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Walter Albini Unilook, 1971, foto di Oliviero Toscani
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Walter Albini necessita di un direttore creativo: può essere Alessandro Michele?

Bidayat Group investe nell’archivio di Walter Albini: un patrimonio artistico da museo e da sfilata per cui serve un direttore creativo in grado di dialogare con il presente

Walter Albini – il patrimonio artistico dello stilista e l’investimento di Bidayat Group

A distanza di quarant’anni dalla morte di Walter Albini, Bidayat Group, società di Alsara Investment Group di proprietà del politico egiziano Rachid Mohamed Rachid, ha ufficializzato la notizia che già correva nelle retrovie del settore: la proprietà intellettuale e gran parte degli archivi di Walter Albini appartenenti a Barbara Curti, figlia della collezionista Marisa Curti, sono stati acquistati dal gruppo. Abiti, illustrazioni, disegni e modelli realizzati dallo stesso Albini saranno la base dell’operazione, che oggi sta compiendo i primi passi e, in data ancora da destinarsi, vedremo sfilare sulle passerelle di Milano. 

Accanto all’azione commerciale, Bidayat Group ha annunciato la volontà di mettere a disposizione del grande pubblico il patrimonio artistico dello stilista tramite mostre museali e pubblicazioni, in una riconsegna della moda italiana alle sue origini. Ultimo tassello ancora non ufficializzato della manovra è il nome del direttore creativo, ma le voci di corridoio farebbero quello di Alessandro Michele. L’insorgere di un nuovo dibattito è dietro l’angolo: qual è il significato di tale recupero? E quale, più in generale, l’interesse verso la ristrutturazione di una Maison? 

Walter Albini e Alessandro Michele

Walter Albini ha intercettato i tratti distintivi della moda che lo seguì, primo fra tutti il binomio italiano stilista-manifattura, premessa necessaria alla nascita del Made in Italy. Alessandro Michele, Direttore Creativo di Gucci dal 2015 al 2022, ha proposto su scala globale un modello di stile collettivo attraverso mezzi espressivi propri e strumenti di valore commerciale. Secondo il report Brand Finance Italy 100 2023, a distanza di sei mesi dall’uscita di Michele, Gucci è ancora il brand italiano di maggior valore con i suoi diciassette miliardi di euro. Entrambi possono definirsi stilisti per la capacità di raccontare l’abito, al di là del suo disegno e confezionamento. 

Il postmoderno dimenticato di Walter Albini

La forbice di tempo che vede insorgere la necessità di una sistemazione dei codici e degli elementi del passato è quella degli anni Settanta, con una breve invasione nel decennio successivo. Il fenomeno prende il nome di postmoderno e gli strumenti della sua pratica sono il riciclo e il ripensamento di oggetti, forme e soggetti già dati. In sintesi, di fronte alla moltiplicazione nel presente di progetti senz’anima e senza memoria, si ricorre al passato. Tra coloro che hanno portato in passerella «le buone cose di pessimo gusto» descritte nei versi di L’amica di nonna Speranza, dove il poeta Guido Gozzano guardava con ironica nostalgia al passato trascorso, svettano Krizia, Marc Bohan e Karl LagerfeldAlbini, che prima della riesumazione commerciale di Bidayat Group era poco più che «un sentito dire» – per i non esperti di moda, in quanto la bibliografia di critica e storia del costume a lui dedicata è piuttosto estesa – di recupero del passato ne sapeva ancora prima che l’operazione venisse eseguita su di lui. 

Walter è l’appellativo che Albini, all’anagrafe Gualtiero Angelo Albini, si è dato

Sorprende a partire dal nome: Walter è l’appellativo che Albini, all’anagrafe Gualtiero Angelo Albini, si è dato. L’anglofonizzazione del nome risponde alla necessità dello stilista di crearsi uno spazio di teatralità ove far esibire il proprio alter ego. Le sue collezioni ruotano infatti attorno al concetto di revivalismo, ovvero di rievocazione di epoche trascorse che egli rilegge con sguardo ironico e dissacrante. Tale è il postmodernismo di Walter Albini. Sebbene la carriera e la vita stessa di Albini siano state stroncate all’età di soli quarantadue anni, nel corso della sua parabola Albini è riuscito nella difficile impresa di riattualizzare l’immaginario dei ruggenti anni Venti di Francis Scott e Zelda Fitzgerald, dell’Art Decò e della Bauhaus: «Mi piace il periodo che va dal 1925 al 1935 perché credo sia stato il decennio in cui tutti gli aspetti dell’esistenza umana siano stati rivoluzionati» e, ancora «è stato un momento cruciale per la storia della moda, le arti decorative, la letteratura e la pittura. A tutti gli effetti nessuno ha fatto più nulla di nuovo da allora. Tutto è ancora basato sullo stile Chanel attorno al 1925». 

