a Lebowitz, deve alzarsi e gridare le parole con tutta l’aria che i propri polmoni riescono a dare per la tromba. Non si capisce niente. Non capisce Lebowitz dal palco, non capiamo noi altri in platea. Perché non sono previsti microfoni che possano girare per la sala? Perché Lebowitz non li vuole, dichiara Grazia d’Annunzio. Lebowitz non vuole che le domande siano scandite e comprensibili, perché vuole giocare con il pubblico e metterlo in difficoltà. Se la domanda cerca un minimo di complessità, l’effetto prende pieno tono: non solo imbarazzo, ma anche umiliazione. Tutto questo è intercalato da un ripetuto e meccanico «don’t do that» che Lebowitz tuona dall’alto del palco se vede qualcuno in platea puntare la camera del telefono verso di lei.

Il cinismo di Fran Lebowitz

Il cinismo di Lebowitz si comprende nel rapporto tra attore e spettatore. Lebowitz non crede a queste due posizioni, anzi, si lamenta di entrambe. Lebowitz si lamenta di tutto. Lebowitz sembra voler dissacrare la ragione per la quale qualcuno sia lì ad ascoltarla, a pagare per sentire quello che dice – non perché non sia poco convinta del valore di quanto dica – anzi, ogni suo pensiero, a parere suo, è vero e fattuale – ma perché non crede al concetto di applauso, di ammirazione. Tutto il suo spettacolo punta a questo – a massacrare la cattedra. Si suppone niente possa esserle meno gradita di una cattedra, sin dai tempi in cui lavorava come taxi driver. Il cinismo della Lebowitz è l’annientamento di un’ammirazione che porta a soggezione, porta a ossequio e intimorimento – perché proprio in questo contesto di reverenza è dove muore ogni conversazione. Milano non è più una città provinciale – e Lebowitz, con il suo cinismo, ce lo sa ricordare. Ci manca quel salotto privato, senza fotografie o condivisioni, dove ci si rilassa e si parla di argomenti complessi. 

Che cos’è il cinismo? Fran Lebowitz e i social media

Che cos’è il cinismo ci chiedevamo nelle prime righe. L’assenza di ogni considerazione emotiva – che sia ammirazione, affetto, comprensione – oltre all’assenza di ogni consuetudine civile o morale. Il cinismo è la ruvidità materica di una base muraria prima di un fissante che possa ancorare un successivo livello di protezione. Il cinismo è quello di Monicelli che placava Pietro Germi: Cosa vuoi che sia una moglie morta? Un mese e il dolore passa – ma questo film è tuo, e lo devi girare tu. Il cinismo è quello che Fran Lebowitz ci insegna – in tanti lo confondono con sarcasmo, con un susseguirsi di battute sagaci, con il piacere di essere in imbarazzo e anche umiliati. Con la voglia di sentirci intellettuali e gente di cultura, così tanto da applaudire, senza capire. Il cinismo è la sincerità che perdiamo quando siamo su un social media. Lebowitz non lo usa, un social media. Non vede Netflix. Dal pubblico, uno spettatore in visibilio le chiede cosa ne pensa del dating online

Dopo lo spettacolo di Fran Lebowitz agli Arcimboldi, una festa voluta da Giorgio Armani

Per il dopo teatro, Giorgio Armani la invitava nel suo ristorante in via dei Giardini. Entrando da una porta tra gli alberi, salendo al primo piano, sembrava di ritrovare quel modo che sussisteva una volta: la voglia di una conversazione in centro a Milano. Il tono da festa, quel po’ di confusione, molte parole e leggerezza in due cocktail. Il ritrovarsi lì non era fine a se stesso, ma era creato dopo una prova intellettuale – e anche se ai più magari poco importava, l’atmosfera era quella giusta. Giorgio Armani sa rimanere un motore dell’attività culturale in città, così come tutta l’azienda e il mondo che Armani ha creato nei suoi anni: quando una cena possa ancora avere luogo in onore di un libro appena presentato, di una mostra appena aperta, di una pièce appena andata in scena. Non soltanto per ricamare una collaborazione commerciale tra due designer, o una capsule collection per branding.  

Era venerdì sera, a maggio – quando già tutti a Milano, sono partiti per i primi giorni al mare – ma chi era lì da Armani, si lasciava andare. A mezzanotte, se ne andavano quelli che ancora tenevano alla posa intellettuale di cui parlavo sopra. Scendendo al Privè restavano in pochi, fino a tardi. Il modo di Armani rimane il modo di Milano, vicino al ragionamento su cosa sia oggi il sarcasmo, cosa sia lo snobismo e cosa il cinismo che da tanti anni insegna la sincerità di Fran Lebowitz. Mi piace pensare che un ingresso da Via dei Giardini possa essere ancora un luogo anche intellettuale, tra un vodka martini e musica house, e il fascino che un etero basico in camicia bianca sa sempre regalare quando si sente a suo agio. 

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X