Il fattore inquinante di Alessandro Michele e il valore del recupero del tempo

L’ispirazione agli arcaismi più impensati e la fissazione per il collezionismo è un tratto che avvicina Michele ad Albini: «È il vintage che io uso come linguaggio per dare prospettiva al nuovo e al bello. Chi l’ha detto che per essere moderni bisogna cancellare tutto? Il fattore inquinante per me è fondamentale». L’ampiezza e la profondità delle suggestioni che egli introduce spaziano dalle stampe anni Settanta alle miniature medievali, dalla Roma rinascimentale a quella di Cinecittà, in una sovrapposizione tra passato e presente che ha pochi precedenti, o forse uno soltanto: Walter Albini, per l’appunto. Per questo, oggi si parla di un Gucci ante-Michele e, dopo l’uscita di scena nel Novembre 2022, di un Gucci post-Michele. Quanto invece al Michele post-Gucci, tra le mille speculazioni, quella della sua nomina a Direttore Creativo della risorta Maison Walter Albini parrebbe tra le più coerenti. 

Le convergenze tra Walter Albini e Alessandro Michele

Il primato di Walter Albini è quello di essere stato antesignano della figura dello stilista. Sebbene il termine si usi impropriamente per diverse personalità che lo hanno preceduto nel tempo, è solo con la fine degli anni Sessanta e delle coeve rivoluzioni giovanili che emerge la necessità di una figura di sintesi e di riferimento per indirizzare il vasto pubblico dei compratori. Sul terreno della moda, oltre che su quello sociale, ci si appropria di libertà espressive che necessitano di un interlocutore, mentre il mercato richiede di una persona che guidi con competenza le motivazioni di acquisto. Stilista, ce lo suggerisce la parola stessa, è chi costruisce uno stile attraverso la narrazione dei tessuti. Prima di Albini, in effetti, vi erano solo couturier, ovvero sarti o disegnatori provvisti di creatività. Walter Albini, oltre ad aver costruito uno stile che farà scuola, ha introdotto un sistema di collaborazione tra stilisti e aziende che oggi è noto come Made in Italy e ha battezzato Milano, al tempo già capitale industriale dell’Italia, a capitale della moda, se non ancora internazionale quanto meno italiana. 

L’importanza dei luoghi in cui esibire le proprie collezioni è un fattore che contraddistingue anche il pensiero di Alessandro Michele che, forte degli studi conseguiti in arti sceniche, ricerca spazi che siano all’altezza della sua vasta iconografia. Tra questi, botteghe storiche, librerie antiche, antiquari, spezierie, fino ai Musei Capitolini di Roma, sua città natale. L’Autunno Inverno 2018/19 sfila in un set cinematografico allestito a sala operatoria, tra loghi Paramount, abiti cinquecenteschi, personaggi manga e teste mozzate. Alla Promenade des Alyscamps, la necropoli paleocristiana di Arles, la pre-collezione Primavera Estate 2019 porta in scena, rivisitati, i costumi medievali e il risultato, tutt’altro che prevedibile, è il prodotto di una studiata macchina teatrale. Quel che infine conta, e che accomuna Albini e Michele, è la riuscita del racconto che, per essere credibile, necessita della giusta ambientazione: «Rimasticare il passato per me è un modo per non banalizzare vestiti e non ossessionarmi sulle lunghezze degli orli. Quel che mi interessa, infatti, è raccontare una storia, e se qualcuno ci vede lacerti di altre storie, ben venga. Non mi devo giustificare. La mia urgenza vera è quel che voglio dire» – spiega Michele. 

Genderless, Unilook e Unimax. La “nuova guardia” e il senso del recupero.

Fra le diverse strategie messe in atto da Michele fin dalla sfilata d’esordio per Gucci, vi è l’impiego di fiocchi e cravatte modello lavallière, elementi cari a Saint Laurent, con la differenza che quest’ultimo li utilizzava per abiti femminili, mentre Michele li applica indifferentemente a look maschili e femminili. La corrente genderless che Michele imprime a Gucci prosegue nella collezione Autunno Inverno 2015 2016, dove le donne indossano completi tradizionalmente da uomo, non dissimili da quelli indossati in uno scatto di Oliviero Toscani per L’Uomo Vogue, Dicembre Gennaio 1971/72, e provocatoriamente intitolato Unilook. Lui e lei alla stessa maniera. Il nome scelto da Toscani non si discosta da quello che, nello stesso giro di anni, Albini dà ad una delle sue innovazioni: la formula Unimax, ovvero l’uniformità di taglio e colore degli abiti indipendentemente dal genere di appartenenza. Una simile sovrapposizione percettiva tra dimensione del maschile e del femminile dovrà attendere il nuovo Millennio prima di essere riproposta dalla nuova guardia della moda. Michele, che oggi potrebbe citare le sue prime collezioni con lo stesso sguardo passatista con cui a suo tempo guardava ai fiocchi di Saint Laurent, appartiene a questa “nuova guardia” che, tuttavia, necessita di una solida base di investimento per poter raccontare la propria storia. Rispondendo alle domande poste in incipit, il recupero di una Maison ha diversi significati, primo fra tutti l’attribuzione di un valore alla sua narrativa e alle sue conquiste – e quella del Made in italy non è certo da poco. Eppure, perché l’operazione non si fermi al di qua della retorica e non si tramuti in rievocazione fine a sé stessa, è necessario che conviva con le storie del presente, e Michele ne ha diverse da raccontare, inclusa quella, non sufficientemente approfondita, di una bellezza inconsueta che lui per primo ha portato in passerella. 

Stella Manferdini 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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